Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Admin (del 13/04/2012 @ 00:00:01, in Arte News, linkato 1907 volte)
{autore=capaldo rubens}
Uomo serio, attento, affronta i problemi dell'arte con umiltà e senza mai fermarsi a contemplare il già fatto, come in uno specchio. (Angelo Trimarco).
1.


L'opera è firmata e datata in basso a sinistra: "Capaldo R. 1964 Roma ". A tergo: cartiglio e timbro Galleria Mediterranea e cartiglio Mostra Promotrice "Salvator Rosa" del 1965.
[...] mi soffermo nella "Piazza del Popolo" che mi appare, nella sua fosca colorazione come una scena dove dovrà svolgersi un dramma e, per associazione di idee, mi ricordo di Scipione. (Pietro Girace).

2.


L'opera è firmata e datata: "Capaldo R. 1965 ". Cartiglio e timbro Galleria Mediterranea a tergo.
In Rubens Capaldo, si nota una robusta compattezza formale. Le figure dominano interamente il diagramma immaginativo, ne sono il motivo di centro. (Elia Bruno).

3.


L'opera è firmata e datata in basso a sinistra: "Capaldo R. 1963".

Rubens Capaldo, uno dei pittori napoletani più personali della sua generazione, è di quelli che sono restati fedeli alla loro originaria ispirazione e che, col passare degli anni, vanno sempre meglio affinando e approfondendo senza mai scostarsene con l'intento di seguire altre vie che non siano quelle proprie e individuali.

Egli ha assorbito dalla cultura di oggi soltanto quegli stimoli e quegli apporti più idonei a nutrire la sua stessa ispirazione.

Così che la sua figurazione (da autentico e consistente pittore figurativo) pur essendo quella di sempre presenta un suo spicco più intenso ed intimo. Nelle sue opere alle formulazioni plastiche (dove rivivono le patine dei bronzi ercolanensi, appena variegati dalla salsedine marina) corrisponde un chiaroscuro intriso di colori in un rovello di segni che paiono scavati col bulino.

Capaldo così rileva più da presso l'immagine identificandola con il fondo mediante l'identico trattamento cromatico, dove la luce e i valori atmosferici avviluppano la scena senza il minimo distacco.

Così che è raggiunta, in quel fluido di ruggine dorata, una vibrante unificazione plasmata in una forma fremente di accenti colorati e di elementi chiaroscurali.

Si avverte ancora, in Capaldo l'inseparabile legame con la scuola napoletana (Mancini) a cui si accompagna la presenza della fermentante tavolozza di Luigi Crisconio, con l'esito talvolta di personali innovazioni dovute ad altra temperie emotiva.

Nei paesaggi poi, nelle vedute di contrade marine, nelle nature morte, nei fiori, Capaldo investe il suo innato naturalismo con un velo d'aria e con un arretramento più di tempo che di spazio, conferendo alla natura un magico sentimento nostalgico, in cui l'attuale definizione di luoghi è trasposta in un'età traslata e tanto più amabile di quella attuale.

C'è da attendersi nell'opera e nell'impegno di questo pittore un processo di sublimazione così dei ricordi come delle forme attuali in stretta corrispondenza con il suo temperamento poetico, nella sempre più avvincente intesa tra il mondo della percezione e quello della fantasia.

La sua posizione è forse la più singolare di quelle dell'attuale panorama della pittura napoletana ed è rivolta all'avvenire senza per questo rinnegare le acquisizioni di un recente passato anzi fornendole di un affettuoso consenso nella sua propria testimonianza di consanguineità, di partecipazione, pur essendo egli ben fermo nelle sue spiccate singolarità.

(Carlo BarbieriIl Mattino, 1963)

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{autore=godi goffredo}
Mostra personale di Goffredo Godi: "Paesaggi mediterranei" all'Istituto Italiano di Cultura di Strasburgo dal 19 aprile al 18 maggio 2012.
Presentazione di Stefano Gallo, docente di Storia dell’Arte Contemporanea presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”.
Organizzazione e coordinamento: Association Culturelles Autre Italie.
La mostra sarà accompagnata dalla pubblicazione di un catalogo con testi tradotti in alcuni dei principali idiomi europei.
 

goffredo-godi-1968
"Nel verde" Olio su tavola 43x63 cm del 1968. Collezione Marciano Arte

Istituto Italiano di Cultura - Strasbourg
7, rue Schweighaeuser – F – 67000 Strasbourg
renseignements :
tél. 03 88 45 54 00 - fax 03 88 41 14 39
website: www.iicstrasburgo.esteri.it
email: iicstrasburgo@esteri.it
dalla presentazione del prof. Stefano Gallo:

A me sembra che chiunque sia posto di fronte ai dipinti di Godi, alle sue piccole tele dai vivaci colori sulle quali affiorano sintetiche raffigurazioni del mondo, non possa sottrarsi a un certo sentimento d’incanto. È la sorpresa, la meraviglia e subito dopo il senso un po’ di mistero che si prova per quanto riesce a catturarci, a farci preda di una diversa visione, di un diverso pensiero. È quel che succede sempre di fronte alle opere d’arte, di qualsiasi concezione e fattura esse siano l’esito: dalle più astratte o concettuali a quelle al contrario, come i dipinti di Godi, più vicine alla riconoscibilità del mondo visibile che ci circonda; ma a condizione che vi sia quel qualcosa che chiamiamo arte, che è in grado di trasferirci in una dimensione simbolica o immaginaria dell’esperienza. I quadri esposti in questa mostra rappresentano bene i soggetti cari al maestro. Vediamo soprattutto paesaggi, poi nature morte e rappresentazioni di persone nella natura. Ma compaiono anche due dipinti nei quali le figure sono state sottoposte a processi d’astrazione che hanno consentito la costruzione d’intrecci dinamici. Già questo aspetto, quantitativamente secondario nell’attività di Godi, che si è voluto tuttavia documentare, lascia intendere che la formazione del suo linguaggio è stata più stratificata di quanto a un primo sguardo potrebbe apparire. Ma anche un’osservazione attenta dell’insieme delle sue opere non può non stimolare chi le guarda a interrogarsi sull’apparente semplicità d’espressione di cui esse si avvalgono. Il fatto è che l’immediatezza con la quale le immagini di Godi giungono al fruitore trae in inganno. L’immediatezza degli effetti suggestiona, coinvolge, allieta; e insieme nasconde il linguaggio che tali effetti genera. La semplicità apparente del linguaggio di Godi risiede in un peculiare uso della lezione astratta che recupera l’elementarità di stesura del colore e la sua struttura frammentaria per ottenere effetti mimetici di più intensa e immediata ricezione. Se si osserva una qualsiasi delle opere in mostra, per esempio Barche di pescatori, ci si accorge che la forza rappresentativa del quadro è generata proprio dalla frammentaria costruzione per piani di colore sia degli spazi, sia degli oggetti in esso disseminati, sia dell’ambiente naturale nel suo insieme. La viva immediatezza della scena in fondo non deriva dalla facile riconoscibilità dei diversi motivi figurativi, ma dalla rapida sintesi dei distinti piani di colore secondo cui Godi realizza la rappresentazione. È questa struttura di segni, che rimane nascosta a chi si lascia catturare solo dal loro esito raffigurativo, a nutrire le rappresentazioni di Godi del loro spirito felice, che, contiene in sé tanto il sentimento dell’eterno che il presentimento della fine. Dal punto di vista della storia dell’arte, direi che il “naturalismo fremente” della pittura Godi si differenzia sia dai modi dell’Impressionismo che dell’Espressionismo. Dai primi, perché non si serve della sintesi ottica dei colori. L’immediatezza visiva delle sue forme essenziali e vivaci è data dalle relazioni sintetiche che si stabiliscono tra i diversi piani di colore, senza mai pervenire a soluzioni di fusione. Anche il riferimento all’esempio di Cézanne non calza bene, perché ciò che caratterizza i quadri di Godi è il risalto intenso dei particolari della veduta. Se si guarda, per esempio, la Natura morta del 2006, immediatamente si è richiamati dalle dissonanti stesure cromatiche delle quali sono fatti i frutti e gli ortaggi alla percezione della loro esistenza. Allora si penserebbe alla presenza nella sua pittura di una carica espressionista. Ma si faccia il confronto con Soutine e ci si renderà conto che la soggettività con cui Godi si avvicina ai suoi motivi nulla ha a che fare con la volontà di stravolgerli da cima a fondo con l’impeto di un pathos interiore. Le sue rappresentazioni lasciano avvertire una vibrazione, direi un tremito esistenziale; ma è tutt’altra cosa rispetto al ruolo che la manifestazione dell’interiorità gioca generalmente nell’Espressionismo. Guardiamo Godi dipingere. Che cosa ci mostrano le sue vedute? Che cosa guardando e dipingendo, guardando sempre col pennello alla mano, ci ha fatto vedere? Quel sorriso incantato di Godi non prelude ad una pittura che effonda sentimento, ma neanche a una distaccata osservazione. L’artista vuol cogliere qualcosa del mondo cui guarda, qualcosa della vita che si nasconde in esso, più in profondità della superficie delle cose, dove l’uomo possa trovare il nutrimento per sé perché di quella vita anch’egli è parte. È un vedutismo dunque che ha una motivazione e una guida spirituale, ma che sa di dover cercare guardando, senza avvicinarsi troppo ai motivi per non riversarvi un sentimento di origine soggettiva, senza rimanere troppo lontano da essi per non perdere la ragione umana di quella osservazione. La mia impressione è che Godi facendo parte di quell’esperienza – e di quella cultura – che ha attraversato la guerra e le si è proiettata oltre rimanendone segnata, ha sentito che prima dell’essere c’è l’esistere, che all’essere l’uomo può giungere solo passando tra i sentieri dell’esistere, che il nutrimento dell’eternità della natura dunque, e il nutrimento che questo sentimento può dare, si possono attingere avvertendo a fondo quanto tutto sia “esposto” al divenire. E trasferendo questo in pittura, a me pare che quel contatto con la vitalità del colore-materia, cioè quell’assimilazione d’una essenza di Informale rielaborata nella resa dell’immediatezza vitale della veduta, sia l’altra faccia di tale sua matrice – per esperienza di vita – “esistenzialista”.

catalogo in formato elettronico:
www.goffredogodi.it/catalogo_Godi_IIC-Strasburgo.pdf

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Di Admin (del 06/04/2012 @ 11:27:01, in Arte News, linkato 2479 volte)
{autore=chiancone alberto}



L'opera è firmata in basso a sinistra: "A. Chiancone". Firma e data a tergo.

"Ho sempre considerato Alberto Chiancone una specie di Gioacchino Toma dei tempi nostri; ma egli alla spiritualità dell’autore della «Sanfelice in carcere» aggiunge qualcos’altro, e cioè una modernità di accenti ed una spontanea eleganza, virtù coteste che gli consentono di affrontare qualsiasi «motivo», sia pure i più comuni del vedutismo napoletano, senza farlo mai cadere nella banalità del vero o del «pittoresco» o del volutamente cerebrale, che è poi un altro aspetto dell’insincerità artistica. Sono tanti anni che conosco e seguo Chiancone: non l’ho visto mai, nemmeno nei momenti di crisi o di sfiducia, deviare dal suo cammino: ne abiurare la tradizione per apparire «aggiornato» o come suol dirsi, stupidamente, «pittore del proprio tempo». Come se il pittore, dice bene Oppo, subisse il proprio tempo soltanto da un lato esteriore ed ottico. Il suo impressionismo, sorretto dal senso della forma come quello di alcuni grandi pittori dell’ottocento italiano e francese (Fattori, Renoir, Degas) si è arricchito di mano in mano dal punto di vista sia della luce che della bella materia pittorica, realizzando, quel che più conta, atmosfere spirituali e poetiche che potrebbero trovare il loro riscontro nelle pagine di uno scrittore intensamente meditativo. Alberto Chiancone è un uomo attento e pensoso; e tale è anche la sua pittura, che tende a penetrare, con un gusto quasi psicologico, personaggi e paesi, mettendone in luce soprattutto gli aspetti interiori, e certe particolarità del carattere come la tendenza al sogno o alla meditazione, all’idillio o alla nostalgia. Prende delle «signorinelle» napoletane, e ne fa le protagoniste di un romanzo o di un racconto che forse Guy de Maupassant avrebbe scritto; le sorprende in un club esistenzialista, tutte intente a prodigarsi in un ballo sfrenato, oppure in un momento di riposo o di abbandono alla malinconia, e tali ce le ripresenta sulle sue tele, non senza qualche lieve accenno all’ironia ed alla caricatura. Comprende profondamente la loro tristezza e la loro ansia di vivere. Quasi con uno stesso sentimento egli affronta i paesaggi, sia quelli di Napoli che dei dintorni; poiché i «paesi» per lui sono «personaggi» che hanno i loro umori buoni o cattivi, e che potrebbero raccontare storie di giornate di sole o di pioggia, di esultanza e di tedio. Qui Chiancone opera nel suo elemento, con una libertà illimitata, e descrive ed accenna con la vena di un poeta elegiaco, illuminando cieli densi di nebbia, velieri nel porto, contadini intenti alla potatura, trattorie di campagna, mattinate estive, ove circola sempre quel sottilissimo filo di poesia crepuscolare che riesce a tramutare un «paese» in un personaggio".
Piero Girace, dalla presentazione al catalogo della personale alla galleria Mediterranea, Napoli, 1962.
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MOSTRA ICONOGRAFICA

Dal 30 marzo al 30 giugno

Capolavori Inediti in esposizione

Tutti i giorni ,dalle 9.00 alle 18.00

Per info e prenotazioni:

info@museosangennaro.it

039 – 081.294980


Il Museo del tesoro di San Gennaro a Napoli, pur esponendo opere e testimonianze della grande civiltà di un popolo millenario è un museo giovane. E’ stato inaugurato grazie anche al contributo dei fondi della Comunità europea, in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici, la Soprintendenza Beni Artistici e Storici e la cui realizzazione e gestione è stata affidata alla Pg Video srl di Napoli, ma ha già al suo attivo un interesse internazionale ed un’affluenza record.

Si tratta di un Polo Museale di altissimo valore storico artistico, culturale e spirituale dedicato alle straordinarie opere appartenenti al Tesoro di San Gennaro, sinora mai esposte, ed alla bellissima Sacrestia con gli affreschi, tra gli altri, di Luca Giordano ed i dipinti del Domenichino e di Massimo Stanzione.

Antichi documenti, oggetti preziosi, argenti, gioielli, dipinti di inestimabile valore, facenti parte del Tesoro di San Gennaro che, nel corso dei secoli, sovrani, papi, uomini illustri o persone comuni hanno donato per devozione al Santo, hanno trovato e troveranno in questa sede una propria collocazione e soprattutto consentiranno, in varie fasi, l’allestimento di mostre tematiche rare e straordinarie.

Il percorso museale è accompagnato da un itinerario sonoro che parte, nella prima sezione, dalle voci dei vicoli di Napoli, a sottolineare la forte appartenenza e aderenza con le radici della città, per poi articolarsi in una preghiera a San Gennaro nella sezione in cui sono esposti i busti d’argento dei compatroni che accompagnavano la processione di San Gennaro e, nella terza sezione, dove è esposto il reliquario del sangue donato nel 1305 da Carlo d’Angiò e che ancora oggi trasporta le ampolle del sangue in processione, è il canto evocativo delle parenti di San Gennaro a raccontarci il miracolo della liquefazione. Nella quarta sezione, invece, sono protagonisti i canti antichi sacri del ‘600. Al secondo piano si accede alle Sacrestie, mai aperte al pubblico per quattro secoli e che oggi, grazie al museo, è possibile ammirare in tutta la loro straordinaria bellezza con i marmi pregiati, i dipinti di Massimo Stanzione, di Dominichino, di Luca Giordano. Nelle nuove sale del terzo piano, allestite per l’occasione, sono esposti i leggendari gioielli: le undici straordinarie meraviglie del Tesoro dedicato al Santo protettore di Napoli (a detta degli esperti una delle collezioni più ricche del mondo assieme alla Corona d’Inghilterra e al Tesoro dello zar di Russia) che si aggiungono all’ esposizione permanente degli argenti del Museo del Tesoro di San Gennaro.  L’allestimento della mostra è un vero e proprio viaggio nel tempo tra le bellezze e le radici di Napoli, tra i vicoli e i colori dei mercati, tra i volti degli emigranti e quelli del popolo in attesa del miracolo, tra la processioni di New York e quella di Napoli, con sonorizzazioni, immagini, voci, emozioni, che si rincorrono tra le sale  dove emergono dal buio solo le luci splendenti dei gioielli più preziosi del mondo.

Centocinquanta audioguide in italiano, tedesco, inglese, francese e spagnolo, comprese nel costo del biglietto, oltre al supporto delle hostess, sono in grado di offrire una puntuale e precisa spiegazione del percorso museale. Adiacente al Museo è ovviamente la Real Cappella del Tesoro di San Gennaro, gioiello universale del barocco. Il Museo del Tesoro di San Gennaro ha inoltre stipulato una serie di convenzioni con le quali, acquistando un biglietto unico integrato, è possibile visitare anche la Quadreria del Pio Monte di Misericordia, gli Scavi archeologici del Duomo, la basilica di Santa Restituta e l’abside angioino del Duomo e usufruire delle audioguide all’interno della Real Cappella del Tesoro.


Paolo Jorio

Direttore del Museo del Tesoro di San Gennaro
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Di Admin (del 29/03/2012 @ 10:54:01, in Mostre ed Eventi, linkato 939 volte)
{autore=sangiovanni mario}


Mario Sangiovanni

"Paesaggio Flegreo" a cura di Patrizia Di Maggio e Daniela Ricci (29 marzo - 29 aprile 2012)

Napoli, Palazzo Reale - Inaugurazione giovedi 29 marzo ore 17,30 -


La Sala Dorica di Palazzo Reale a Napoli accoglie per la prima volta le opere dell’artista Mario Sangiovanni nella mostra "Paesaggio Flegreo".

Dal 29 marzo al 29 aprile 2012 la personale, curata da Patrizia Di Maggio e Daniela Ricci, è stata progettata come un racconto nel tempo e presentata come in un album di fotografie.

Circa cinquanta opere, tra dipinti e grafiche, propongono il legame vivo e tangibile con i luoghi, che l’artista osserva con sensibilità, tentando di recuperare il proprio vissuto in una dimensione memoriale.

Porti, strade e case di Pozzuoli, dove Sangiovanni vive e lavora, analizzano la vita, talvolta resa fragile e debole dalla contemporaneità, attraverso il paesaggio vissuto come espressione della propria interiorità, ricco di sensazioni che passano dal quadro allo spettatore.

«La pittura di Mario Sangiovanni è severa, robusta, essenziale» scrive nel catalogo della mostra, Patrizia Di Maggio. «I volumi sono solidamente costruiti, racchiusi dalla linea di contorno evidente, dominante; il colore è spesso, corposo, applicato per stesure successive, con ampie pennellate».

«La coordinazione compositiva delle singole parti della realtà diventa l’insieme nella sua rappresentazione geometrico figurale» puntualizza Daniela Ricci. «I paesaggi di Sangiovanni, portando echi di un primitivismo essenziale ricco di valori, intendono anche sottolineare problematiche sociali e naturali per lottare contro l’ansia che la nostra società dei consumi ci impone …».

Una storia nella storia, dove il paesaggio riflette immagini reali fermate in un tempo indefinito, introspettivo, spaziando tra abitati urbani, fabbriche dismesse e ambienti solitari, specie all’alba o all’imbrunire, quando la sensibilità dell’artista coglie forme ed ombre suggestive ed eloquenti.

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Di Admin (del 28/03/2012 @ 11:00:09, in Mostre ed Eventi, linkato 1159 volte)
museo-emblema-mostra-peter-lodato

Peter Lodato nasce a Los Angeles, studia e si forma nelle scuole e nelle Università californiane di metà anni ’60; inizia la sua esperienza lavorativa in California e specificamente nella California del Sud.

Questo significa molto nella sua esperienza artistica e di vita. Ricordiamo anche che alla metà degli anni ’60 iniziano a prendere consistenza tutti i movimenti politici e studenteschi centrati sulla non violenza, sulla lotta alla guerra del Vietnam e sulle tematiche dell’apartheid dei Neri americani. Questo incredibile mix di idee politiche e sociali, in uno con la realtà circostante fatta di spazio e luce, ha forgiato una personalità che ha saputo confrontarsi con tutte queste tematiche ed elaborarle in chiave artistica in modo eccellente.

E soprattutto Lodato investiga la tematica della visione in rapporto allo spazio nel senso che la “visione” contiene in sé un paradosso: “promette il mondo ma rimane frustrantemente parziale” (Merleau-Ponty in The Primacy of Perception) in quanto limitata dalla condizione della realtà fisica. La visione perciò è illusione; essa è ben lontana dall’essere perfetta perché, pur offrendo la verità della realtà portata immediatamente a livello di consapevolezza, offre nel contempo anche irrealtà ed errore. L’ambiguità contenuta nella visione è quello che Lodato analizza e sperimenta. (Cynthia Penna Simonelli)
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Vincenzo Vavuso

“La pittura: l’espressione di noi stessi” è il titolo di questa mia prima opera artistico – letteraria, che nasce  non solo da uno studio minuzioso e attento per la pittura, ma soprattutto grazie alla passione e all’amore che mi lega ad essa da molti anni. Il mio intento è quello di dare anche agli altri la possibilità o la capacità, di poter leggere tra le righe di un dipinto. Capirne l’essenza, la tecnica, il supporto, ma soprattutto ciò che l’artista sentiva nel suo inconscio al momento del concepimento dell’opera.  In questo saggio, premiato  con medaglia d’oro come I° classificato al concoso Internazionale  “LILLY  BROGY”  di Firenze, ho proferito di Artisti che hanno dato lustro alla storia dell’arte italiana ed in particolar modo alla Campania,  partendo dall’Ottocento fino al fil ruoge del contemporaneo.  Spero di essere riuscito nel mio intento e ringrazio sinceramente fin d’ora tutti coloro che vorranno condividere con me, quella passione che ha nobilitato il mio animo e la mia mente.
                                                                                                                                                    Vincenzo Vavuso
 
                              SAN GIORGIO A CR.,   Biblioteca Comunale di San Giorgio a Cremano presso Villa Bruno
                                         27 Marzo 2012 ore 17.30
 
VINCENZO VAVUSO
“La pittura: L’espressione di noi stessi”
(Terra del sole edizioni)
 
Prefazione di Massimo Ricciardi
Posfazione di Michele Sessa
 
Interventi di:
Prof. Franco Bruno Vitolo
Dott. ssa Immacolata Marino
Dott. Alfonso Bottono
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Di Admin (del 20/03/2012 @ 00:00:01, in dBlog, linkato 1550 volte)

Nato a Melbourne, Australia, nel 1958, lo scultore Ron Mueck lavora in Gran Bretagna ed ha attirato l’attenzione di tante gallerie e musei per le sue sculture iper-realiste.

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Ha lavorato per la televisione e in particolare ha prodotto burattini e modelli in film per bambini; esperienze fondamentali per sviluppare la sua tecnica.

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Alcune mostre personali:

  • 2009 - 21st Century Museum of Contemporary Art, Kanazawa in Giappone.
  • 2007/2008 - The Andy Warhol Museum di Pittsburgh, Pennsylvania, USA: "Ron Mueck al The Andy Warhol Museum".
  • 2006 - Festival di Edimburgo al Palazzo Royal Scottish Academy.
  • 2006/2007 - Museo di Brooklyn.
  • 2007 - National Gallery of Canada, a Ottawa, organizzato dalla Fondation Cartier pour l'Art Contemporain (Parigi), in collaborazione con la National Gallery of Canada, il Brooklyn Museum e la Scottish National Gallery of Modern Art.
  • 2007 - Il Museo d'Arte Moderna di Fort Worth, Texas.
  • 2010 - National Gallery of Victoria di Melbourne, in Australia.
  • 2010/2011 - Christchurch Art Gallery
  • 2011 - The antique College of San Ildefonso del Messico

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Di Admin (del 19/03/2012 @ 00:00:01, in Arte News, linkato 4200 volte)
{autore=aprile enrico}


Autore: ENRICO APRILE (Napoli, 1943 - 1998)
Titolo: PALAZZO DONN'ANNA - POSILLIPO
Tecnica e superficie: OLIO SU CARTONE
Dimensioni e anno: 70 x 100 cm del 1978


L'opera è firmata "Enrico Aprile" in basso a sinistra. Firma, titolo e data a tergo.

Ad eccezione di qualche orientamento di massima ricevuto agli inizi da Francesco Galante, la formazione artistica di Enrico Aprile è venuta svolgendosi in termini essenzialmente autodidattici, sulla base di una naturale predisposizione che nel corso degli anni - attraverso un impegno costante e appassionato - gli ha consentito l'acquisizione di peculiari capacità espressive nelle quali si esplicita un innato talento. Fra i vari indirizzi estetici potenzialmente eligibili, nelle scelte del giovane Aprile veniva privilegiato - ed è poi rimasto immutato - quello che si aggancia alla tradizione figurativa che, specie nella tematica paesaggistica, affonda le proprie radici nell'antica Scuola di Posillipo: la natura osservata nel suo essere e fedelmente trasposta sulla tela nelle componenti di verità ma anche di poesia, realizzandosi in tal modo non un mero processo trascrittivo (che al più evidenzierebbe abilità artigianale, ma resterebbe irrilevante sul piano dell'arte), bensì la sensibile interpretazione di una realtà che si offre allo sguardo in tutta la ricchezza dei suoi aspetti  cangianti, correlati alle diverse angolazioni prospettiche e al mutare dei giochi luministici. Condizioni, queste, che da sempre caratterizzano l'ambiente in cui l'artista si è trovato ad operare, in un pregnante contesto di notazioni, di spunti, di suggerimenti - e di suggestioni -, di infiniti reperti che ovunque a Napoli affiorano dalla storia, dal costume, dalla letteratura, dalle pietre, dalla viva umanità. È, tutto ciò, una realtà a un tempo concreta e fantastica, che Aprile non manca di percepire - probabilmente a livello di intuito istintivo, non certo di recepimento culturale -, cogliendo lo spirito delle cose, l'atmosfera dei momenti, il sentimento dei personaggi che popolano le sue tele. Traspare anzi talvolta (ed è particolarmente evidente in certi ritratti e in certe composizioni) un'accentuata capacità introspettiva per effetto della quale il mondo interiore dei soggetti sembra venire in superficie, egemonizzando l'economia rappresentativa e spostandola in un senso nettamente romantico, che fa riandare la mente a taluni titoli di Celentano o di Altamura. La consueta trama compositiva attiene peraltro a una tematica più epidermica, volta all'osservazione della vita quotidiana nei suoi ricorrenti e non problematici aspetti (scene di mercati, processioni, vedute, interni, nature), resi con immediatezza di tocco, efficacia espressiva, vivacità cromatica. Ma la tavolozza di Aprile conosce anche le raffinate armonie dei grigi (quei grigi nei quali si espressero magistralmente Gioacchino Toma e Francesco Galante), sulla cui gamma vanno stemperandosi lontane prospettive di paesaggi e dove indubbiamente l'artista realizza il meglio di sé.

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Di Admin (del 16/03/2012 @ 00:00:01, in Arte News, linkato 2079 volte)
{autore=striccoli carlo}


Autore: CARLO STRICCOLI (1897 - 1980)
Titolo: AL BAR
Tecnica e superficie: OLIO SU TAVOLA
Dimensioni: 31 x 20,5 cm


L'opera è firmata "Striccoli" in basso a sinistra. Firma a tergo.

Carlo Striccoli è nato ad Altamura nel 1897 e morto ad Arezzo nel 1980.


Negli anni trenta, diplomatosi in pittura all'Accademia di B.A. di Napoli dopo aver messo a punto una salda preparazione, Carlo Striccoli - smilzo, bruno, capelli nerissimi - iniziava la sua carriera artistica nel gruppo bohémien del «Quartiere latino» di via Rosaroll, rivelandosi una specie di tzigano per il modo di suonare il violino, che allora lo appassionava forse quanto la pittura. In quegli anni giovanili mostrava un riserbo inquieto e un'ansia nascosta: e, pur affascinato dalla tradizione locale del luminismo chiaroscurale (viva dal Seicento a Mancini), avvertiva sin da allora l'esigenza dell'attualità. Perciò la sua pittura è entrata nel presente artistico attraverso il sentimento attivo e la ricerca incessante di una modernità intesa però positivamente, senza avventure (e con tali connotati Striccoli ha partecipato per invito a varie Biennali veneziane, alle Internazionali di Barcellona e di Parigi, alle Quadriennali di Roma, alle Nazionali di Milano, Firenze, Napoli, mentre alle sue opere toccavano prestigiose collocazioni). Le sue immagini, espressive di una bellezza intima e naturale, sono rivestite di intensità e caratterizzate da un'energia istintiva, scintillante e scultoreamente sintetica. Un vigore particolare sostiene le raffigurazioni degli aspetti tipici e dei personaggi della sua terra (Costumi pugliesi, Contadini di Altamura), come se il calore di quella terra si trasfondesse nella sua pittura, facendo emergere dal profondo notazioni proprie di un temperamento meridionale - diremmo anzi rurale - che in quei contesti tematici è portato ad esprimere il meglio di sé e che, all'aria aperta, realizza appieno il proprio talento. Più di altri pittori Striccoli guadagna quando è se stesso, ad onta di qualche accidentale esuberanza in cui talvolta incorre (ma ciò è la riprova dell'esistenza di qualità di fondo e di una salda strutturazione che, anche in quei casi, consentono il recupero di valori e il ristabilimento di equilibri tonali). In realtà, per Striccoli essere se stesso significa operare in una condizione di costante concitazione, di nervosismo, di inquietudine, di insofferenza, dipingere con un fare sciolto, senz'altre risorse che quelle del proprio istinto, con pennellate graffianti che strappano e fissano sulla tela brandelli di «vero» luminoso: e in tal modo riesce ad essere concisamente frammentario, splendido, vibrante, abbozzando - ma con tratti che sono definitivi e compiuti - inquadrature urbane ove campeggiano monumenti o dove il tema è essenzialmente il gioco chiaroscurale, o delineando figure femminili nelle quali è più evidente lo sforzo di una ricerca condotta nell'area della sensibilità moderna e della problematica che vi si connette, senza per ciò venir meno a una qualificante fedeltà stilistica.

(“Cento Pittori Napoletani” Alfredo Schettini, So.Gra.Me. ed. 1978)

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