Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 

Sabato 6 ottobre 2012 alle ore 18, in occasione della 8° Giornata del Contemporaneo, promossa da AMACI (Associazione dei musei d’arte contemporanea), lo studioRotella di Napoli a via Carbonara 58 presenta “The World of signs”, un filmato del percorso costruttivo di elaborazioni multimediali realizzate nel 2004 per l’artista Gianni De Tora partendo da una sua significativa creazione del 1983 dal titolo “Specchio delle mie brame….”.

locandina-gianni-de-tora

Commentando tale opera il critico Enzo Battarra scrisse:

“…… L’antico rigore geometrico viene infranto, grazie a una continua e piacevole rielaborazione di linguaggi pittorici e visivi in genere. L’oltraggio alla geometria viene consumato anche da frammenti letterari riportati sulle tele come epitaffi. Spesso il protagonista è Leonardo, con i suoi scritti intorno alla pittura capaci di fermare il tempo e di dar vita all’inanimato.

Le tele di Gianni De Tora diventano allora luogo della contaminazione  cromatica e materica, luogo dell’incendio delle strutture formali e geometriche. Da una tensione verso le forme primarie c’è un continuo slittamento verso i materiali dell’apocalisse. Stratificazioni continue aprono il varco a spessori mentali impregnati di una lucida cultura della forma. Ed il discorso sulla pittura – “De Pictura” - è una costante che si svela di continuo: ogni traccia viene utilizzata da De Tora proprio per arricchire questa indagine estetica, ogni segno è la lettera di un alfabeto esclusivamente visivo. Il colore diviene materia insieme con la tela, con la carta, con il tessuto, con gli specchi, con i frammenti di materiali sintetici e con altro ancora.

Il sogno dell’uomo, imprigionato sulle galassie del futuro, ricade sul ghiaccio di un carcere della memoria. Eppure il gesto, il primo gesto fu inventato da un pittore dell’assoluto. Ciò che va perduto è la filastrocca del tempo che scorre dai rubinetti sterili dell’incanto lunare.”

L’artista, scomparso nel 2007, viene in questa occasione ricordato soprattutto per il bisogno che ha sempre avuto di sperimentare nuove possibilità di linguaggio artistico, messaggio raccolto all’epoca dallo studioRotella che, utilizzando le immagini prodotte nel 2004, ha voluto elaborarle in questo video a cura di Luciano Basagni (fotografo), Tina Esposito (graphic designer), Franco Rotella (art director) con le collaborazioni di:

public relation Carmen Dinota

web designer Salvatore Dinota

modellazione/animazione 3D Antonio D’Orsi

 

designer Daniele Iannicelli

 

fotografo Giuseppe Piergianni

 

musica Marco Zurzolo

 

Gianni De Tora nasce nel 1941. Da sempre è interessato a superare la pittura accademica per un rinnovamento del linguaggio artistico , passando da una produzione di aspra matericità di evidente matrice espressionista all’indagine delle strutture primarie; analizza le sequenze e l’economia delle forme visive primarie deputando la figura geometrica a campo totale di  ricerca (è tra i fondatori infatti negli anni ’75 ’80 del gruppo Geometria e Ricerca con Barisani, Di Ruggiero, Tatafiore, Riccini, Testa e Trapani) .Sente poi la necessità di riconsiderare le varie esperienze tecniche e linguistiche per cui  l’interesse per le tendenze riduttive vengono a confrontarsi con momenti di ricerca più dialettica in cui convivono l’elementare ed il complesso. Le sue opere sono presenti in prestigiosi Musei (tra cui al Museo del Novecento di Napoli a Castel S.Elmo e presso la Seconda Università degli Studi di Napoli a S.Maria Capua Vetere) e in gallerie pubbliche e private. Della sua opera di sono interessati i maggiori critici italiani e stranieri.

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Di Admin (del 01/10/2012 @ 00:00:01, in Mostre ed Eventi, linkato 1447 volte)
{autore=emblema salvatore} Inaugura da Nea giovedì 4 ottobre 2012, alle ore 18.30, Trasparenza e colore, personale di Salvatore Emblema, a cura di Pasquale Lettieri. In mostra, fino al 20 novembre, dieci opere del “Maestro delle tele sfilate”, tra i primi ad aver affrontato il problema dello Spazialismo.

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"Materia e trasparenza"
Terre Vesuviane su juta
90 x 83 cm del 1971
collezione Marciano Arte

L'esposizione si snoda come un tributo all'artista originario di Terzigno, piccolo comune alle falde del Vesuvio, scomparso nel 2006 a 77 anni. Emblema comincia il proprio percorso eseguendo una serie di collage, usando foglie disseccate e costruendo ritratti attraverso le modulazioni cromatiche. Seguono le ricerche materiche con l’impiego di pietre e minerali raccolti alle falde del Vesuvio, dei quali si serve per concretizzare delle figurazioni. Il suo senso del rischio e della libertà lo portano prima a Roma dove comincia ad intensificare la sperimentazione dell’uso delle tele di sacco per le sue opere.
Contemporaneamente il mondo del cinema e della moda si interessano alla sua attività: collabora con Fellini e disegna modelli e stoffe per lo stilista Schubert. Ancora molto giovane si trasferisce negli Stati Uniti, dove frequenta con assiduità gli studi di Pollock e Rothko: dal primo apprende la libertà del gesto creativo, dal secondo invece lo sguardo su colori e trasparenze. Istituisce un fertile rapporto con il critico Giulio Carlo Argan che diventerà un suo grande ammiratore ed esegeta. Grazie a questa preziosa amicizia, Emblema conosce la sperimentazione materica di Lucio Fontana, e capisce che per raggiungere l’essenzialità delle cose è necessario togliere e non aggiungere. Elimina, così, il colore privilegiando la sola tela e, successivamente, la scompone, sottraendo alcuni fili e permettendo di intravedere dietro di essa quello spazio non più “morto” ma partecipe al quadro.
E’ questo il processo che porta alla creazione di tele dalla forte emozionalità astratta, un’arte che è segno, gesto e non parola. Con umiltà e caparbietà continua la sua ricerca che, finalmente, riceve una consacrazione definitiva e ufficiale: gli si aprono, infatti, le porte della Biennale di Venezia, del Metropolitan Museum di New York, degli Uffizi di Firenze, del Palazzo Reale di Napoli, mentre sue opere vengono acquistate dalle più importanti raccolte d’arte contemporanea sia pubbliche che private.
Se Fontana aggredì la tela con secchi tagli distruttivi (lo stesso si potrebbe dire delle bruciature e gli interventi di Burri), Emblema compì una lenta sfilatura della trama, agendo per sottrazione e alleggerimento, inseguendo la trasparenza attraverso la sovrapposizione di più tele. Il risultato fu la creazione di uno scambio definitivo tra il supporto e l’opera stessa, che finirono per identificarsi, mentre il colore servì soprattutto per sottolineare la trama della tela di sacco.
In Embema è assente qualunque ambizione di demistificare la pittura, o di sciogliere la sua ambiguità di fondo. Praticando un lavoro manifestamente manuale e non-creativo, risalendo e diradando la materia, si ritrova la luce, lo spazio, il tempo, la forza significante e non traslata del simbolo.
All’interno di questi spazi assoluti in attesa di definizione, privi di ogni possibile contraddizione interna, galleggiano forme biomorfe, ora strutture contraddistinte da una calibrata alternanza di vuoti e pieni, nelle quali il segno cerca l’identificazione nel gesto e nell’espressività diretta del colore. Natura su natura per ricavare una natura “altra”, lirica, che percepiamo davanti ai nostri occhi, ma che esiste solo dentro di noi.

NEA ART GALLERY
Via Santa Maria Di Costantinopoli 53 (80142) Napoli
+39 0810332399   info@neartgallery.it   www.neartgallery.it
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Di Admin (del 28/09/2012 @ 00:00:01, in Arte News, linkato 1650 volte)
{autore=schetter francesco} Francesco Schetter (Napoli, 1955)

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pastello 50x70 cm

Francesco Schetter è nato a Napoli nel 1955; la pittura diventa la sua attività sin da giovanissimo e lo porta a frequentare l’Istituto d’Arte Filippo Palizzi e ad entrare in contatto con gli ambienti artistici partenopei del periodo, traendo forza e vivacità ma tenendosi sempre nella dirittura di una propria impronta rappresentativa. La sua prima mostra collettiva risale al 1969 a Napoli – Targa d’oro Mergellina – mentre, la sua prima personale nel 1972 è al Salone Ford di Portici. Nel 1986 si trasferisce a Trinitapoli in Puglia. L’anno dopo, a Barletta, riceve il primo premio “Giuseppe De Nittis” per le opere di piccolo formato.


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pastello 50x70 cm

Dopo gli anni iniziali improntati da una matrice espressionista – astratta, oggi la sua ricerca lo ha portato a considerare e studiare i grandi maestri del passato e ha spinto la sua arte verso la figurazione e verso una soggettistica più tradizionale. Continua a frequentare i maggiori agenti e le migliori gallerie d’arte della sua città natale che hanno contribuito ad esportare le sue opere in collezioni private estere negli Stati Uniti d’America, in Francia, in Spagna e nel nuovo mercato russo.


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pastello 50x70 cm

 “Il poderoso incombere, nella più recente produzione dello Schetter, di figure umane, atteggiate in posa di naturalezza estrema, parrebbe lasciarci indifferenti se non cogliessimo, dopo il primo distratto sguardo, un sentimento di profonda e sofferta drammaticità. Quel tanto che basta per fuorviare ogni sospetto di un virtuosismo artistico fine a se stesso. Alla base del suo operare, comunque, un limpido segno grafico e pezzature di poche tonalità dominanti di rossi affogati, turchini profondi, bianchi luminosi, verdi intensi e perfino favolosi viola. Il tutto per forme esaltate da una sinuosa e irrequieta vitalità!...


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pastello 50x70 cm

[…] Quella per la rosa è una sua passione viscerale, un interesse senza limiti per un fiore notoriamente stupendo. Questo, a prima vista, parrebbe giustificare l’exploit artistico davvero sorprendente dell’Artista […].

schetter-francesco-modella

pastello 50x70 cm

Un roseto che incanta con le sue mille tessere coloristicamente interessanti. Ecco, forse è questo che alla fine giustifica la ricerca e l’amore di un artista come Franco Schetter per la rosa. Mille sono infatti le sue varietà botaniche e mille le maniere a disposizione dell’Artista per rimirarla e fermarla con pennellate rapide e mai ripetitive: mille ancora i profumi che paiono inebriarci e sempre mille, per illusione, gli scenari che paiono celarsi ed aprirsi a un tempo dietro al roseto…” (Matteo de Musso)


schetter-maternità

pastello 50x70 cm
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Di Admin (del 26/09/2012 @ 00:00:01, in Arte News, linkato 2766 volte)
{autore=scoppa tobia} Tobia Scoppa (Napoli, 1945)

tobia-scoppa-20x40

olio su tavola 20x40 cm

Le opere più significative di Tobia Scoppa sono quelle che rendono con immediatezza il vedutismo naturalistico, siglandolo a larghe e guizzanti pennellate e facendo vibrare i colori con aperta luminosità. Si nota una lunga dimestichezza con il linguaggio cromatico che, nei temi trattati, diventa raccordo stimolante fino a sollecitare l'attenzione. I paesaggi di questo artista hanno un'intonazione esistenziale che indica l'amore per la natura ed un innato romanticismo ecologico.


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olio su tela 50x70 cm

Scoppa è sollecito a recepire gli effetti più appassionati del brano naturale e, quando ne osserviamo la resa, ci rendiamo conto di come costantemente egli aggiorni la ricerca ed i mezzi espressivi. Il suo è un lavoro assiduo, impegnato, che è partito da una forte tensione per diventare negli anni mestiere e ispirazione. Perciò le sue opere non lasciano indifferenti, specie quelle in cui la luce si amplifica in liquidi riflessi e dove si consolidano spazi umani, familiari alla memoria o alla cronaca.


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olio su tavola 30x40 cm

Sono felicemente interpretati i suoi moli, i mercatini gli scorci di costiera, i tagli di rocce nel panorama, sicché tutto l'insieme si amalgama in un cromatismo che individua i volumi e nel contempo quel vero che innamora. D'altra parte questo genere pittorico che vanta nobili e fertili tradizioni, quando trova interpreti coerenti, consente fruitori di meditare sulla viva scena del quotidiano alle ore che fuggono, e sulla vasta gamma di sensazioni e sentimenti che germinano dal reale.


tobia-scoppa-chiesetta

olio su tavola 40x30 cm

Scoppa respira con felice intuito en plein air rendendo, tra impressione ed espressione, barche ed onde, campagne e case, preferendo il sole sugli spazi smaglianti, sugli oggetti bene individuati. Anche i suoi interni sono accattivanti, semplici, umani, schietti nei loro umori che acquistano significato proprio nel farsi di questa pittura in progresso verso mete sempre più armoniche di tecniche e contenuti estetici. (Angelo Calabrese, 1984)


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olio su tela 50x70 cm
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Di Admin (del 22/09/2012 @ 00:00:01, in Arte News, linkato 1849 volte)

Arnaldo De Lisio, nato a Castelbottaccio in provincia di Campobasso nel 1869, dove trascorre l’infanzia e l’adolescenza, si trasferisce a Napoli nel 1883. Mostrando una forte inclinazione per il disegno si forma alla scuola pittorica della tradizione napoletana, con gli illustri maestri quali Domenico Morelli, Ignazio Perricci e soprattutto Gioacchino Toma, dai quali apprende le tecniche più avanzate e il segreto dei migliori cromatismi. Determinante per la sua formazione artistica è anche la conoscenza del pittore Eduardo Dalbono. Nel 1899 si reca a Parigi, dove rimane quattro anni; in questa città è con gli amici Pietro Scoppetta, Raffaele Ragione e Antonio Mancini. L'esperienza parigina da nuova linfa alla sua produzione e gli permette di sganciarsi dalle influenze eclettico-morelliane presenti nelle opere giovanili: qui viene a conoscere ed apprezzare gli impressionisti francesi ma, anche intuendo la funzione rivoluzionaria di questa pittura, non ne subisce completamente l'influenza e sa piuttosto mediare la nuova corrente alla vecchia tradizione ottocentesca napoletana. Tornato a Napoli, De Lisio si sposa con Alfonsina Di Mauro dalla quale ha numerosi figli. L'artista ormai affermato, nel 1923 si trasferisce a Roma, ove rimane sino al 1925, qui esegue tra gli altri, i ritratti di Francesca Bertini e di Matilde Serao, e viene consacrato pittore di successo dalla committenza romana che fa a gara per farsi ritrarre. Artista versatile spazia dalla tecnica del pastello all'affresco, all'acquerello e all’olio, eseguendo anche piccole tele con scene di genere, ritratti, nature morte, paesaggi, scene di caffè, vedute di Napoli e Parigi con una spiccata nota di stile personale. Esegue anche parecchie decorazioni in edifici pubblici e privati e fa l’illustratore di riviste e spartiti musicali. Dal 1888 al 1911, espone alle mostre della promotrice Salvator Rosa di Napoli e partecipa ad eventi e a esposizioni nazionali. Arnaldo De Lisio, pur viaggiando spesso e ritornando più volte a Castelbottaccio, vive per lo più a Napoli, lavora guardando il mare di Mergellina che dipinge mirabilmente in alcuni tra i suoi quadri più significativi. Molte in collezioni private, le sue opere sono esposte nella Galleria d’Arte Moderna a Roma, nella Pinacoteca di Palazzo Reale a Napoli, al Museo di Bombay. Muore di notte, nel 1949, tra i suoi pennelli e i suoi colori, quasi ottantenne, lasciando molte opere incompiute ed un ultimo quadro in cui ritrae l’adorata nipotina.
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Di Admin (del 08/09/2012 @ 13:30:01, in Mostre ed Eventi, linkato 1086 volte)
Il senso antico e contemporaneo della Piedigrotta è nella ritualità, nella Serenata alla Vergine, nelle installazioni di luce e nei canti. Nel rappresentare l'identità di una città fiera di sé ma che non vuole piegarsi nella sua memoria. In questa edizione, come amministrazione, abbiamo affiancato e sostenuto i desideri della comunità che da sempre mantiene viva la Piedigrotta. Religiosi, laici, turisti, cittadini. Appassionati d'arte e studiosi di Antropologia condividono in questo speciale anniversario un'attitudine a celebrare il culto sacro e i secolari culti profani. Il territorio che accoglierà l'edizione di quest'anno include il santuario di Santa Maria di Piedigrotta e il lungomare di via Caracciolo, la spiaggia di Mergellina e l'omonima stazione ferroviaria, la Villa comunale con la Cassa armonica e la Casina pompeiana e il Teatro di San Carlo. Vogliamo dare spazio alla creatività del quartiere e all'inventiva coraggiosa delle mamme, che con le classiche macchine da cucire realizzeranno i vestitini che i bambini indosseranno durante la festosa sfilata. Allestimenti urbani luminosi, mostre fotografiche antologiche, processioni di pescatori, laboratori musicali riservati ai più piccoli, performance sonore itineranti, liturgie e esplosioni pirotecniche di colori diventano stile e contenuto, sostanza e forma, di un evento che è dedicato parallelamente al quartiere e ai turisti, abbinando il presente al passato. Allora mi auguro che tutti vogliano e possano partecipare a questa iniziativa popolare che unisce turismo, cultura, storia e religione, nello spirito di una tradizione che sa convivere con gli esperimenti delle nuove generazioni.
Antonella Di Nocera
Assessore alla Cultura e al Turismo



 

Oggi 7 settembre inizia la "Festa di Piedigrotta". Negli anni '50 era una festa bellissima, molto partecipata perchè nella Via Toledo si riversava tutta la popolazione della città di Napoli e c'era anche la sfilata dei carri allegorici, mentre nella Villa Comunale aveva luogo la rappresentazione teatrale con le più belle commedie di Eduardo. Da un pò di anni questa festa è stata dimenticata, cancellata nella memoria storica e collettiva della città con vari tentativi di farla rinascere. Questa ultima edizione è affidata a Roberto De Simone.




IL CALENDARIO DEGLI APPUNTAMENTI

"...si vuò capì Napl tecchet ‘e chiav rind ‘e mman
e si tras è nfern e paravis, sacr e profan
lott tra Abel e Cain
chi va facenn ‘e vot ‘e sant
e chi ancor addummann a Sibill sort e destin
cultur greca o latin…
"
Tratto dalla Tradizione esoterica napoletana.

Alcune immagini della Festa di Piedigrotta
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Di Admin (del 31/08/2012 @ 00:00:01, in Arte News, linkato 4837 volte)
{autore=de martino alfredo} Alfredo De Martino (Napoli, 1928)

Esordisce nel mondo della pittura negli anni Cinquanta, anni in cui tutto il mondo culturale era in pieno fermento, teso a scrollarsi di dosso un passato necessariamente statico. De Martino viene in contatto con i pittori di quegli anni: Viti, Crisconio, Villani, Brancaccio, Bresciani, ecc. e con essi discute, dipinge ed espone. De Martino è uno dei più assidui frequentatori della galleria Forti, che rappresenta un vero e proprio tempio della pittura per quegli anni, partecipa a diverse mostre vincendo nel 1945 il premio di disegno alla mostra giovanile “Premio Forti”. Negli anni che seguono De Martino partecipa a numerose collettive e personali e le sue opere si trovano in collezioni private in Italia e all’estero. Un suo dipinto è conservato nella chiesa di S. Maria degli Angeli in Napoli.


 alfredo-de-martino-madonna-con-bambino

pastello su carta 50x35 cm


Scorie, non altro che scorie, gli strimpellatori, consumatori di materie coloranti di oggi. Di tale armata di perditempo non fa parte Alfredo De Martino, che è bene inquadrato nella pittura napoletana, che è e sarà gloria dell’arte italiana. Al pittore De Martino il mio riconoscimento. (Antonio Asturi)


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olio su cartone 20x28 cm


De Martino non ama le assenze. Egli non si è mai arruolato tra i cacciatori allo spasimo delle utopie. Né, tanto meno, si è irreggimentato tra i sottoscrittori e i fiancheggiatori di for­mule. Questi atteggiamenti ludico-estetici li ha lasciati agli altri. Egli semplicemente è un pittore, o meglio uno che si esprime attraverso il colore, intensamente, luminosamente, matericamente mediterraneo. Ha alle spalle l’Ottocento napoletano e particolarmente Portici. Ha avuto compagni di via occasionali e significativi, tra cui Crisconio. Fondamentalmente, però, è rimasto ed è un autodidatta. Che poi è una scelta fatta da ogni artista, che rivendichi autonomia e auten­ticità al suo lavoro. Questo, sempre. Ma oggi la scelta dell’autodidatta acquista più senso che mai, in rapporto all’imperante e stritolante unidimensionalità di atteggiamenti e di gu­sto, rigidamente controllati dall’occhio onnipresente dell’orwelliano Grande Fratello. Oggi, infatti, i prodotti come le idee scorrono preconfezionati su un nastro d’acciaio da catena di montaggio, programmata con tempi di efficienza e negli interessi della Ditta o del Sistema. Costituiti non più su cifre di approssimazione artigianale, ma su automatismi di Megatecnica o Megamacchina, come dice L. Mumford. Sotto la luce perentoria e unica dell’occhio solare della Megamacchina, ogni idea, anzi ogni gesto che presuma di regolarsi e orientarsi per pro­prio conto e di contrapporsi alle lucide, precise, metalliche, cellophanate serie degli oggetti industriali, più che una sfida, risulta uno sgarro di mancata omertà e quasi un sintomo di follia. Sembra che contro il gigante armato osi alzare la faccia impertinentemente e assur­damente un piccolo, indifeso, sprovveduto, minuscolo essere, deciso ad offrirsi come esempio d’insubordinazione anche per gli altri, che nel frattempo fanno parte delle schiere sconfina­te degli schiavi. De Martino, però, a questa stessa operazione non sottende uno zoccolo di enfasi, per ergervi sopra una statua tribunizia per l’agorà o per il foro. Nè vi immette il veleno dei “ragionieri” della pittura dei nostri giorni, dalle meningi logorate per le lunghe e tormentose vigilie pas­sate a meditare su lacerti di sociologia e di ermeneutica, di semiologia e di psicoanalisi. De Martino non è per le esibizioni, nè per le citazioni o le contaminazioni. La sua materia è tutta nel colore, che accende la vita, forma i corpi, racconta i fatti, stabilisce i rapporti nel tempo e nello spazio. Egli sa che inizialmente è stata la luce ad immergersi nel caos, a spro­fondare negli abissi e ad aprire le distanze o ad accoppiare le vicinanze. Ma subito, insieme con la luce, si è precipitato nel mondo il colore, che ha dato respiro ed energia all’universo, identità e fisionomia ai singoli aspetti. È il colore, infatti, per De Martino, che snida le pre­senze e le obbliga ad uscire allo scoperto e a dichiararsi inchiodandole definitivamente ai loro segreti magnetici e alle loro capacità espressive. Queste presenze non provengono dal nulla nè vanno verso il nulla. Il loro destino è dato nel momento in cui nella fisicità dello spazio si articola, come accade allo spettro dell’arco­baleno, una stretta connessione di campi cromatici. Nel coagulo e nello scatto delle interdi­pendenze dei colori si ferma per sempre e si raggruma un’apparizione, qualcosa che rivendica il diritto alla vita e ai “pascoli azzurri” del sogno. Accadere, dunque, significa trapassare attraverso le tendine trasparenti e fluide dell’atmosfe­ra e raccogliere improvvisamente intorno a sé un’intensa pioggia e un denso ventilare di soffi e spirali di colori. Si forma, così, la maschera dell’essere e si dà spiegazione di un fondamen­tale concetto junghiano, con una di quelle misteriose coincidenze che adeguano spunti e con­clusioni di specializzati e di non specializzati del lavoro mentale. Sostiene C. G. Jung intorno alla realtà della persona: “Essa è solo una maschera della psiche collettiva, una maschera che simula l’individualità, che fa credere agli altri che chi la porta sia individuale (ed egli stesso vi erede), mentre non si tratta che di una parte rappresentata in teatro, nella quale parla la psiche collettiva”. La psiche collettiva di De Martino è il colore, l’elemento originario da cui scaturisce e di cui si alimenta la maschera individuale. Questa, però, proprio come accade alle persone nel contesto esistenziale, non è neutrale e asessuato veicolo di tensioni e pulsioni. Essa soffre questo suo accadimento, questo essere transitata e manipolata da vivide accensioni, da barba­gli, riflessi, esplosioni di colori, irrimediabili e irreversibili come un’aurora che diluvia e dilaga sui mari del sud. E di un aurorale turbamento, anzi di un dramma che appena si accenna, ma che sta li pronto ad esplodere e comunque non potrà essere evitato o delegato ad altri, parlano le figure umane ritratte ad olio sulle tele di De Martino. Sintomaticamente prevale fra esse la flessuosa e sensuosa figura dell’adolescente, colta nel suo segreto di turbamento e assorto stupore. Egual­mente ci restituiscono, insieme con la loro sostanza e il loro spessore, la cifra di un dramma appena avviato, le giovani donne viste allo specchio, alla lettura, alla finestra, come sul punto di decodificare l’enigma dell’esistenza, ovvero quell’impasto fatto di lamento e di accettazione, di malinconia e di gioia di scaldarsi al riverbero di un fuoco acceso che brucia nell’umoroso grappolo della propria carne. Quest’interna accensione, che filtra tormentosamente dall’interno e si rispecchia sullo scher­mo dell’atmosfera circostante, instaurando con essa un rapporto dialettico di compromessa e compromettente coseità, si sprigiona non solo dalle persone, ma anche dalle carnose nature morte, di una mortale appetitosità, e dai paesaggi naturali, stillanti, quasi lacrimae rerum, so­litudine e malinconia. E, forse, a monte dell’esperienza e dell’esercizio pittorici di De Martino si colloca quella malinconia attiva di cui parla Van Gogh. “Invece”, egli scrive di sé prima di partire per il Mi­dì della Francia, “di lasciarmi prendere dalla disperazione, ho preso il partito della malinco­nia attiva, per quanto avevo potere di agire, o, in altri termini, ho preferito la malinconia che spera, che aspira e che cerca a quella che, triste e inattiva, dispera”. I nessi, però, della malinconia non formano lacci per la fantasia di De Martino, che, nella forte qualità cromatica e materica della sua pittura, cattura e segnala guizzi e riflessi di un fuoco antico che insieme divora la vita e la morte, palpiti e pulsioni di una forza oscura, che terrorizza e inebria.   (Ugo Piscopo)


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olio su tela 40x30 cm


Quando si passa da una marea di gente che dipinge più o meno bene (quanti artifici lin­guistici il critico deve usare per dire senza nulla dire dell’amico “pittore”, in modo che il pro­prio nome non rimanga compromesso anch’esso su quelle tele, mescolato ai colori!); quan­do si passa - dicevo - a un pittore, il cuore finalmente si allarga. Si apre, il cuore, al godimento puro, quello che da sempre lenisce il dolore e acquieta l’an­sia, trasvalutando la realtà e rivalutandone l’essenza più intima e noumènica delle forme, del­le parvenze coloristiche, dei rapporti accidentali. Così si pone l’opera di Alfredo De Martino, un continuo, dialogare con se stesso sulla real­tà, un ininterrotto interrogarsi sul peso apparente e la consistenza reale delle cose. Questo porta ad opere di assoluta bellezza, come la “Natura morta con macinino”, in cui tutti i singoli elementi compositivi, la conchiglia, il canestro, la bottiglia, il macinino, i pan­neggi, vivono una propria relazione segreta con le leggi dei volumi e della gravità. Nel di­scorso globale del dipinto, la bottiglia, trasparente contenitore di vuoto, di non-materia, fun­ge da tramite fra la corposità delle masse brune e la levità delle forme chiare. “Maria”, invece, le leggi della fisica le sfida. De Martino non dipinge qui realmente la sua modella preferita, una dolce creatura dal volto assolutamente raro, con tratti androgini affa­scinanti e insondabili, che hanno dato all’artista, in altro momento, occasione alla fattura del­la più bella testa classica - ora in una collezione privata - di ragazzo greco (o almeno rispon­dente a quell’ideale personalissimo di bellezza greca che ognuno di noi alleva in sé come la più radicata, nobile e immotivata cognizione della bellezza) che mi sia stato dato di vedere nella ritrattistica contemporanea; ma egli riesce a fissarne sulla tela l’impossibilità stessa di definizione, di comprensione, di possesso, pur rendendo l’idea migliore che si possa avere della femminilità. “Maria” è stupenda. Il senso di abbandono è tangibile ed è reso in termini di pura poesia; se ne subisce l’incanto però difficilmente si riesce ad analizzarlo; forse, come dicevo, è nell’incorporeità ectoplasmatica della figura - remota in regioni di pensiero tutte sue, che un a­bito colore del cielo, tutto luce ed aria, non delinea e non delimita - che pure ha di umano i più solleticanti sentori. Per verificare quanto un artista possa variamente rendere la realtà secondo la percezione dell’estro, basta raffrontare questa con l’altra sua “Maria”: stesso ambiente, stessa poltrona, stesso abito, eppure qui si è in una dimensione totalmente diversa. La donna è un individuo attivo, il suo corpo è in tensione, il suo sguardo, forse appena un po’ distaccato, è però attento, i suoi gesti, eleganti e contenuti, sono pur sempre un aggan­cio col mondo del sensibile, emblematizzato dal delicatissimo rosa di un cappello a larghe falde. Di pari raffinata grazia sono le due suonatrici di mandòla. Di angeli musicanti la nostra cultura pittorica offre esempi luminosissimi fra i quali, a buon diritto, vanno a inserirsi que­ste due figure, che alla classica compostezza del ritmo compositivo uniscono un moderno, inappuntabile, sapiente uso del colore. Il menestrello dal viso arguto ci dimostra che De Martino, come padroneggia il disegno, così spadroneggia col colore. Egli ne crea infinite gamme attraverso sfumature, sbavature, smagliature, presenze ed assenze (anche il non mettere colore è dipingere!), concentrazioni e diluizioni, grumi ed ombre, voragini e splendore. Si guardi “La lettura”: i colori confinano e sconfinano in un amalgama pastoso che fa del dipinto un frutto maturo succulento di u­mori sanguigni e sapidi. E nel “Vaso con rose” l’aura diventa decadente come in una poesia gozzaniana - “e non sono più triste ma sono stupito/ se guardo il giardino. Stupito di che? Delle cose/ I fiori mi paiono strani: vi sono pur sempre le rose/ vi sono pur sempre i gerani”- ­pur se la resa è di attualissima intuizione. Pittore evocativo nei paesaggi, mai scade il maestro nel genere “di maniera”, mai cede all’oleografico, al caratteristico; la partecipazione emotiva è sempre costretta nei limiti della sua misura intellettuale e colta. Anche laddove il tema è usuale in certa produzione parte­nopea, il piglio dell’artista ne dà interpretazioni di classe; basta considerare le varie versioni di “Barche al molo”: la resa del movimento lieve del mare è una bella prova di equilibrio; della sua immensa massa si intuisce la profondità e si subisce la potenza anche se non si increspa, non biancheggia, non si infrange, non rutila come nell’infinita “letteratura” pittorica in circolazione. E ugualmente rifuggono dal provincialismo opere quali “Via Caracciolo” e “Piazza Cavour” che assumono modi e valori di carattere europeo. Pittore evocativo e colto il De Martino, anche dal punto di vista filogenetico, per le influ­enze recepite e meditate dalle grandi scuole pittoriche e riflesse in tanti suoi paesaggi e ri­tratti e nature morte. Gli Olandesi coniarono, a meta del ‘600, il termine “Still-leven” (riverberato nell’inglese “Still life”) per quest’ultimo genere di pittura, termine che poi venne introdotto in Italia, al­lo scadere del diciottesimo secolo, nella infelice traduzione di “natura morta”. Che la prima versione sia quella più rispondente al vero, è chiaramente mostrato nella serie veramente co­spicua di “nature morte” del nostro pittore. La composizione “con pesci e limoni” è tutta un turgore di vita; i due frutti profumati e squillanti e le foglie tese nella loro consistenza coriacea illuminano l’intero spazio. In “Frut­ti d’autunno” si ha una sinfonia di colori di bosco novembrino che emana l’intenso afrore della terra umida. Non una piccola pennellata è dissonante: è un vero e proprio esempio di virtuosismo coloristico che assurge, per i tramiti eternamente misteriosi dell’arte, ad arte. Altrove un drappo scarlatto, vivida colata di magma in movimento, si contrappone alla ma­tericità biancheggiante di un vaso. E così dappertutto, fiori, canestri, strumenti musicali, vas­soi, statuine, vivono una loro intensa stagione di forme e di colori, mutevoli con la luce e con l’animo del riguardante, per cui variabili ne risultano il godimento e l’analisi. Naturalmen­te. Scrive Umberto Eco (Postille a “Il nome della rosa”) che “un romanzo è una macchina per generare interpretazioni” e che “nulla consola maggiormente un autore di un romanzo che lo scoprire letture a cui egli non pensava e che i lettori gli suggeriscono”. (Antonio Speranza)


alfredo-de-martino-ritratto

pastello su carta 50x35 cm


LA LEBENSWELT DI ALFREDO DE MARTINO.   Lebenswelt è il termine usato dai tedeschi per indicare il mondo della vita, il mondo della quotidianità, il mondo in cui gli oggetti e gli altri vanno incontro al soggetto, si danno a lui nella loro più spontanea immediatezza. Ed il soggetto li coglie per come essi si offrono, e li inscrive nei suoi progetti senza scomporli analiticamente, senza caricarli di alcun senso aggiuntivo, senza tematiz­zarli intellettualisticamente. Mondo e soggetto si integrano in un progetto unitario fondamentale, vivono quasi in un’irri­flessa simbiosi contro cui cozza e naufraga ogni tentativo di definire le sfere di appartenenza per delimitare e distinguere ciò che propriamente pertiene all’oggetto da ciò che, invece, dovrebbe essere considerato di stretta pertinenza del soggetto. Se è vero che il primo, originario impatto dell’uomo con il mondo è così come lo esprime la cultura fenomenologica tedesca, cade completamente il pregiudizio platonico contro l’arte rea­listica e la conseguente considerazione di essa come arte mimetica, come arte, cioè, puramente imitativa della realtà. Già quella che ad una prima e superficiale considerazione può sembrare una semplice riproduzione del reale, è frutto di un operazione spirituale originaria con cui il soggetto fornisce un sen­so ed un contesto significativo alla “cosa”. Il presunto dato oggettivo, infatti, è immediatamente ricondotto all’interno del circuito della ipseità, all’interno della sfera dell’emozione-comprensio­ne soggettiva e ne accoglie il senso primigenio. L’arte realistica, allora, più che pura e semplice operazione di registrazione, si qualifica come uno dei modi con cui l’uomo si rapporta al mondo ed agli altri uomini. Ed è proprio per questo, a parità con le altre forme di pittura, arte creativa. E va giudicata non per il semplice contenuto, per i soggetti che propone, ma per il risultato estetico complessivo scaturente dal complesso rapporto di forma e contenuto. Proprio su quest’ultimo terreno, l’arte di De Martino sollecita una riflessione ed un giudizio. De Martino si rivolge alla altrui sensibilità estetica con una grazia, una levità e soprattutto con una padronanza di mestiere che ben poco ha da invidiare ai celebrati maestri dell’arte classica napoletanaLe nature morte, le marine, gli scorci paesaggistici sono trattati con gusto personale, sono ca­ricati di un pathos immediato ed ammantati di un’aura di serena e diffusa malinconia. La pen­nellata forte, incisiva di De Martino è capace di creare volumi ed atmosfere di sentita poeticità senza appesantire la tela di inutile ed ingombrante materia. De Martino appartiene ancora a quel­la specie di pittori, in via di rarefazione, che sa disegnare con il colore e che non ha bisogno di ricorrere ad un presunto, non sentito astrattismo per nascondere la mancanza di tecnica, la ca­renza di mestiere. L’arte di De Martino si segnala, però, oltre che per le notevoli doti tecniche che la sottendono, anche per la capacità di penetrare il reale e di esprimerne l’essenziale. Una convincente testimonianza di ciò è fornita dai bei ritratti di donne e di fanciulle che occupano una parte non secon­daria nella produzione pittorica di De Martino. L’artista pur inquadrando il soggetto in una scena ampia e ricca di particolari, riesce a dare al viso e allo sguardo dei suoi personaggi una intensa carica espressiva, a veicolare attraverso il vol­to l’umana tensione emotiva, la vitalità spirituale o il senso di smarrimento o di abbandono che li pervade. Pittore tradizionale, certamente lontano dalle avventure di certa arte moderna, ma artista dotato di una naturale vena poetica e di una bravura tecnica non comuni. (Aniello Montano)


alfredo-de-martino-venezia

olio su tavola 28x38 cm

Parlare della pittura di De Martino sembra superfluo, in quanto essa coinvolge anche l’osservatore poco attento; l’immediatezza, la spontaneità, la forza della pennellata creano atmosfere vivibili, penetrabili. Il tratto rapido, deciso, i rossi violenti, accesi, quasi un turbinio di emozioni, gli azzurri delicati ed eterei si estrinsecano in eleganti momenti pittorici. Il suo estro è continuamente sol­lecitato a creare e distruggere sulla tela, alla continua ricerca dell’attimo pittorico significante che continuamente sfugge. Il girovagare senza posa, cavalletto in spalla, alla ricerca del luogo, della suggestione, dell’emozione, della sintesi che consenta al particolare poi prescelto di essere motivo di interpretazione della realtà dalla quale è circoscritto, crea, di volta in volta, struggimento ed esaltazione, prostrazione ed euforia. De Martino è pittore eclettico e versatile capace di fissare sulla tela indefinite e contrapposte emozioni, di passare dalla serenità e dalla aura di quiete di un paesaggio alla drammaticità ed alla forte suggestività di una natura morta, mantenendosi comunque spontaneo ed incisivo. De Martino è pittore che non è in cerca di facili consensi, le figure con le quali si cimenta sono trattate in modo essenziale,senza inutili artifici pittorici, tese solo al raggiungimento del principio vitale che domina l’intiero. De Martino è pittore che ......; De Martino è pittore! (Sergio Riunno)


alfredo-de-martino-granatello

olio su tavola 35x25 cm


  Il pronunciamento istintuale del colore usato con l’amore che si accredita alla sorgente primaria della pittura, parla assai chiaramente nelle tele di De Martino e gli assegna la veste nobilissima di epigono della scuola di Posillipo. Il De Martino ama il realizzo della pittura per la pittura, inserendosi forse inconsciamente, cioè per pura caratterizzazione istintuale, nella scia di Morelli prima e di Fattori dopo. Per quanto attiene invece al suo naturale talento e cioè la figura, possiamo dire che alla immediatezza fisionomica propria della Scuola napoletana, il De Martino assume la dialettica cromatica, confusamente felice, che ci richiama alla mente Van Gogh. (La Sicilia - 26 gennaio 1975)


 alfredo-de-martino-madonna

pastello su carta 50x35 cm


  Alfredo De Martino, uno degli ultimi validi esponenti della scuola pittorica napoletana del ‘900, ha reso un gran servigio all’arte figurativa con la sua donna eterea tipica del suo tratto. Dai suoi pastelli vengon fuori figure al limite dell’onirico apparentemente indefinibili ma nitide, vive e fortemente espressive. Le sue Madonne non hanno tempo; dinanzi alle sue opere la mente e lo spirito viaggiano attraverso un percorso spazio – temporale che va dal classico Raffaello al moderno Annigoni. La sua è un’arte contemplativa che spinge all’interiorità. La bellezza del suo tratto si accompagna all’estasi dello spirito di chi osserva, s’addentra nell’anima infondendo serenità. (Raffaele Visone)

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Di Admin (del 28/08/2012 @ 00:00:01, in Arte News, linkato 5541 volte)
{autore=criscuolo renato}
renato-criscuolo-trionfo-di-rose-nel-giardino

RENATO CRISCUOLO (Napoli, 1954)
"TRIONFO DI ROSE NEL GIARDINO"
OLIO SU TELA
80 x 120 cm del 2012

Ha esposto in molte città. Referenze in Italia presso: Meeting Art (Vercelli), Gam (Catania), Galleria Tigullio (Rapallo), Marchese (Messina), Galleria San Marco (Stresa), La Ghirlandina (Modena), Sheffield (Palermo), Cantini (Catania), Verga (Varese), Visconti (Chianciano Terme), Galleria Ponte V. (Bassano), Antichità Caiafa (Napoli), Galleria Marciano Arte (Portici); e all’estero: C. Cook Designs (Londra), Greenbaum (New York), Altri Tempi (Santo Domingo), in Texas, Scozia, etc.
renato-criscuolo-natura-morta-con-paesaggio

RENATO CRISCUOLO (Napoli, 1954)
"NATURA MORTA CON PAESAGGIO"
OLIO SU TELA
60 x 80 cm del 2012

criscuolo-renato-rose-rosse-e-rose-bianche

RENATO CRISCUOLO (Napoli, 1954)
"ROSE ROSSE E ROSE BIANCHE"
OLIO SU TELA
50 x 40 cm del 2012

Ogni soggetto risulta impaginato con cura. I colori non gridano ma si insinuano lentamente caldi e appropriati da dare completezza al contesto generale del quadro. Per riuscire ad apprezzare pienamente l’opera di Criscuolo, bisogna soffermarsi ad osservare quanto sia importante per lui dare la giusta luce ad ogni piccola pennellata che anche quando si succede rapida e scattante, sottintende sempre un disegno sapientemente felice chiaro… Con lui la pittura cessa di essere modello e diventa stato d’animo. (P. Ilardi)

renato-criscuolo-rose

RENATO CRISCUOLO (Napoli, 1954)
"ROSE"
OLIO SU TELA
50 x 40 cm del 2012

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Di Admin (del 09/08/2012 @ 18:52:01, in dBlog, linkato 3081 volte)
{autore=orellana gaston}



L'opera è firmata in basso a destra: "Orellana". E' accompagnata da autentica diretta dell'artista su foto b/n

Quando entro nello studio del mio amico Gastón Orellana a New York, è come entrare in una foresta di rossi e di verdi oliva. Si viene a contatto con un'opera la cui essenza è la moralità, dove la qualità e la sincerità non concedono tregua. A me ricorda molto la figura di Bertolt Brecht, giacché in lui, in aggiunta alle sue capacità di grande artista, ciò che è essenziale è la sincerità.

Quando il mio amico Gastón giunge a New York, mi riempie di gioia, e il suo entusiasmo non conosce limiti allorché mi mostra il suo lavoro. Vuole sempre spiegarmi che cosa sta facendo, e io rispondo che io sono lì proprio per questo... che non ho bisogno delle sue parole. È abbastanza ovvio che, essendo tanto aperta, la sua opera sta cercando di dire cose che sono piuttosto scomode sul piano estetico.

È un grande piacere vedere un artista che non prova paura; ciascuno dei suoi quadri, non importa quanto sia scabroso il suo tema, si presenta in modo assolutamente spontaneo, senza schemi preconcetti, fornendo al medesimo tempo una posizione estetica ben raffinata. Quando Gastón viene a casa mia, salutandomi coi suoi passi nervosi, gesticolando e ridendo di cuore, abbracciandomi, io sento una gran voglia di calmarlo. Ma calmarlo da cosa? Cos'è la sua intera persona, e cos'è tutta la sua vita, se non élan? Sicché, quando esce, i suoi passi rimangono; rimangono i suoi suoni; e quando riparte, ho la netta sensazione che il mio amico sia ancora a New York.

Cos'è che imprime alla pittura di Gastón Orellana la sua individualità? O, meglio, cos'è che dà all'opera di Gastón Orellana la sua qualità? E subito giunge la risposta: è la sua individualità. Cos'è questa individualità nell'opera di Orellana? È il rispetto per la poesia intrinseca dei materiali che usa. Come pure la sua abilità nel trovare relazioni fresche negli elementi stessi dell'espressione pittorica, più che usarli a fini descrittivi. Lui è il poeta della luce e del colore. Ciò è stato evidente in tutto il suo lavoro degli ultimi vent'anni. Con un'enfasi crescente su tali elementi della sua espressione e un'interrelazione drammatica e sensuosa tra loro. Questo è il canto di Gastón Orellana: un canto senza parole, un canto che risuona negli occhi. E continua a risuonarvi dopo averlo lasciato.

James Johnson Sweeney New York, 1983


Gaston Orellana è uno dei più significativi artisti spagnoli dell'ultimo dopoguerra. Nato a Valparaiso, in Cile, da antica famiglia spagnola dell'Estremadura, resta profondamente legato all'identità della spagnola terra di origine, anche se scorrendo l'intenso percorso della sua vita e della sua opera balza con evidenza il carattere di un internazionalismo culturale che riesce a comporre in una profonda unità operativa le più diverse esperienze che hanno segnato la sua avventurosa esistenza, condotta fra America Latina, Spagna, Stati Uniti e Europa.

Orellana studia Belle Arti alla Escuela Experimental de Educación Artistica nella capitale Santiago e poi continua alla Escuela de Bellas Artes de Viña del Mar. Nel 1954 Orellana incontra Pablo Neruda con chi mantiene un'intensa amicizia fino alla morte del poeta. Gli studi archeologici all'Universidad de Chile lo portano ad approfondire le componenti primarie e segniche della cultura precolombiana: tracce evocative di questa primarietà si avvertono spesso nella sua opera.

Sul finire degli anni Cinquanta Orellana giunge a Madrid, in un clima in cui si incominciano a sentire, nella Spagna franchista, necessità di nuove aperture internazionali. Il giovane Orellana, fonda nel 1959 il Grupo Hondo insieme a Juan Genovés, Jose Jardiel, Fernando Mignoni, prima esperienza in Spagna della cosiddetta Nueva Figuración, movimento che avrà particolari riscontri nel generale contesto europeo.

Nel 1959 Orellana partecipa alla ben nota mostra “The New Images of Man” al MOMA. In questo clima inizia il successo internazionale di Orellana, che nel 1965 lo riporterà negli Stati Uniti, dove si stabilira per diversi anni, inserendosi nell'intenso contesto culturale newyorchese, stabilendo stretti rapporti con la cultura d'avanguardia (con rapporti da Allen Ginsberg ad Arthur Miller), con critici come James Johnson Sweeney e galleristi come Martha Jackson, partecipando ad importanti mostre in spazi pubblici e privati. La sua pittura si arricchisce particolarmente in questo contesto assumendo nuove dinamiche spaziali e nuove drammatizzazioni gestuali e materiche.

Nel 1970 è invitato alla Biennale di Venezia, nel padiglione spagnolo con una mostra personale. Le opere esposte -fra cui il famoso dipinto “El tren en llamas” sono acquisite dal noto collezionista Joseph Hirshhorn per il Hirshhorn Museum and Sculpture Garden di Washington DC. I soggiorni in Italia sono occasione di numerose mostre; già nel 1970 stabilisce un rapporto con la galleria Christian Stein a Torino celebrandone una mostra nel 1972: qui incontra gli artisti dell'Arte Povera di cui apprezza particolarmente le procedure operative e i processi di concettualizzazione. In Italia, Orellana sperimenta nuove tecniche, dalla scultura in vetro (a Murano), alla ceramica (ad Albisola, in Liguria). Fra le mostre più significative di questo periodo conviene segnalare quella alla Galleria Schubert di Milano nel 1971, una presentata da Enrico Crispolti alla Galleria Rotta di Genova nel 1972, parecchie alla galleria della sua mercante di Madrid, Juana Mordo, la mostra inaugurale del Hirshhorn Museum and Sculpture Garden nel 1974, alla fiera di Basilea nel 1976, alla fondazione André Malraux a Reims nel 1977 e alla FIAC di Parigi nel 1978

Nel 1986 Orellana si ristabilisce definitivamente in Europa, e a cura di Germano Beringhelli si fa una grande mostra al Museo Español de Arte Contemporaneo a Madrid. A Milano si realizzerà nel 1990 una grande mostra antologica promossa dal Comune, a cura di Tommaso Trini, nello Spazio Ansaldo, che offrirà una prospettiva complessiva sul grande lavoro condotto negli anni dall'artista e sulla sua libertà creativa, capace di piegare alle proprie esigenze espressive tanto i materiali quanto lo spazio della tela. Roberto Tassi poi presenterà nel 1993 una mostra al Taipei Fine Arts Museum a Taipei, Taiwan.

Nel 1995 si fece una mostra alla Casa das Artes a Vigo, in Spagna. L'importanza cardinale di questa mostra, come segnala il critico Marco Ricardo Barnatán, e che fu la prima a mostrare “il nuovo Orellana”, essendo cambiato il metodo pittorico dell'artista negli anni precedenti usando tecniche assorbite del lavoro della terracotta e anche portando il vortice dell'espressione tematica su ciò che Tommaso Trini chiama “un popolo di figure”. Nel 1999 questa rinnovata e rivoluzionaria figurazione e trattamento del soggetto fu evidenziata nella mostra "Bronx Around" nello spettacolare Centro San Francisco nella antica città di Caceres. Il rinnovamento dell'espressione estetica di Orellana portò alla sua mercante, Christian Stein, a dichiarare all'inaugurazione del padiglione spagnolo alla Biennale di Venezia del 1995 che”Gaston Orellana è l'artista di maggior interesse che la Spagna ha creato dopo Tàpies e Miró”. Nel 1998 la Stein fece nel suo padiglione alla fiera di ARCO, a Madrid, una mostra personale dell'artista. Nel 2005 viene esibita per prima volta l'opera "Crucifixion n1", proprietà dei Musei Vaticani nella Santa Casa di Loreto. Nello stesso anno, l'opera "La cama escarlata" (NY 1967) è inclusa nella grande mostra "Il male" alla Palazzina di Caccia di Stupinigi di Torino, curata da Vittorio Sgarbi, che comprende opere dei più significativi maestri dal Quattrocento al Novecento.

L'opera di Orellana di quest'ultimo periodo mostrano una marcata evoluzione dalle opere degli anni di New York, con colossali assemblaggi e polittici, usando una tecnica di graffito mai prima usata nella pittura, e addirittura aggiungendo dei collage di vari elementi come i metalli e specchi antichi. Medianti i dipinti sagomati a forma di lettere con la giustapposizione di piu tele, Orellana sposta la pittura, dove un significato non è mai letterale, non coincide col significante, verso l'arte di oggetti che invece consente di comunicare la cosa, la letteralità della cosa in sé, pur senza abdicare all'uso delle metafore. L'italiana Jole de Sanna presenta li ultimi lavori dell'artista nel volume 'Gaston Orellana, Orestea” dove scrive che “L'intera storia della pittura e l'esperienza dell'arte nella seconda metà del XX secolo non sfugge alla cattura di Gaston mentre svolge l'esistenza di Gaston fra i frutti di una storia civile e politica che scuotono il Sud America dei dittatori, l'Europa del dissesto e riassesto culturale e New York capitale dell'arte”.

(fonte: http://it.wikipedia.org/)


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