Nasce a Napoli nel 1903 in un ambiente che favorisce la sua naturale propensione artistica, anche se frequenta l’Accademia solo per poco tempo. Inizia, quindi, a dipingere prestissimo e, a differenza del padre e dei fratelli maggiori, si dedica soprattutto allo studio di figura, esponendo fin dal 1920. Attorno al 1925 è evidente nella sua opera uno spostamento d’indirizzo: dalla rappresentazione degli interni di ascendenza manciniana, verso un’innovativa predilezione per l’interpretazione della figura senza sfondo. Nel frattempo si dedica anche all’illustrazione: nel 1922 esegue due disegni per un racconto della sorella Eva. Nel 1926, insieme a Eva e Paolo, compie un viaggio che la porterà a Roma, per visitare le collezioni Vaticane, in Romagna, per far visita ai parenti del padre, e infine a Venezia, dove visita la Biennale. Sempre nel 1926 Ada espone, insieme al fratello Paolo, alla “Compagnia degli Illusi”: incoraggiata dalla critica positiva nei suoi confronti, solo due anni dopo, l’artista presenta trentuno dipinti in una mostra personale, sempre nelle sale del circolo napoletano. Nello stesso 1928 si prepara per un’altra personale presso la Galleria Pesaro di Milano, ma viene colpita da una grave malattia che causa la sua scomparsa nel marzo dell’anno seguente. Cinque opere di Ada vengono comunque esposte, insieme a quelle del padre, alla Mostra degli Artisti Napoletani alla Pesaro nel 1929: la stampa sottolinea la prematura scomparsa dell’artista, unica donna rappresentata nell’esposizione. (da www.archiviopratella.it)
Di Admin (del 22/02/2010 @ 10:41:48, in Arte News, linkato 545 volte)
Edgardo Curcio - Figura di donna in un paese con effetto sole
Nato da un progetto di Nicola Spinosa, il Museo intende documentare, attraverso una selezione condotta con metodo storico-critico, quanto realizzato a Napoli nel corso del Novecento, entro i limiti cronologici indicati, nel campo della produzione artistica; in particolare, da quanti si applicarono, in quegli anni, soprattutto o quasi esclusivamente, in pittura, scultura e in varie sperimentazioni grafiche. Così da costituire uno strumento indispensabile, ma in città fino a oggi del tutto assente o quasi, perché dell’ arte a Napoli nel secolo scorso possano essere adeguatamente evidenziati, come per altri aspetti e momenti della precedente vicenda artistica documentati in vari musei napoletani, ma non solo, tendenze e scelte, ruoli e incidenze, nel campo più vasto delle diverse esperienze condotte in altri ambiti culturali, sia locali che nazionali e internazionali. Per questo nuovo Museo, che si aggiunge alle altre strutture affini dipendenti dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e dalla Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico, Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Napoli, realizzato, intenzionalmente e significativamente negli spazi del Carcere Alto di Castel Sant’Elmo adiacenti la Biblioteca e la Fototeca di Storia dell’Arte aperte al pubblico, sono state selezionate ed esposte oltre 150 opere realizzate da circa 90 artisti napoletani, ma con l’aggiunta anche di alcune presenze di artisti non napoletani, che con ruoli diversi furono attivi in città. Si tratta di un nucleo notevole di dipinti, sculture, disegni o incisioni costituito integralmente con opere provenienti dalle stesse raccolte museali della Soprintendenza, dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, dal Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto e, soprattutto, con donazioni o con la formula del ‘comodato’, oggi sempre più diffusa in Italia e da tempo all’estero, di generosi artisti e collezionisti privati. Con il programma o l’auspicio che si tratti solo di un primo nucleo, che, con gli anni a venire, possa ulteriormente accrescersi, così da documentare altri, diversi e successivi aspetti della produzione artistica napoletana, ma non solo, del secolo scorso, per i quali al momento si è ritenuto più opportuno sospendere ogni giudizio critico non basato su sempre indispensabili basi storiche. La scelta degli artisti e delle opere è stata curata da Angela Tecce, direttrice del complesso di Castel Sant’Elmo, con la costante collaborazione dello stesso Nicola Spinosa, mentre la realizzazione del Museo si è resa possibile per il diretto coinvolgimento nel progetto della Regione Campania-Assessorato al Turismo e Assessorato ai Beni Culturali, con l’utilizzo dei fondi disponibili grazie al co-finanziamento dell’Unione Europea POR- FESR Campania 2007-2013. La Direzione Generale per il Paesaggio, le Belle Arti, l'Architettura e l'Arte Contemporanee ha concorso, per conto del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, alla realizzazione dei relativi apparati didattici, informativi e audiovisivi. Con il contributo di Italcoat, Metropolitana di Napoli, Seda Group. ‘Napoli Novecento’ si articola attraverso un percorso cronologico suddiviso per sezioni: dalla documentazione della Secessione dei ventitré (1909) o del primo Futurismo a Napoli (1910-1914) al movimento dei Circumvisionisti e del secondo Futurismo (anni Venti-Trenta); dalle varie testimonianze su quanto si produsse tra le due guerre alle esperienze succedutesi nel secondo dopoguerra (1948-1958), dal Gruppo ‘Sud’ al cosiddetto Neorealismo, dal gruppo del M.A.C. all’Informale o al Gruppo ’58. Seguono le sezioni riservate agli anni Settanta, con particolare riferimento, ma non solo, alle Sperimentazioni Poetico-visive e all’attività dei gruppi legati alle esperienze condotte nel campo del sociale. Fino all’ultima sezione, dove è documentata l’attività di quanti, pur continuando a operare dopo l’80 sperimentando linguaggi diversi, si erano già affermati in città in quel decennio, prima che il terribile sisma del 23 novembre colpisse e segnasse nel profondo realtà e prospettive di Napoli e di altre aree meridionali. Sulla base di quanto qui esposto sono state, pertanto, selezionate ed esposte opere di: Carlo Alfano, Enrico Baj, Mathelda Balatresi, Renato Barisani, Guido Biasi, Andrea Bizanzio, Giovanni Brancaccio, Giannetto Bravi, Emilio Buccafusca, Enrico Bugli, Francesco Cangiullo, Giuseppe Capogrossi, Luciano Caruso, Guido Casciaro, Giuseppe Casciaro, Luigi Castellano (Luca), Raffaele Castello, Alberto Chiancone, Vincenzo Ciardo, Francesco Clemente, Carlo Cocchia, Mario Colucci, Mario Cortiello, Salvatore Cotugno, Luigi Crisconio, Edgardo Curcio, Renato De Fusco, Lucio del Pezzo, Crescenzo Del Vecchio Berlingieri, Armando De Stefano, Gianni De Tora, Fortunato Depero, Giuseppe Desiato, Bruno Di Bello, Gerardo Di Fiore, Carmine Di Ruggiero, Baldo Diodato, Salvatore Emblema, Francesco Galante, Saverio Gatto, Vincenzo Gemito, Manlio Giarrizzo, Edoardo Giordano (Buchicco), Franco Girosi, Emilio Greco, Mario Lepore, Raffaele Lippi, Nino Longobardi, Luigi Mainolfi, Antonio Mancini, Giuseppe Maraniello, Tommaso Marinetti, Stelio Maria Martini, Umberto Mastroianni, Rosaria Matarese, Elio Mazzella, Luigi Mazzella, Emilio Notte, Mimmo Paladino, Maria Palliggiano, Franco Palumbo, Rosa Panaro, Edoardo Pansini, Guglielmo Peirce, Augusto Perez, Mario Persico, Giuseppe Pirozzi, Gianni Pisani, Carmine Rezzuti, Clara Rezzuti, Paolo Ricci, Guglielmo Roehrssen di Cammarata, Errico Ruotolo, Corrado Russo, Mimma Russo, Quintino Scolavino, Carlo Siviero, Domenico Spinosa, Bruno Starita, Federico Starnone, Toni Stefanucci, Guido Tatafiore, Ernesto Tatafiore, Giovanni Tizzano, Ennio Tomai, Raffaele Uccella, Maurizio Valenzi, Antonio Venditti, Gennaro Villani, Eugenio Viti, Elio Waschimps, Natalino Zullo. Il Museo dispone, inoltre, di un catalogo edito da Electa, con le presentazioni del Presidente della Giunta Regionale Antonio Bassolino, del Direttore Generale per il Paesaggio, le Belle Arti, l'Architettura e l'Arte Contemporanee Roberto Cecchi e del Soprintendente Lorenza Mochi Onori; una premessa di Nicola Spinosa, una introduzione della Direttrice Angela Tecce; e con saggi critici di Maria Antonietta Picone Petrusa, Angela Tecce, Mario Franco e Aurora Spinosa, Katia Fiorentino. (fonte: www.exibart.com)
Di Admin (del 18/02/2010 @ 19:31:59, in Arte News, linkato 194 volte)
Prefazione di Giovanni Leone alla rivista "l'Espresso napoletano", mensile di cultura, tradizioni e personaggi della Campania.
La coscienza di Pulcinella. Persino Picasso si lasciò avvolgere dalla napoletanità in maschera. Le sue mani disegnarono Pulcinella, il goffo e astuto popolano, servitore quando vuole, padrone di facezie fino allo sfinimento, protagonista di un'oleografia d'annata. Nel suo cornicione bianco, storpia il nobile parlare, disegna piroette, lancia sassolini di antica verità. Quel candido vestito non può ingannare. Il suo animo è tutt'altro che immacolato. Certo, nulla di grave, qualche malandrinata figlia della sopravvivenza. Maschera nera a coprire il viso, due lampi per occhi, gesti veloci, lingua rapace. Lui abbraccia l'uomo e la donna di Partenope, li tiene stretti, in un valzer interminabile. Lui e lei cedono a quel piroettare, ma non si privano di reciproci sguardi sorpresi. Già, proprio come Pullecenella spaventato d'e maruzze. Uno sgomento di scena, una meraviglia virtuale, perché ben conoscono quel maestro di danze e il suo modo di vivere. Ma è bello mostrare umano sbalordimento dinanzi a quel fascino a buon mercato. Parole, gesti, promesse: Napoli vuole credere all'esercito dei Pulcinella. Fa comodo. Fa vita. Fa piatto di pasta. Troppa fatica per scalare l'albero della cuccagna. Ormai, Pulcinella popolano è del popolo. Nessun simbolo, nessuna allegoria, solo un sano camuffarsi, seguendo il momento, il giorno, la pioggia. E in questo andirivieni meteorologico, ogni minuto Carnevale parla, racconta le storie del bene e del male. Che l'allegria sia con noi! Eppure, in un antro nascosto della città, impreziosita dalla polvere del tempo, giace la maschera di Pulcinella, quella vera, quella che non ha mai voluto essere simbolo, ma solo provocazione e ingegno, malinconia e sorriso, uomo e donna. Quelle rughe, quel naso adunco non hanno mai deciso la musica da ballare. Non hanno mai scelto il viso da coprire. Pulcinella è una maschera seria, appartiene allo scherzo. Giovanni Leone
Di Admin (del 17/02/2010 @ 13:25:08, in Arte News, linkato 127 volte)
Figura presepiale, 20 cm di altezza, databile a fine sec. XVIII, probabile bottega di Giuseppe Gori, rappresentante bambino disperso conosciuto come Razzullo. Il pastore è in terracotta policroma, gli abiti e i guarnimenti sono coevi. Razzullo e Sarchiapone sono due personaggi napoletani che secondo la leggenda si addormentarono a Napoli e si svegliarono sul presepe.
Di Admin (del 13/02/2010 @ 10:30:58, in Arte News, linkato 118 volte)
L'inizio del 2010 segna una ripresa del mercato internazionale dell'arte. Da New York a Londra sono tornati a comprare i collezionisti, i mercanti e gli art advisor. Tutti i comparti dall'Antico al Moderno e al Contemporaneo, sono andati bene, merito anche di cataloghi delle case d'asta molto più selezionati e più asciutti. Gli invenduti sono stati bassissimi e molti artisti, soprattutto gli italiani da Fontana a Manzoni, Bonalumi, Castellani e Dorazio, hanno riguadagnato quota. In asta ha vinto la qualità dell'offerta. (tratto da: http://www.arteconomy24.ilsole24ore.com)
Di Admin (del 11/02/2010 @ 20:11:34, in Arte News, linkato 134 volte)
Autore: LUIGI CRISCONIO (1893 - 1946) Titolo: RITRATTO DI ALFREDO SCHETTINI Tecnica e superficie: CARBONCINO SU CARTA Dimensioni: 35 x 25 cm Anno: 1942
Negli anni '30 e '40 frequentava la Penisola sorrentina un pittore di ritratti e di paesaggi dall'aspetto bohémien, originale, piuttosto schivo e un pò rude nei modi. Poche persone ultraottantenni lo ricordano, altri, un pò meno anziani, hanno sentito raccontare aneddoti su questo personaggio da familiari o da amici e anch'io sono tra questi. Ha sempre colpito la mia fantasia di adolescente e suscitava in me viva emozione, entrando nella casa di famiglia, un'intera parete tappezzata di quadri di varia dimensione, quasi tutti di media grandezza, raffiguranti, con colori scuri e pastosi, nature morte, paesaggi appena schizzati con tratto indefinito e, predominante su tutti, l'autoritratto del pittore, che, con occhi penetranti e sguardo severo, fissa lo spettatore. In un'altra stanza un ritratto di anziana signora, Margherita Cappiello, che, in posa accanto ad una consolle, esprime serenità e la soddisfazione di essere immortalata sulla tela. L'autore di tante pregevoli opere è Luigi Crisconio, pittore napoletano, ma metese di adozione per molti mesi all'anno, soprattutto nel periodo bellico. Produttore instancabile di tele di ogni dimensione, dipingeva freneticamente durante il giorno e a volte anche di notte, per rispondere a un suo profondo impulso creativo, ma anche per provvedere al suo sostentamento, che non era sempre scontato, nel rispetto della migliore tradizione per gli artisti che non vengono adeguatamente valutati in vita. A questo proposito si racconta che un gruppo di professionisti metesi e sorrentini incoraggiavano la sua produzione acquistando e commissionandogli tele che l'artista eseguiva per lo più nei generi che privilegiava. Erano Luigi Cappiello, Antonino laccarino, Manlio Longobardi, Vittorio Trapani, Raffaele De Martino, Gios Astarita, Raffaele Guida, Salvatore Cacace, Mariano Moresca, i fratelli Cafiero ed altri, tra Meta e Piano, i mecenati di Crisconio, che con la sua cassetta di colori era sempre in giro per le strade, nei giardini, nei cortiletti delle tipiche case metesi, in cerca dei suoi modelli. I temi preferiti e più ricorrenti della sua produzione in penisola sono ritratti di amici, figure femminili riprese di fronte o di profilo, barche nei porticcioli, marine, scolaretti compostamente seduti, ma anche scugnizzi e figli di pescatori, bevitori nelle taverne, artigiani nella loro bottega, nature morte con pesci o frutta, scorci di stradine sotto il sole o in un giorno d'inverno, angoli di aranceti, sagrestie, carrozzelle, carretti. A Sorrento era diventato suo fisso accompagnatore il giovanissimo Domenico Fiorentino, oggi affermato pittore ottantacinquenne. L'incontro con Luigi Crisconio fu casuale e Mimì, che aveva solo diciassette anni, cominciò a seguirlo passo passo nelle stradine e nelle campagne sorrentine, dove sostavano scegliendo angoli e scorci suggestivi, che spesso dipingevano insieme. Fiorentino, con un sorriso e tanta nostalgia, ricorda lucidamente di aver frequentato Crisconio dal luglio 1939 fino al 1946. Il pittore napoletano a Sorrento era ospite della pensione Zì Teresa, nel quartiere di Marano, e il giovane Domenico, che abitava lì accanto, lo conobbe frequentando la famiglia Galano che gestiva il piccolo albergo. Questo occupava in quegli anni un suolo del fondo Rubinacci, dove oggi c'è Viale Nizza (uno dei ritratti di Crisconio rappresenta Bebè Rubinacci, evidentemente conosciuto sul posto). Sul soggiorno di Luigi Crisconio alla Zì Teresa circola un gustoso aneddoto: pare che il pittore si allontanò dalla pensione senza preavviso, lasciando lì una cassa piena di tele e tavolette dipinte. Non essendosi fatto più vivo, la padrona usava i quadri come ventagli per alimentare il fuoco e, quando le tavole erano irrimediabilmente annerite, finivano bruciate. È facile immaginare lo stupore e la rabbia della signora Galano quando un mercante d'arte di passaggio le disse che quelle tele avevano un discreto valore, ormai andato in fumo. A Sorrento i luoghi preferiti per dipingere erano il borgo di Marina Grande, i ruderi del convento di S. Renato, la strada che costeggia il museo Correale nell'angolo prospiciente il mare. Spesso Crisconio e Fiorentino si fermavano nel chiostro di S. Francesco, dove incontravano il professore Roberto Pane, all'epoca preside dell'Istituto d'Arte; poi giravano per i paesi limitrofi, specialmente a Meta, dove Crisconio trovava molti spunti creativi. Domenico Fiorentino parla con entusiasmo di quel periodo, in cui era avido di apprendere nuove tecniche, e mostra orgoglioso la cartolina che il pittore gli inviò da Sant'Angelo dei Lombardi, nel settembre del 1942, per chiedergli informazioni su un alloggio che voleva prendere in fitto a Sorrento in Piazza Tasso. L'artista lo incitava sempre ad esercitarsi nel disegno dal vero, e la copia a carboncino di una testa di Bruto fu un lavoro molto apprezzato da Crisconio, che vi apportò qualche modifica di propria mano, controfirmando il disegno custodito con cura da Fiorentino. Ma cerchiamo di sapere qualcosa in più su Luigi Crisconio, pittore stravagante che aveva scelto la penisola come una delle mete preferite per le sue scorribande artistiche, oltre a Capri, Ischia, Positano, Amalfi, Ravello e in estate l'Irpinia. Era nato a Napoli il 25 agosto 1893 da una famiglia borghese. Suo padre Francesco gestiva, nella centrale Piazza della Borsa allora appena inaugurata, un negozio di cartoleria dove il giovane Luigi, già allievo dell'Accademia, si sentiva prigioniero e passava lunghe ore dipingendo furiosamente ogni persona o cosa che gli capitava a tiro. A 18 anni rimase orfano di padre e, insieme alla madre Anna Calise, originaria di Seiano, divenne titolare del negozio. Tra i due vi furono continui conflitti nella gestione della cartoleria, che ben presto fu chiusa per la profonda insofferenza del giovane Luigi che voleva solo dipingere e si ribellava agli stereotipi onorevoli e borghesi che la madre sognava per lui. In più, le amicizie della signora Anna (come Vincenzo Serpone, pittore e attore noto all'epoca negli ambienti artistici cittadini) avrebbero dovuto introdurre il figlio nei salotti della Napoli bene. Lì sarebbe stato un rispettato professore di pittura e un ritrattista alla moda, con lo studio pieno di velluti, tappeti e altre cianfrusaglie esotiche che D'Annunzio aveva lanciato nello stile dell'arredamento. Le idee di Crisconio erano però diametralmente opposte a quelle della madre e rigettavano ogni regola di apparenza e convenzioni borghesi, al punto che gli scontri con la signora Anna furono violenti ed insanabili fino alla morte. L'artista con i baffoni neri, il naso adunco, l'occhio di fuoco dallo sguardo penetrante, le grosse scarpe sempre infangate, il cappello calato sugli occhi, l'andatura guardinga e un pò felina era anticonformista, ironico, insofferente dei difetti della società in cui viveva, anelante alla libertà e all'indipendenza. Aveva accettato un pò a malincuore di iscriversi ai corsi di pittura dell'Istituto di Belle Arti e, nonostante la sua scarsa considerazione per la pittura ufficiale, nutrì una grande ammirazione per il vecchio pittore Michele Cammarano, forse anche perché questi era estraneo al giro governativo della pittura italiana e poco considerato dalla critica ufficiale. Quando Crisconio, ormai diplomato all'Accademia, presentò un nudo alla Biennale di Venezia, il suo lavoro fu respinto e per molte settimane questa cocente delusione gli impedì di lavorare, provocandogli una violenta crisi di nervi che lo spinse a distruggere il dipinto incriminato. Non si dimentichi, però, che anche una raccolta di opere di Cézanne (28 per l'esattezza), presentata nel 1920 all'esposizione veneziana, era stata ignorata dalla critica italiana. Dopo quell'esperienza, Crisconio finì per non dare più importanza al responso delle giurie o agli inviti alle esposizioni, così importanti per altri pittori, assumendo nei riguardi di queste competizioni un atteggiamento di ironia e distacco. Ma perché Crisconio non trovava nell'ambiente artistico-culturale del suo tempo la valutazione che pienamente gli era dovuta? E non parliamo solo di Roma, Milano o Venezia, ma di Napoli, città in cui nacque e lavorò tutta la vita. Paolo Ricci, nel 1964, così scrive: «Generalmente l'atteggiamento di diffidenza, spesso venato di ironia, verso l'opera crisconiana nasce da un curioso complesso di superiorità, di tipo avanguardistico e provinciale, comune, ai giorni d'oggi, alla maggior parte della critica ufficiale, e al personale propagandistico del mercato d'arte. Com'è noto, questa critica considera semplicemente inesistente ogni espressione d'arte non rispondente ai canoni estetici del prodotto mercantile alla moda». Inoltre, aggiunge lo stesso critico, «in quel momento storico, in cui i valori estetici sono condizionati e falsati dalle esigenze del mercato, possiamo comprendere meglio perché Crisconio, artista che non propone soluzioni figurative stravaganti, essendo anzi legato alla figuratività più schietta, rispettando scrupolosamente la visione del reale quale si è configurata da Caravaggio a Cézanne e Picasso, diventa un artista di rottura e anticonformista. Crisconio è solo un pittore autentico, sincero, appassionato, costantemente impegnato nel senso di un'alta coscienza morale e civile, lontano da ogni forma di accademismo e di maniera. Egli tende alla costruzione dell'oggetto aderendo alla tradizione secentista meridionale, a Micco Spadaro. Non si può negare l'influenza che sulle sue opere giovanili ebbero la scuola di Posillipo e quellaPorticese, ma Crisconio preferiva istintivamente l'aperta, inquieta e libera ricerca realistica». Lo stesso Ricci, nel suo saggio, osserva che per analoghi motivi la cultura ufficiale italiana per decenni ha rifiutato Raffaele Viviani e il suo teatro. I rappresentanti della pseudocultura fascista, infatti, furono incapaci di cogliere il sapore acre e pungente del realismo vivianesco, così come non compresero il linguaggio popolare di Crisconio, che usciva fuori dagli schemi convenzionali e folkloristici delle scuole regionali. Entrambi gli artisti, rimanendo fedeli alla realtà umana di Napoli, nella coscienza della universalità di quelle condizioni di vita, crearono opere singolari con un forte potere di rottura. Ma torniamo agli estimatori autentici di Crisconio. A Napoli un gruppo di intellettuali si riuniva abitualmente al Caffè Gambrinus intorno a Paolo Ricci e un giorno qualcuno raccontò di un pittore sconosciuto che aveva allestito una mostra in alcuni scantinati della Via dei Mille. Si era nel 1926, i gusti pittorici erano tutti presi da Cézanne e Picasso e grande era lo scetticismo per la pittura locale. Alcuni, incuriositi, decisero di andare a vedere l'esposizione e furono colpiti dalla forza ed originalità di quei dipinti dai toni un pò cupi, in cui la rappresentazione dei dati reali seguiva una precisa impostazione volumetrica. Le pennellate brevi, corpose, verticali, costruivano l'immagine con energia e potenza chiaroscurale, esaltando trionfalmente il colore. La tavolozza di Crisconio variava tra le terre, i bruni intensi, i neri e gli azzurri cupi e profondi. Sua modella esclusiva dal 1927 fu Elisa, i cui nudi espressivi egli dipingeva "illegalmente", in quanto la relazione era osteggiata dalla madre e da alcuni amici che si erano proposti un'azione moralizzatrice nei riguardi dell'artista. Ma dopo duri scontri con la madre, il pittore nel 1936 sposò Elisa Amato, con la quale andò ad abitare a Portici, dove la signora Anna già risiedeva. A causa della difficile coabitazione si fecero più frequenti i soggiorni in Irpinia (a Sant'Angelo dei Lombardi, specie in estate), poi in Sicilia, a Venezia e soprattutto in Penisola sorrentina (anche se prediligeva Meta, non disdegnava puntate a Capri, Amalfi, Ravello e Positano). E qui senza sosta dipingeva paesaggi e faceva ritratti di notevole qualità ai suoi amici che erano con lui sempre prodighi di ospitalità. In Penisola i seguaci di Crisconio erano soprannominati "i pagani", in riferimento alla loro laicità e alle simpatie per i temi sociali e politici "di sinistra", li si poteva vedere spesso intrattenersi nello storico Caffè Marianiello, in Piazza Cota a Piano di Sorrento. I quadri, che alcune famiglie metesi e sorrentine conservano con cura, trattano i temi più ricorrenti di Crisconio, quelli familiari e affettivi, quelli di protesta e di denunzia. Elisa è colta in ogni atteggiamento, scrutata, analizzata, a volte con rabbia, a volte con classica serenità, che raramente l'animo inquieto di Crisconio raggiungeva. Poi ci sono i ritratti degli amici, dei bambini del popolo, degli artigiani al lavoro (un fabbro in particolare suscita la sua ammirazione), le vedute, le carrette coi cavalli che scalpitano, le nature morte in cui frequentemente compaiono pesci; quasi sempre è presente un suo autoritratto con gli occhi vivaci e fulminanti. I colori: giallo acceso, rosso bronzeo, toni brillanti che si fondono nel sole, usati con un linguaggio pittorico liberissimo, impetuoso, sapiente, proprio dell'uomo sanguigno, tormentato, alla continua ricerca di un equilibrio interiore ed estetico. La produzione napoletana e porticese denuncia la sua costante ricerca e sensibilità per i temi sociali: lo studio dove Crisconio lavorava a Napoli aveva un balcone che affacciava su una fabbrica di tabacchi, in una traversa del Rettifilo. Era la Napoli "interna", definita da Matilde Serao "la città dietro il paravento del Risanamento". Infatti la facciata squallida di quella fabbrica fa da sfondo a molte figure dipinte dal 1924 al 1934, anno in cui lasciò Napoli per Portici. Qui abitò una casa che affacciava sul mare, verso il Granatello, luogo che divenne uno dei motivi ricorrenti nella sua produzione. Purtroppo la sua pittura tumultuosa, dove i colori erano buttati con violenza sulla tela, era un genere impossibile per il mercato napoletano di allora e le sue opere trovavano amatori per lo più nella media borghesia, a cui le cedeva a poco prezzo. Spesso Crisconio si lamentava di non avere abbastanza tempo per dedicarsi alla sua pittura preferita, quella tumultuosa, in cui trovava pace alle sue inquietudini e tregua alle sue amarezze, perché obbligato alla produzione di scene di genere che non rispondevano alla sua natura, ma erano più commerciabili. Sebbene ufficialmente non sia stato considerato tale, Crisconio fu protagonista assoluto della pittura napoletana dal 1920 al 1946, quando a soli 54 anni improvvisamente morì a Portici, per congestione cerebrale. Era il 27 gennaio e scompariva dalla scena napoletana un artista significativo che purtroppo ebbe una vita difficile; aveva sempre seguito la sua ispirazione, ma spesso la malediceva perché gli aveva complicato l'esistenza e alienato l'affetto della madre, che lo accusava di aver ridotto la famiglia alla povertà. Dopo la morte ricevette da parte della critica quell'attenzione che non aveva ricevuto in vita. Seguì un altro periodo di oblio, ma negli ultimi decenni del Novecento fu rivalutato e considerato da alcuni come il più grande pittore napoletano del XX secolo. Su uno dei siti Internet dedicati a Luigi Crisconio si legge che nel 1926 tenne la sua prima mostra personale a Milano, a cui ne seguirono altre in diverse città. Nel 1946 se ne contano parecchie a Napoli, ma la più importante e ricca fu certamente quella del 1964, voluta dalla Società Promotrice di Belle Arti "Salvator Rosa", dove furono esposte ben 221 opere, dalle prime esperienze agli ultimi anni. Sul già citato catalogo della mostra scrisse anche Renato Guttuso, che così definisce il nostro pittore: «Crisconio è una voce di cui va dato conto nella pittura dei primi quaranta anni di questo secolo, una voce più forte di altre, più pura e più vera, anche se non fu futurista, metafisico o altro, ma solo un vero pittore, legato agli uomini che conosceva, alla terra, alle cose, al paesaggio che conosceva».
Pittore a ponte fra le spinte di rinnovamento e i richiami della tradizione, Mario Cortiello ha provato a conciliare queste opposte tensioni, riuscendo spesso a risolverle felicemente. Dotato di fertile invenzione e di notevole capacità rappresentativa, ha lasciato una produzione ricca e varia. “Tra appunti cromatici e narrazioni fantastiche Mario Cortiello raggiunge un surrealismo chagalliano che spesso va al di là di ogni pittorica immaginazione per approdare a quelle favole mediterranee, a quel mondo già nostro vissuto tra mito e leggenda”. (Salvatore Di Bartolomeo)
“Tutti i quadri di Cortiello raccontano fasti, storie e miraggi della immortale maschera del teatro dell’arte (Pulcinella). E non si tratta del contaminato e snervato Pulcinella ottocentesco, bensì del Pulcinella classica capocomica di un balletto sull’orifizio di un inferno, personificazione della fame, spirito esplosivo a livello istintivo, di una grandiosa amoralità. Sulle fantastiche, movimentatissime, persino forsennate scene di Cortiello, egli non compare da solo ma in compagnia di innumerevoli scatenati gemelli a cui per la verità mancano l’abiezione, il servilismo e la grassa volgarità dei progenitori secenteschi. E infatti i suoi dipinti esprimono una grande libertà di spirito, una gloriosa carica di fantasia, un fondo di complessivo ottimismo. Proprio tutto ottimismo? No. Queste pazze sagre, raccontate da un pennello guizzante ed estroso, sono troppo trionfali e felici per poter essere vere o quanto meno accessibili a un possibile sogno”. (Dino Buzzati)
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