Nasce a Napoli nel 1903 in un ambiente che favorisce la sua naturale propensione artistica, anche se frequenta l’Accademia solo per poco tempo. Inizia, quindi, a dipingere prestissimo e, a differenza del padre e dei fratelli maggiori, si dedica soprattutto allo studio di figura, esponendo fin dal 1920. Attorno al 1925 è evidente nella sua opera uno spostamento d’indirizzo: dalla rappresentazione degli interni di ascendenza manciniana, verso un’innovativa predilezione per l’interpretazione della figura senza sfondo. Nel frattempo si dedica anche all’illustrazione: nel 1922 esegue due disegni per un racconto della sorella Eva. Nel 1926, insieme a Eva e Paolo, compie un viaggio che la porterà a Roma, per visitare le collezioni Vaticane, in Romagna, per far visita ai parenti del padre, e infine a Venezia, dove visita la Biennale. Sempre nel 1926 Ada espone, insieme al fratello Paolo, alla “Compagnia degli Illusi”: incoraggiata dalla critica positiva nei suoi confronti, solo due anni dopo, l’artista presenta trentuno dipinti in una mostra personale, sempre nelle sale del circolo napoletano. Nello stesso 1928 si prepara per un’altra personale presso la Galleria Pesaro di Milano, ma viene colpita da una grave malattia che causa la sua scomparsa nel marzo dell’anno seguente. Cinque opere di Ada vengono comunque esposte, insieme a quelle del padre, alla Mostra degli Artisti Napoletani alla Pesaro nel 1929: la stampa sottolinea la prematura scomparsa dell’artista, unica donna rappresentata nell’esposizione. (da www.archiviopratella.it)
Edgardo Curcio - Figura di donna in un paese con effetto sole
Nato da un progetto di Nicola Spinosa, il Museo intende documentare, attraverso una selezione condotta con metodo storico-critico, quanto realizzato a Napoli nel corso del Novecento, entro i limiti cronologici indicati, nel campo della produzione artistica; in particolare, da quanti si applicarono, in quegli anni, soprattutto o quasi esclusivamente, in pittura, scultura e in varie sperimentazioni grafiche. Così da costituire uno strumento indispensabile, ma in città fino a oggi del tutto assente o quasi, perché dell’arte a Napoli nel secolo scorso possano essere adeguatamente evidenziati, come per altri aspetti e momenti della precedente vicenda artistica documentati in vari musei napoletani, ma non solo, tendenze e scelte, ruoli e incidenze, nel campo più vasto delle diverse esperienze condotte in altri ambiti culturali, sia locali che nazionali e internazionali. Per questo nuovo Museo, che si aggiunge alle altre strutture affini dipendenti dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e dalla Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico, Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Napoli, realizzato, intenzionalmente e significativamente negli spazi del Carcere Alto di Castel Sant’Elmo adiacenti la Biblioteca e la Fototeca di Storia dell’Arte aperte al pubblico, sono state selezionate ed esposte oltre 150 opere realizzate da circa 90 artisti napoletani, ma con l’aggiunta anche di alcune presenze di artisti non napoletani, che con ruoli diversi furono attivi in città. Si tratta di un nucleo notevole di dipinti, sculture, disegni o incisioni costituito integralmente con opere provenienti dalle stesse raccolte museali della Soprintendenza, dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, dal Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto e, soprattutto, con donazioni o con la formula del ‘comodato’, oggi sempre più diffusa in Italia e da tempo all’estero, di generosi artisti e collezionisti privati. Con il programma o l’auspicio che si tratti solo di un primo nucleo, che, con gli anni a venire, possa ulteriormente accrescersi, così da documentare altri, diversi e successivi aspetti della produzione artistica napoletana, ma non solo, del secolo scorso, per i quali al momento si è ritenuto più opportuno sospendere ogni giudizio critico non basato su sempre indispensabili basi storiche. La scelta degli artisti e delle opere è stata curata da Angela Tecce, direttrice del complesso di Castel Sant’Elmo, con la costante collaborazione dello stesso Nicola Spinosa, mentre la realizzazione del Museo si è resa possibile per il diretto coinvolgimento nel progetto della Regione Campania-Assessorato al Turismo e Assessorato ai Beni Culturali, con l’utilizzo dei fondi disponibili grazie al co-finanziamento dell’Unione Europea POR- FESR Campania 2007-2013. La Direzione Generale per il Paesaggio, le Belle Arti, l'Architettura e l'Arte Contemporanee ha concorso, per conto del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, alla realizzazione dei relativi apparati didattici, informativi e audiovisivi. Con il contributo di Italcoat, Metropolitana di Napoli, Seda Group. ‘Napoli Novecento’ si articola attraverso un percorso cronologico suddiviso per sezioni: dalla documentazione della Secessione dei ventitré (1909) o del primo Futurismo a Napoli (1910-1914) al movimento dei Circumvisionisti e del secondo Futurismo (anni Venti-Trenta); dalle varie testimonianze su quanto si produsse tra le due guerre alle esperienze succedutesi nel secondo dopoguerra (1948-1958), dal Gruppo ‘Sud’ al cosiddetto Neorealismo, dal gruppo del M.A.C. all’Informale o al Gruppo ’58. Seguono le sezioni riservate agli anni Settanta, con particolare riferimento, ma non solo, alle Sperimentazioni Poetico-visive e all’attività dei gruppi legati alle esperienze condotte nel campo del sociale. Fino all’ultima sezione, dove è documentata l’attività di quanti, pur continuando a operare dopo l’80 sperimentando linguaggi diversi, si erano già affermati in città in quel decennio, prima che il terribile sisma del 23 novembre colpisse e segnasse nel profondo realtà e prospettive di Napoli e di altre aree meridionali. Sulla base di quanto qui esposto sono state, pertanto, selezionate ed esposte opere di: Carlo Alfano, Enrico Baj, Mathelda Balatresi, Renato Barisani, Guido Biasi, Andrea Bizanzio, Giovanni Brancaccio, Giannetto Bravi, Emilio Buccafusca, Enrico Bugli, Francesco Cangiullo, Giuseppe Capogrossi, Luciano Caruso, Guido Casciaro, Giuseppe Casciaro, Luigi Castellano (Luca), Raffaele Castello, Alberto Chiancone, Vincenzo Ciardo, Francesco Clemente, Carlo Cocchia, Mario Colucci, Mario Cortiello, Salvatore Cotugno, Luigi Crisconio, Edgardo Curcio, Renato De Fusco, Lucio del Pezzo, Crescenzo Del Vecchio Berlingieri, Armando De Stefano, Gianni De Tora, Fortunato Depero, Giuseppe Desiato, Bruno Di Bello, Gerardo Di Fiore, Carmine Di Ruggiero, Baldo Diodato, Salvatore Emblema, Francesco Galante, Saverio Gatto, Vincenzo Gemito, Manlio Giarrizzo, Edoardo Giordano (Buchicco), Franco Girosi, Emilio Greco, Mario Lepore, Raffaele Lippi, Nino Longobardi, Luigi Mainolfi, Antonio Mancini, Giuseppe Maraniello, Tommaso Marinetti, Stelio Maria Martini, Umberto Mastroianni, Rosaria Matarese, Elio Mazzella, Luigi Mazzella, Emilio Notte, Mimmo Paladino, Maria Palliggiano, Franco Palumbo, Rosa Panaro, Edoardo Pansini, Guglielmo Peirce, Augusto Perez, Mario Persico, Giuseppe Pirozzi, Gianni Pisani, Carmine Rezzuti, Clara Rezzuti, Paolo Ricci, Guglielmo Roehrssen di Cammarata, Errico Ruotolo, Corrado Russo, Mimma Russo, Quintino Scolavino, Carlo Siviero, Domenico Spinosa, Bruno Starita, Federico Starnone, Toni Stefanucci, Guido Tatafiore, Ernesto Tatafiore, Giovanni Tizzano, Ennio Tomai, Raffaele Uccella, Maurizio Valenzi, Antonio Venditti, Gennaro Villani, Eugenio Viti, Elio Waschimps, Natalino Zullo. Il Museo dispone, inoltre, di un catalogo edito da Electa, con le presentazioni del Presidente della Giunta Regionale Antonio Bassolino, del Direttore Generale per il Paesaggio, le Belle Arti, l'Architettura e l'Arte Contemporanee Roberto Cecchi e del Soprintendente Lorenza Mochi Onori; una premessa di Nicola Spinosa, una introduzione della Direttrice Angela Tecce; e con saggi critici di Maria Antonietta Picone Petrusa, Angela Tecce, Mario Franco e Aurora Spinosa, Katia Fiorentino. (fonte: www.exibart.com)
La coscienza di Pulcinella. Persino Picasso si lasciò avvolgere dalla napoletanità in maschera. Le sue mani disegnarono Pulcinella, il goffo e astuto popolano, servitore quando vuole, padrone di facezie fino allo sfinimento, protagonista di un'oleografia d'annata. Nel suo cornicione bianco, storpia il nobile parlare, disegna piroette, lancia sassolini di antica verità. Quel candido vestito non può ingannare. Il suo animo è tutt'altro che immacolato. Certo, nulla di grave, qualche malandrinata figlia della sopravvivenza. Maschera nera a coprire il viso, due lampi per occhi, gesti veloci, lingua rapace. Lui abbraccia l'uomo e la donna di Partenope, li tiene stretti, in un valzer interminabile. Lui e lei cedono a quel piroettare, ma non si privano di reciproci sguardi sorpresi. Già, proprio come Pullecenella spaventato d'e maruzze. Uno sgomento di scena, una meraviglia virtuale, perché ben conoscono quel maestro di danze e il suo modo di vivere. Ma è bello mostrare umano sbalordimento dinanzi a quel fascino a buon mercato. Parole, gesti, promesse: Napoli vuole credere all'esercito dei Pulcinella. Fa comodo. Fa vita. Fa piatto di pasta. Troppa fatica per scalare l'albero della cuccagna. Ormai, Pulcinella popolano è del popolo. Nessun simbolo, nessuna allegoria, solo un sano camuffarsi, seguendo il momento, il giorno, la pioggia. E in questo andirivieni meteorologico, ogni minuto Carnevale parla, racconta le storie del bene e del male. Che l'allegria sia con noi! Eppure, in un antro nascosto della città, impreziosita dalla polvere del tempo, giace la maschera di Pulcinella, quella vera, quella che non ha mai voluto essere simbolo, ma solo provocazione e ingegno, malinconia e sorriso, uomo e donna. Quelle rughe, quel naso adunco non hanno mai deciso la musica da ballare. Non hanno mai scelto il viso da coprire. Pulcinella è una maschera seria, appartiene allo scherzo. Giovanni Leone
Figura presepiale, 20 cm di altezza, databile a fine sec. XVIII, probabile bottega di Giuseppe Gori, rappresentante bambino disperso conosciuto come Razzullo. Il pastore è in terracotta policroma, gli abiti e i guarnimenti sono coevi. Razzullo e Sarchiapone sono due personaggi napoletani che secondo la leggenda si addormentarono a Napoli e si svegliarono sul presepe.
Pittore a ponte fra le spinte di rinnovamento e i richiami della tradizione, Mario Cortiello ha provato a conciliare queste opposte tensioni, riuscendo spesso a risolverle felicemente. Dotato di fertile invenzione e di notevole capacità rappresentativa, ha lasciato una produzione ricca e varia. “Tra appunti cromatici e narrazioni fantastiche Mario Cortiello raggiunge un surrealismo chagalliano che spesso va al di là di ogni pittorica immaginazione per approdare a quelle favole mediterranee, a quel mondo già nostro vissuto tra mito e leggenda”. (Salvatore Di Bartolomeo)
“Tutti i quadri di Cortiello raccontano fasti, storie e miraggi della immortale maschera del teatro dell’arte (Pulcinella). E non si tratta del contaminato e snervato Pulcinella ottocentesco, bensì del Pulcinella classica capocomica di un balletto sull’orifizio di un inferno, personificazione della fame, spirito esplosivo a livello istintivo, di una grandiosa amoralità. Sulle fantastiche, movimentatissime, persino forsennate scene di Cortiello, egli non compare da solo ma in compagnia di innumerevoli scatenati gemelli a cui per la verità mancano l’abiezione, il servilismo e la grassa volgarità dei progenitori secenteschi. E infatti i suoi dipinti esprimono una grande libertà di spirito, una gloriosa carica di fantasia, un fondo di complessivo ottimismo. Proprio tutto ottimismo? No. Queste pazze sagre, raccontate da un pennello guizzante ed estroso, sono troppo trionfali e felici per poter essere vere o quanto meno accessibili a un possibile sogno”. (Dino Buzzati)