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Di Admin (del 29/04/2010 @ 19:15:38, in Arte News, linkato 200 volte)


Autore: ARMANDO DE STEFANO (1926)
Titolo: UOMINI E RETTILI
Tecnica e superficie: OLIO SU TELA
Dimensioni: 50 x 70 cm

L'opera è firmata A. De Stefano in alto a destra, autentica sul retro.

Si può usare per un pittore la definizione di narratore visivo? Per Armando De Stefano la definizione risulta propria: De Stefano racconta storie, mette in scena commedie drammatiche, organizza rappresentazioni allegoriche. Dopo il ciclo figurativo dedicato (tra il 1967 e il 1968) a Jean-Paul Marat (il giacobino idolatrato dal popolo di Parigi), dopo il «Ciclo di Tommaso Aniello » (Masaniello, «l’inquieto e temerario pescivendolo di Napoli») del 1970-1975, dopo il «Ciclo di Odette» (del 1973-1977) dedicato a «Vita, persecuzione, morte e resurrezione di una giovane borghese innamorata di un proletario anarchico», eccolo proporci, con spregiudicato coraggio e coerente vitalità immaginativa, il «Ciclo del Profe­ta», iniziato nel 1978 e ancora aperto: i protagonisti del «Ciclo del Profeta» sono Giovanni Battista, Cristo e Maria sua madre, antieroi, secondo De Stefano, umanissimi e libertari che incarnano, come Marat, Masaniello e Odette, uno scandaloso (profetico) destino di riscatto morale.

I cicli di De Stefano sono romanzi scenici, affreschi teatrali, melodrammi costruiti attraverso sequenze pittoriche, che sfrut­tano la tecnica cinematografica dei piani e contropiani, i ritmi mimici del balletto e della danza, la funzione rituale che ar­monizza nello spazio del palcoscenico il gesto degli attori e la scenografia che svolge un ruolo di maschera. A proposito delle rappresentazioni pittoriche di De Stefano sono stati chiamati in causa il teatro liturgico-misterico di Lope de Vega e il cinema epifanico di Bergman e Bu­nuel: certo vi si rintracciano analoghi con­trasti tra idealismo ed esistenzialismo, tra ieraticità simbolica e realismo fisico; ma la sacralità di De Stefano, non è, come in Lope de Vega o Bunuel, religiosa; un elemento libertino e liberty, sostanzial­mente laico anche se non parodistico, richiama, nei suoi racconti per immagini, alla memoria più propriamente “Il fiore delle mille e una nottedi P.P. Pasolini e “L'opera del mendicantedi John Gay. Nell’ispano-napoletano De Stefano, che riprende la lezione del sulfureo espressivismo dello Spagnoletto, convivono pat­hos ed eros, innocenza e ambiguità, in una ritualità non liturgica, che usa, in un percorso di ascesi stoica, persino la perversa provocazione peccaminosa di Sa­lomé.

Marat, Masaniello, Cristo: Armando De Stefano mostra una ferma predilezione per il ricupero del valore simbolico di certi personaggi storici anticonformisti, profeti dell’utopia dell’innocenza, della speran­za e della convivenza. Ma De Stefano non celebra la Storia: tanto meno la glori­fica. I suoi antieroi sono, anzi, vittime esemplari dei poteri storici formali; agnelli sacrificali, vittime di persecuzioni e croci­fissioni. La storia autentica, moralmente educativa, è per De Stefano quella basa­ta sulla catena di ribellioni, martirii e ri­scatti che lega i suoi poveri di spirito, interpreti di una riconsacrazione umana dell’esistenza. La Storia con la S maiu­scola è, invece, la Peste di Napoli, il Giar­dino Morto di Odette, la Fuga di Giuda: un museo mortuario, un mausoleo della di­struzione per uscire dal quale ci è d’aiuto solo il filo di Arianna dell’amore (anche corporale). La pittura di De Stefano cele­bra, dunque, la Resistenza del Privato contro la Storia.

Ogni vicenda dei suoi personaggi, anche quella di Cristo o di Maria, descrive un percorso di ricerca di identità personale: e i miracoli (di strazio o felicità) in cui sono coinvolti, non sono testimonianza del divino — non sono sublimazione — ma solo un riconoscimento o un’appropria­zione di umanità. Il Cristo di De Stefano assomiglia molto all’«uomo di Nazareth» di Anthony Burgess e Maria ha molto in comune con la silenziosa e protettiva madre terrena di Gesù proposta da Paso­lini nel “Vangelo secondo Matteo”: protet­tiva come tutte le donne dei tazibao maieutici di De Stefano che sono madri anche quando sono amanti. De Stefano mette in scena le vicende dei suoi eroi per riviverle in una liberatoria drammaturgia mimica e mimetica: acutamente Testori ha parlato a proposito delle sue raffigura­zioni, di «narcisismo giudicante e sacrifica­le».

Le parole che pronunciano e vivono i per­sonaggi di De Stefano sono ardore, amo­re, furore, in alternativa ad orrore, terrore, dolore. Benché sia passato da Marat a Masaniello, personaggi mitopoetici della Rivoluzione, a Maria e Cristo personaggi mitopoetici della Redenzione, De Stefano non sottolinea ancora le parole gioia o grazia. Nel «Ciclo del Profeta» lo Scanda­lo dell’identità non è lo Scandalo della Verità, la Protesta non è Preghiera. Amore e Morte, Bene e Male conducono an­cora, nei poemi visivi di De Stefano, un’ir­risolta battaglia. Nei suoi quadri i fiori di­ventano spine, i broccati si trasformano in piaghe: e non viceversa. Le sue non sono sacre rappresentazioni, sono chansons des gestes, fastose ballate trobadoriche profane.

Raffaele Crovi  (dal volume “Il Profeta”, Edizioni Trentadue)

 

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Di Admin (del 23/04/2010 @ 11:52:57, in Arte News, linkato 87 volte)


  su Pausa Caffè, mensile free-press dell'area vesuviana.
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Di Admin (del 19/04/2010 @ 12:02:19, in Arte News, linkato 185 volte)


Autore: RENATO BARISANI (1918)
Titolo: COMPOSIZIONE
Tecnica e superficie: TECNICA MISTA SU CARTA APPLICATA SU TELA
Dimensioni: 33 x 47 cm
Anno: 1957

L'opera è firmata e datata Barisani 57 in basso a destra.


Scultore e pittore, nel 1937 termina gli studi di scultura presso l’Istituto d’arte di Napoli e frequenta per due anni, grazie ad una borsa di studio, i corsi dell’Istituto Superiore per le Industrie Artistiche di Monza al termine dei quali consegue il relativo diploma. Rientrato a Napoli, frequenta l’Accademia di Belle Arti e si diploma in scultura nel 1941. Ha insegnato disci­pline artistiche negli Istituti d’Arte e nei Licei Artistici. Dal 1978 al 1984 ha insegnato design all’Accademia di Belle Arti di Napoli. Nel Biennio ‘49-50 partecipa alle esperienze del Gruppo Sud di Napoli; dal 1950 al 1955, insieme a Renato De Fusco, Guido Tatafiore ed Antonio Venditti, dà vita a Napoli ai Gruppo Arte Concreta; dal ‘53 al ‘57 è presente nel Movimento Arte Concreta di Milano. Dal ‘50 al ‘53, poi, partecipa alle attività della Nuova Scuola Europea di Losanna e dal ‘75 all’8O a quelle del gruppo “Geometria e Ricerca”. Dal 1958 ad oggi ha parte­cipato, in Italia ed all’Estero, ad oltre 200 mostre collettive. Più di settanta le mostre personali. Nel 1993 è stato insignito a New York del premio Pollock-Krasner Foundation. Sue opere sono esposte, oltre che in importanti gallerie private, presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, il Museo di Gibellina, la Civica Galleria d’Arte Moderna di Torino, la Civica Galleria d’Arte Moderna di Verona ed in numerose collezioni di enti pubblici. Hanno pubblicato monografie sulla sua opera Oreste Ferrari, Enrico Crispolti, Luigi Paolo Finizio, Arcangelo Izzo.

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Di Admin (del 06/04/2010 @ 13:02:28, in dBlog, linkato 178 volte)


Serata di beneficenza presso il locale "Caraibi" di via Campana, 262 a Napoli organizzata dall'associazione culturale onlus Alma Mundi, venerdì 16 aprile 2010 alle ore 21. Cibo e tanta musica.
Il prezzo del biglietto è di 15 euro. Il ricavato sarà devoluto alla scuola elementare Abobo in Costa d'Avorio. "Aiutiamoli a colorare il loro Futuro".  Vi aspettiamo!
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Di Admin (del 02/04/2010 @ 12:37:39, in Arte News, linkato 89 volte)


Jusepe de Ribera, (lo Spagnoletto), "Ecce Homo", olio su tela 103 x 72 cm

AUGURI DI BUONA PASQUA.
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Di Admin (del 02/04/2010 @ 10:40:11, in Arte News, linkato 87 volte)
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Di Admin (del 01/04/2010 @ 13:42:13, in Arte News, linkato 317 volte)


Autore: SALVATORE EMBLEMA (1929 - 2006)
Titolo: SENZA TITOLO
Tecnica e superficie: TECNICA MISTA SU CARTONCINO NERO
Dimensioni: 49 x 34 cm
Anno: 1988

L'opera è firmata e datata Emblema 88 in basso a sinistra.


Salvatore Emblema appartiene a pieno titolo ai grandi della pittura del Novecento. Della sua arte, apprezzata in tutto il mondo, ebbe modo di scrivere diffusamente uno dei più prestigiosi critici italiani, Giulio Carlo Argan. Ai giorni nostri si sono occupati di lui Amnon Barzel e Vittorio Sgarbi. Salvatore Emblema nacque a Terzigno, in provincia di Napoli, nel 1929.
  Il suo itinerario artistico iniziò nel 1948 quando eseguì una serie di Collages usando foglie disseccate e costruendo ritratti attraverso le modulazioni cromatiche. Una ricerca materica sviluppata impiegando anche pietre e minerali raccolti alle falde del Vesuvio. Spinto dalla conoscenza delle correnti artistiche a lui contemporanee si recò in Francia, Inghilterra, Spagna incontrando i più grandi artisti dell’epoca. Trascorse due anni della sua vita a New York dove sviluppò una salda amicizia con Mark Rothko, fondamentale per gli sviluppi successivi della sua arte. Al suo rientro in Italia portò avanti la sua ricerca personale fino a raggiungere la conquista più propria dell’artista napoletano: la trasparenza. Messa in atto alla fine degli anni ’60, dopo un nuovo lungo soggiorno a New York, la trasparenza verrà canonizzata da Giulio Carlo Argan nel 1979 con uno scritto apparso sull’Espresso in cui lo porrà in rapporto ai Tagli di Lucio Fontana e al dibattito sul valore spaziale e ambientale dell’oggetto quadro. Emblema lavora diradando la tela e rendendola suscettibile alla luce, alle infinite variazioni della realtà che dalle spalle della tela ora si affacciano sulla bidimensionalità del piano pittorico, con l’unico filtro di una detessitura esile e geometrica che la guida nel passaggio da linguaggio quotidiano a linguaggio artistico di cui l’artista con gesto paziente, dilatato, modula il tono, il ritmo e la punteggiatura. Salvatore Emblema fu invitato a numerose e prestigiose rassegne, partecipò alla XL Biennale di Venezia e alla Quadriennale di Roma. Nel 2005 furono allestite due importantissime mostre antologiche in sud America: a San Paolo del Brasile nel Museu de Arte Contemporanea da Universidade e a Rio de Janeiro nel Museo de Arte Moderna. Il suo lavoro è ormai presente nei principali libri di storia dell’arte tra cui i libri scolastici di Giulio Carlo Argan su cui generazione dopo generazione ci formiamo tutti.
 
L’artista ha condotto per anni una ricerca coerente sulla luce e il colore fino a giungere alle "trasparenze” riconosciute da Argan come punto di arrivo. Oggi viene accostato da Sgarbi a Fontana  e a Burri nelle soluzioni di spazialità e presenza materica della tela.
 
La sua prima esposizione personale si tiene a Roma alla Galleria San Marco, in seguito, per citare solo le mostre più importanti, espone alla Galleria Christian Stein a Torino, a Palazzo dei Diamanti a Ferrara, al Museo Pignatelli a Napoli e alle Gallerie degli Uffizi a Firenze. Dopo essere state viste alla XL Biennale veneziana, le sue opere arrivano al Metropolitan Museum di New York,  per poi tornare a Napoli a Palazzo Reale e a Vicenza, nella Basilica Palladiana. Negli ultimi anni della sua vita sono state allestite tre importantissime mostre in sud America a Rio de Janeiro, a San Paolo e a Città del Messico: i consensi dei critici, degli studiosi e del pubblico lo hanno consacrato ad una grande fama.


Sue opere in collezioni pubbliche:

Galleria degli Uffizi - Firenze
Museo Villa Pignatelli - Napoli
Musei Vaticani - Roma

Metropolitan Museum -
New York
Rockfeller Center - New York       
Ludwig Museum - Koblenz
Baymans Museum - Rotterdam
     

A Terzigno, paese natale di Salvatore Emblema, è stato costituito il museo Emblema. La Fondazione Emblema è gestita direttamente dalla famiglia Emblema. (fonte: www.yarc.eu/site/)
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