Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Admin (del 04/08/2016 @ 00:00:01, in Arte News, linkato 4828 volte)
{autore=bresciani antonio}
Parlando di Antonio Bresciani, Domenico Rea ha sottolineato la "impalpabile e mite solitudine" che, effettivamente, può essere considerata la cifra distintiva di questo pittore di difficile definizione, teso alla costruzione d'una pittura piacevole, fatta di forme compite ed eleganti, sensuale ed accattivante, ma non per questo vacua e lontana dall'esprimere un contenuto di pensiero. Il Maestro ha vissuto tutto il travagliato percorso degli anni tra le due guerre, cercando di agire sull'affidamento formale per ritrovare uno spessore più intenso a quella partecipazione d'intimità cui egli ha tentato di dare il volto delle sue modelle. (R. Pinto)

bresciani-volto

Autore: ANTONIO BRESCIANI (1902 - 1998)
Titolo: VOLTO
Tecnica e superficie: OLIO SU TAVOLA
Dimensioni: 33,5 x 26 cm

L'opera è firmata Bresciani in basso a sinistra.


Si diplomò giovanissimo all’Accademia di Belle Arti di Napoli, iniziando un’intensa attività artistica. Presente alla Biennale di Venezia fin dal 1930 e alle prime quattro edizioni della Quadriennale romana, ha partecipato alla Mostra d’arte della vita del Mezzogiorno d’Italia (Roma 1953), al Maggio di Bari, al Premio Michetti, alla Mostra internazionale di Lugano, alla Mostra dell’Arte moderna in Italia a Firenze. Bresciani, pittore di fiori e di fragranti nature morte, di paesaggi, ma soprattutto pittore di bambine e di fanciulle. Talvolta visi sorridenti in sogno, talvolta bambine agghindate con una gonna da ballerina; talvolta fanciulle che per la prima volta si mirano nello specchio, e giovinette assorte a puntarsi un fiore o a pettinarsi nella quieta stanzetta. La sua vena è quella del canto e di una soave intimità familiare: in una sorta di casto gineceo. Bresciani è un erede, e non piccolo di Spadini. La sua tavolozza non è quella dell’impressionismo spadiniano, vissuto all’aria aperta: ha le tonalità del chiuso nel rifugio familiare, in una penombra pomeridiana, sulla gamma delle terre rosse e dei grigi e dei bruni. È uno Spadini un po’ crepuscolare, dalla contemplazione sommessa, ed una dolce malinconia sembra sia la compagna di queste figure affacciate alla contemplazione dell’elegia. Alla sua pittura, legata alla tradizione per affettuosità di temi, di lirismo elegiaco, e che trae accordi di una soavità intensa, bisogna guardare con attenzione. (O. Vergani) Antonio Bresciani è quel che si dice un gustoso colorista, nella migliore tradizione napoletana: colori caldi e affettuosi, dorati e patetici. È un artista che ama la realtà sentimentale e nelle sue cose mette un’aria dolce con scintillii quieti, ma intensi. (L. Borgese)


bresciani-ballerine

Autore: ANTONIO BRESCIANI (1902 - 1998)
Titolo: BALLERINE
Tecnica e superficie: OLIO SU TAVOLA
Dimensioni: 36,5 x 27,5 cm

L'opera è firmata Bresciani in basso a destra.

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Di Admin (del 03/08/2016 @ 00:00:01, in Auguri, linkato 1579 volte)
{autore=laricchia vincenzo}
vincenzo-laricchia-capri

VINCENZO LARICCHIA
"Capri"
Olio su tela
50 x 70 cm


I nostri locali resteranno chiusi per ferie da sabato 6 a domenica 21 agosto 2016. Auguriamo buone ferie estive a tutti i nostri visitatori.
 Salvatore a Alfredo Marciano
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{autore=perindani carlo}
CARLO PERINDANI
(Milano, 1899 - Capri, 1986)

L’opera di Perindani si pone in linea con la continuità della tradizione paesistica rivisitata, tra la fine dell'Ottocento e i primi del Novecento, con un’attenta sensibilità al tempo nuovo. Oggi, a trent'anni dalla scomparsa del Maestro noto come il Pittore del Mare, vogliamo ricordarlo presentando due sue opere.

carlo-perindani-capri
"Capri"
olio su tela applicata su tavola 27x50 cm

“Per intendere l'opera di Carlo Perindani bisogna innanzitutto pensare al mare e tenere ben presente questo caso raro e curioso di un ambrosiano al cento per cento alle prese con il mare. Un mare da fissare sulla tela. Un mondo liquido, cromatico mutevole, difficile, traditore, potente ed eterno; una gigantesca forza di pura bellezza difficile da incatenarsi e da fissare. Un'impresa da innamorato. L'assunto di tutta una vita perché Carlo Perindani, cittadino della metropoli della nebbia è ormai cittadino onorario dei regni del mare” (Aldo Cerchiari).

Carlo Perindani, secondogenito di Edgardo e Rosa Bardini, era nato a Milano il 13 settembre 1899 e morto a Capri giusto trenta anni fa, il 23 luglio 1986. Perindani era giunto alla pittura da autodidatta, anche se aveva perfezionato tecnica e mestiere frequentando il corso serale a Brera. Le sue qualità, la sua inclinazione paesistica erano già evidenti quando, trasferendosi a Capri nel 1924, raggiunse il suo principale scopo: vivere su di un’isola a contatto con il mare, sua principale fonte d'ispirazione per il fascino eterno del suo mistero e per i suoi colori. Accanto alla rievocazione delle tappe della sua formazione artistica, è da evidenziare il vivo interessamento di Perindani alle vicende storico-politiche del tempo e il netto rifiuto delle ideologie totalitarie del Novecento. La permanenza a Capri gli permise di conoscere e confrontarsi con numerosi artisti già affermati, tra i quali Augusto Lovatti, Felice Giordano, Ezelino Briante, Andrea Cherubini, Hans Paule, Valentino White, Raffaele Castello, Mario Laboccetta, Mario Cottrau, con i quali condivise l’amore per l’isola e per l’arte. Dopo un periodo di tentazioni surrealiste, Perindani si immerse nel paesaggio dell'isola interpretandolo nel suo rapporto con l'uomo. L'uso della luce, decisamente innovativo, sembra alludere ad una felice antitesi col classicismo dello stile. È evidente nella sua pittura l’influenza della cosiddetta Scuola o Repubblica di Portici. Seppur definito il “Pittore del Mare” per le numerose vedute marine, le sue tele comprendevano vari soggetti dove l’artista dimostra di voler rompere con la tradizione di visioni oleografiche utilizzando i suoi dipinti come testimonianze di una cultura originale ed unica. Perindani riuscì a ritrarre la variegata e suprema bellezza isolana, dai temi agresti alle caratteristiche architetture, dalle frastagliate rocce alla coloratissima flora: più degli altri, però, privilegiò con maggior costanza e varietà il tema marino che evoca simboli ancestrali e muove sentimenti e immagini interiori. L’Artista nell’eseguire questi dipinti, con straordinaria sapienza e velocità, era ben conscio di quali richiami ancestrali e immagini interiori l’argomento suscitasse. Il mare di Perindani, come lui stesso spiegava, racchiudeva tutte le forme e i colori della continua trasformazione e della segreta, inesplorata profondità. Dipingeva sempre en plein air , proprio per cogliere appieno la luce ed i riflessi del paesaggio o dell'acqua, specchio moltiplicatore di colori ed elemento continuamente mutevole. Partecipò con successo alla prima Quadriennale d'Arte Nazionale che si tenne a Roma nel 1931, accanto a nomi come Balla, Morandi, Depero e Guttuso. A partire dagli anni Trenta, e fino al 1974, l'artista espose esclusivamente nelle città del nord ed era solito preparare le mostre nella casa di via Solferino a Milano, dove del resto si recava ogni anno in inverno. Dagli anni Ottanta Perindani si decise a far contenti anche i suoi ammiratori isolani e il consenso con cui furono accolte le sue “personali” capresi lo convinse della bontà della sua scelta e lo gratificò non poco. In fondo, sentirsi ammirato come pittore dai suoi concittadini d’adozione voleva dire anche veder riconosciuto il proprio ruolo di amante e di ambasciatore della bellezza di Capri. Nel 1988, due anni dopo la sua scomparsa per un enfisema, il Comune di Milano, città dove aveva visto la luce e sognato a lungo il mare, organizzò in suo onore una retrospettiva dal titolo “Carlo Perindani, milanese, pittore del mare” che riscosse un enorme successo di pubblico e di critica.
Critici e recensori hanno ravvisato nella pittura di Perindani la presenza di echi veneziani, lombardi, napoletani, impressionisti o addirittura seicenteschi, ma soprattutto essi sono rimasti colpiti dalla maestria con cui ha affrontato uno dei motivi più tremendi fra quelli che la natura offre a chi li dipinge: il mare. Così scrisse Mario Monteverdi: “Una vita per la pittura sullo sfondo del mare, dei colori, delle sue luci: la biografia di Carlo Perindani non può essere che questa”.

carlo-perindani-marina
"Marina"
olio su tela applicata su tavola 24x36 cm

“Nelle nature morte non solo rivela le sue qualità disegnative, ma in composizioni sapientemente articolate sembra fondere insieme la sapienza oggettiva dei fiamminghi e l'intimo calore dei naturamortisti sei-settecenteschi napoletani non immemori del Caravaggio. È la fedeltà alla natura quella che in ogni caso e in tutti i soggetti ha sempre contraddistinto il pittore, almeno sino a che il desiderio di conferire al colore una funzione più aderente al linguaggio attuale non lo ha indotto a ricerche più ardite e più avanzate…, dove la fantasia creatrice dell'artista si sostituisce alla meticolosa descrizione del vero” (Mario Monteverdi)

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Di Admin (del 29/06/2016 @ 00:00:01, in Mostre ed Eventi, linkato 293 volte)

Villa Signorini & Fiera Antiquaria Napoletana presentano

RETRO'
Antiquariato, modernariato, usato, collezionismo, artigianato, opere dell'ingegno, curiosità di ogni epoca e paese.
Sabato 9 e domenica 10 luglio 2016.
ore 9.00 - 20.00
Villa Signorini, Via Roma, 43 in Ercolano
ingresso gratuito
info: 3356212723

fiera-antiquaria-ercolano

FIERA ANTIQUARIA NAPOLETANA                                    VILLA SIGNORINI                 

marciano arte

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Di Admin (del 14/03/2016 @ 00:00:00, in Arte News, linkato 2979 volte)
{autore=galante francesco}

francesco-galante-napoli

L'opera è firmata in basso a destra: "F. Galante". Firma, titolo, anno a tergo.

[…] Figura anch’essa legata alla tradizione, con un profilo più autonomo e controllato, attento al volgere dei tempi, ma fedele ad un modo tutto suo d'intendere la pittura, è Francesco Galante (1884-1972), artista acuto nella rappresentazione delle pulsioni d’una società borghese, di cui egli ha saputo accarezzare compiacente le piccole manie e le ambiguità talvolta sottili, talvolta struggenti. Negli Interni riesce più convincente, poiché ci restituisce uno «spaccato» di questa borghesia acquiescente, di queste signore che vivono l’atmosfera ovattata e rassicurante dei propri appartamenti coi balconi aperti sul golfo, ma anche con qualche angolo oscuro. E così nei ritratti; ove non s’adagia alla riproduzione del «tipo», ma cerca di scandagliare nella psicologia del personaggio. Il pittore della discrezione, potrebbe essere definito o del «grigio», come lascia evocare facilmente il titolo stesso d’un suo dipinto di veduta del porto di Napoli: “Grigio su Napoli” della collezione Morelli.
(Rosario Pinto da “La Pittura NapoletanaLiguori Editore, 1998 )


francesco-galante-pausa

L'opera è firmata e datata in basso a destra: "F. Galante 964". Firma, titolo, anno a tergo.

FRANCESCO GALANTE (Margherita di Savoia, Foggia, 1884 - Napoli 1972). Dopo aver appreso i rudimenti del disegno alla scuola elementare di Margherita di Savoia, Francesco Galante si trasferì nel 1896 a Napoli. Si iscrisse all'istituto di Belle Arti dove ottenne tra il 1899 e il 1904 numerosi riconoscimenti. Nel 1904, conclusi gli studi, si trasferì a Milano dove collaborò con le case editrici Sonzogno e Treves e con la rivista "Varietas" per la realizzazione di illustrazioni. Dopo circa un anno si trasferì a Roma e poi a Napoli dove divenne caricaturista presso il giornale umoristico “6 e 22” e parallelamente iniziò a dedicarsi alla pittura, realizzando in particolare paesaggi e ritratti in cui iniziò a sperimentare la sua particolare ricerca sul colore, dal gusto impressionista. Da allora Galante iniziò a esporre in tutte le più importanti mostre tra cui tutte le Sindacali napoletane (tranne quella del 1930) le mostre della Promotrice (1904, 1911, 1912, 1915-16, 1920-21) e le Biennali di Venezia (1910, 1912, 1914, 1920 e 1922). Tra i soggetti preferiti fin dai primi tempi ci sono interni e soprattutto ritratti di persone care come “Attrazione” (1914. Napoli. Circolo Artistico Politecnico), “Riposo” (Comune di Napoli, acquistato alla Promotrice. del 1915). Dal 1914 al 1957 insegnò nell'Istituto di Belle Arti di Napoli, prima Figura e, poi, Arti grafiche. Con la fine degli anni Venti si assiste nella poetica di Galante a una svolta novecentista caratterizzata da un maggiore realismo e da una produzione più delicata e intimista. Al centro della sua ricerca si pose l'ambiente domestico indagato in tutte le sue declinazioni, sia come simbolo della tranquillità dei personaggi della Napoli borghese, sia come espressione schietta degli affetti familiari. […] A partire dagli anni Trenta lo stile di Galante si fa più solido, scompare la caratteristica pennellata sfrangiata degli anni precedenti, e si assiste a un abbassamento delle gamme cromatiche, insieme a una nuova plasticità delle figure. Nel dopoguerra Galante recuperò lo stile delle sue opere giovanili insieme a tinte più chiare. Nel 1953 decorò il soffitto del teatrino di corte del Palazzo Reale con “Le nozze di Anfitrite e Posidone”, nel 1955 tenne una personale presso la Galleria Mediterranea e nel 1965 l'ultima presso il Circolo Artistico Politecnico.
(Elisa d’Agostino da “9cento. Napoli 1910 – 1980 per un museo in progress” Electa Napoli, 2010 )


francesco-galante-capo-miseno

L'opera è firmata in basso a destra: "F. Galante". Firma e titolo a tergo.

Dal 1896 al 1904 studia all’istituto di Belle Arti di Napoli, allievo di Volpe e Cammarano. All’attività di pittore accosta sin dall’inizio quella di illustratore (“Varietas”, 1907-08) e di insegnante (Istituto Statale d’Arte, 1914-57; Accademia, 1930-32). E presente alle maggiori manifestazioni artistiche napoletane (Promotrici Salvator Rosa), nazionali (Biennali veneziane, Torino, Roma, Milano) e internazionali (Parigi, Salon d’Automne, 1909; Santiago del Cile, 1910). Partito da esperienze di gusto impressionista e “nabis”, negli anni Trenta si accosta ai modi di Novecento.
(Novecento Italiano” 1998 – 1999. ed. De Agostini)




L'opera è firmata in basso a sinistra: "F. Galante".
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Di Admin (del 19/02/2016 @ 00:00:00, in Arte News, linkato 2694 volte)
{autore=vitagliano salvatore}
Salvatore Vitagliano: un perturbatore disarmato

Premetto che ho insufficienti rudimenti del taoismo, per avviare un discorso più confacente a lui. E d'altra parte, non si può parlare della sua opera senza questo fondamento filosofico. Ma parlare della sua opera significa anche parlare di lui, perché opera e uomo in questo caso sono inscindibili. Salvatore Vitagliano lo si incontra talvolta alle mostre, discreto, schivo, silenzioso. Se ne sta in disparte, il berretto calzato sulla testa rasata da bonzo e quegli occhi perforanti che cercano di afferrare ogni palpito, di percepire ogni lampo che filtra dalle convenzioni. Raramente mi è capitato di vedere un uomo così disarmato eppure così severo, agguerrito, sicuro. Nessuno, a guardarlo, indovinerebbe tanta forza in quell'aspetto esile: una fermezza che gli deriva dal suo senso di giustizia — che è rigore morale — davanti alla quale non esistono interessi personali né ambizioni. Non si piega davanti a nulla e nulla lo indigna più del compromesso o dell'ipocrisia. Come un antico Spartano, ha il culto dell'amicizia, per lui sentimento imperituro, che continua oltre la vita, e per la quale non esita a sacrificare rapporti che potrebbero rivelarsi vantaggiosi per la sua attività. É leale, generoso, disinteressato e passionale, qualità imperdonabili in un mondo di arrivisti, che premia la mediocrità cortigiana e riduce la verità in spazi sempre più angusti. In siffatto mondo Vitagliano è una presenza scomoda per il solo fatto di esistere. La sua opera, a Napoli, la conoscono tutti, e tutti ne parlano bene, ma come per esorcizzare l'autore, quasi si avvertisse minacciosa l'ombra che lo annuncia. E chiaro, quindi, che ha una vita difficile. Entro nel suo studio, in un antico edificio del Centro Storico di Napoli, che porta ancora i segni di un fasto passato, anche se attualmente dimesso. I miei occhi sono subito catturati da un'opera che copre tutta la parte (la parete di una casa antica!). Si tratta di un centinaio di piccole tele giustapposte a formare un tutto unico. Se avessi la possibilità di guardarlo a distanza adeguata, non esiterei a definire quest'opera un Klee dilatato. Ma a distanza ravvicinata è Vitagliano che parla. Al centro della composizione un'immagine umana e tutt'intorno noti e ignoti simboli - la croce, il candelabro ebraico, la mezzaluna, i geroglifici... Ciò che mi colpisce, però, è il colore sul quale riposano i simboli. Vi predominano l'azzurro e l'oro, i colori che i Bizantini riferivano alla spirito. Mi attrae maggiormente l'azzurro, prezioso, raffinatissimo, dalle infinite vibrazioni, come i cieli di Piero della Francesca. Nel suo saggio sul simbolismo funerario degli antichi, J.J. Bachofen osservò che i simboli dei rilievi funerari romani riposano in se stessi, il che significa che quei simboli sono in se stessi compiuti e non rimandano ad alcuna realtà che li trascenda. Come è possibile, ciò, se noi chiamiamo simbolo una immagine o una entità che per sua natura e struttura ne richiama un'altra? Quei simboli, pur non rimandando ad alcuna entità che li trascendesse, rimandavano alla morte, al Nulla della morte. Non alla morte in sé, ma al mito della morte, cioè una verità superiore che è Nulla. Il rimando al Nulla è un'esperienza eminentemente religiosa, oscura, che collega l'essere direttamente all'Assoluto, come l'hanno sperimentata i mistici di tutte le religioni, greci, buddisti, taoisti, ebrei, cristiani, musulmani. Allora, se il misticismo è il desiderio di sentire Dio, si comunicare con Lui nel modo più intimo e profondo, Salvatore Vitagliano è un mistico, come mistici sono, del resto, tutti i grandi artisti nel momento decisivo della creazione quando, posti di fronte all'oscurità dell'ignoto, a quel Mysterium tremendum assolutamente inaccessibile fatto di timore e speranza, di terrore e stupore, l'eccitazione sensibile cerca un'espressione e con essa quel carattere di assoluta eccezionalità, di rivelazione manifesta e nello stesso tempo nascosta, che è il carattere originario del sacro. La ricerca del sacro come unica fonte del reale. Ecco il nodo problematico dell'odissea di questo artista che, come un francescano o un monaco buddista imprime alla sua vita un'austerità quasi rituale per poter meglio transitare dal finito all'infinita onde evocare il mistero nella sua realtà più insondabile: quella metafisica, la realtà ultima, così estranea alle realtà empiriche delle nostre esistenze quotidiane. Il suo studio di scultura, un piccolo spazio ritagliato nel sottoscala dello stesso palazzo monumentale è il tempio degli antenati come egli stesso lo definisce.


Qui, accanto a farmene di terracotta come quelle degli antichi artigiani che fabbricavano colombari per le anime dei trapassati, mi vengono incontro ancora immagini simboliche di un passato sepolto dall'oblio. Anche qui si tratta di simboli che non rimandano a nulla se non a se stessi, ma si capisce come sia vivo il desiderio dell'artista di impadronirsi della morfologia del simbolo per meglio rendere cosciente a se stesso e a chi guarda la sopravvivenza di elementi arcaici. E un luogo di culto, questo antro sacro, e in principio il culto era legato alla corporeità materiale, poiché in essa, soprattutto in essa, si vedeva la conservazione dell'Io. Egli vi vede la conservazione del vero Io, un Io svincolato da qualunque forma di coercizione sociale nell'adesione alle cose umili della terra, al paziente e perseverante lavoro. Salvatore Vitagliano parla poco. Tantomeno delle sue opere, e tuttavia interrompe la mia concentrazione affrettandosi a dichiarare di non essere un simbolista, che i simboli non sono importanti per lui, ciò che conta è l'energia. vero, i simboli non sono importanti nella sua opera, ciò che conta è la pittura, fatta di fremiti, di vita, e immagino la mano del pittore all'opera, la vedo fremere e palpitare come la sua pittura. La sua anima e l'anima della cosa che dipinge diventano tutt'uno. Una figura pensa con i suoi pensieri, un albero respira con i suoi polmoni. Su tutto alita il soffio vitale dell'autore. Per giungere a una tale vitalità egli è costretto a riprendere continuamente il lavoro, a ridipingere quello che il giorno prima sembrava terminato. Per lui un quadro non è mai "finito". La forma non diventa mai quella famosa entelechia di cui parlava Aristotele. Se l'arte è la vita, la vita si conclude solo con la morte, col nulla, ma finché è vita, è cambiamento. Questo è un punto cruciale che l'esteta decadente non ha saputo risolvere, e che invece Vitagliano penetra fino alle estreme conseguenze. L'ebbrezza dell'arte — scriveva Baudelaire — è più adatta di qualunque altra a nascondere i terrori dell'abisso. Per scendere nel proprio abisso Vitagliano non si affida ad altra magia che le sue proprie immagini, né ad altri mezzi che la propria forza espressiva. E per penetrare in fondo il mistero della vita, lui non può accontentarsi di rivolgersi superficialmente alle filosofie orientali - come fanno gli adepti della new age. Deve viverle Tao. E la più alta concezione etica della vita e il principio ultimo della metafisica orientale. Il taoismo è virtù, inazione, natura, antiutilitarismo, non desiderio, non rivalità, mitezza, docilità ... e lui è mite, docile, virtuoso, disinteressato. Secondo il taoismo, solo liberandosi dell'Io sociale si diventa consapevoli del vero Io, e lui è svincolato da tutti i conformismi sociali perché vive in pace col suo proprio Io. Il Tao trascende il bene e il male, non si lascia giudicare da nessuna misura umana, e lui agisce in modo da non lasciarsi classificare o imprigionare in una categoria definita. Ma soprattutto, per il Tao, la natura non è un qualcosa, è un Tu. E il Tu è allo stesso tempo forma ed essenza, cosa e verità, è oggetto e soggetto, è il quadro che si dipinge o la scultura che si plasma e il suo autore nello stesso tempo. E qui il cerchio sembrerebbe chiudersi. La famosa energia di cui parlava è questo principio informatore inscritto nell'universo, la forza vitale che dal cosmo fluisce nel pennello dell'artista cinese, per il quale l'originalità non conta nulla: conta soltanto la perfezione, che è affiato con l'universo; perfezione che non è mai conclusa, perché non ha gradi, né toni, come un canto gregoriano che non ha ritmo, ma è il respiro dell'anima. L'importante è la sintonia che deve stabilirsi col Chi, in modo che l'anima dell'universo confluisca nell'opera. Solo così si potrà tendere alla perfezione, che non e mai assoluta, perché ci sarà sempre una nuova e più perfetta perfezione. Quando gli dico che, a un certo punto, il supporto non reggerà più lo strato di materia che vi si deposita sopra, e che si spaccherà, lui mi risponde che anche allora continuerà a lavorarci sopra: sono le rughe che il tempo deposita sugli esseri umani. E qui c'è un altro problema che la pittura di Vitagliano solleva: il tempo. E un tempo dilatato che, come la creazione, ha un inizio, ma non una fine, un tempo che si ripiega su se stesso, in un eterno ritorno che è nietzscheiano e taoista insieme. Ma tutto questo non si evince dall'opera, che rimane ermetica.


Spiritualmente rivolto al passato, Vitagliano è un artista d'avanguardia. Egli però non tende ad aggredire trasversalmente concezioni convenzionali acquisite, né a interrogarsi sulla realtà empirica dell'arte, sulle modalità dell'opera. L'immagine, per lui, non assume un significato puramente immanente. E si spiega: egli è rivolto al sacro, e il sacro non conosce la separazione tra un mondo dell'essere immediato e un significato indiretto, tra immagine e cosa, Quella che noi chiamiamo rappresentazione, per il sacro è un rapporto di identità reale. L'immagine non rappresenta la cosa, è la cosa, quella che i greci chiamavano eidolon. La statua di un dio e il dio in persona. La bambina raffigurata con l'abito della prima comunione è impressionante. Tutti i particolari sono al posto giusto: il velo, le mani guantate che reggono il libro di preghiere, le scarpe. È tutta bianca, anche il volto, solo una striscia di colore azzurro, appuntita come una spada, le pende dal fianco interrompendo la candida uniformità. Eppure, a guardarla bene, questo simbolo di innocenza non sembra affatto innocente. Quei suoi grandi occhi scuri, severi, solcati da profonde occhiaie azzurre (lo stesso colore della spada), turbano. Sono occhi inquisitori che ti rovistano l'anima, spietati e ostili. La si guarda con un senso di malessere, di paura, come si guardasse l'improvvisa apparizione di un demone. È un'epifania, ma un'epifania infernale. Perché e così inquietante quella bambina? Così insostenibile quella visione? Perché quella spada azzurra segna a un tratto una barriera? È un'opera fondamentale, questa, nel percorso artistico di Vitagliano, un capolavoro nel senso più esatto del termine, in quanto è da essa che scaturiscono le altre opere. È un indizio, forse una presa di coscienza, ma di che? Di una prima comunione con l'essere? Di un ricongiungimento? Da che deriva il turbamento che si prova guardandola? Da una simile terrifica esperienza il profano è escluso. Di forte adesione emotiva, invece —anche se del pari inquietante — è la grande tela raffigurante Uno che attraversa il mare. È una figura dall'ambiguità androgina e dai colori accesi. Vi predominano il rosso intenso e l'azzurro. La struttura è monumentale, architettonica, di grande consistenza plastica, e l'impasto compatto, forte e denso, come è nello stile di questo pittore che sa dominare la materia con straordinaria maestria. I colori si chiamano e si rispondono reciprocamente, la luce ha lo stesso valore dell'ombra e lo spazio è perfettamente integrato con la figura. Questa, infatti, pur nelle sue linee sfrangiate, vi si integra senza perdere la sua coesione. I rigidi confini dell'interno e dell'esterno, del soggettivo e dell'oggettivo non rimangono più tali, si fluidifica-no ma non riflettendosi l'uno nell'altro in un vicendevole rispecchiamento che ne riveli il contenuto: semplicemente diventano la stessa sostanza. Le parti del corpo hanno la liquidità dell'acqua, ma la figura non è una metamorfosi, è l'acqua stessa, il principio di tutte le cose. L'unità della vita è così raggiunta, ed è una unità qualitativa. Qui non esiste alcuna differenza tra il mondo dell'essere naturale e quello dello spirito, nessun dualismo in grado di stabilire la distinzione tra corpo e anima, sulla quale la coscienza metafisica stabilisce la certezza dell'immortalità. Una tale coscienza gli antichi la fondavano sull'interdipendenza di vita e morte, senza alcun prima e alcun dopo, ma come completa e indivisibile compenetrazione dei due processi. Quasi tutti i suoi volti hanno orbite cave al posto degli occhi, eppure il loro sguardo è intenso e ci scruta. Sono occhi pieni di vuoto e di silenzio. Alcuni di essi, pur non essendo mai semplici volti umani, possiedono una rigorosa compiutezza formale. Senza perdere nulla della loro identità, vengono subordinati al colore, che non è quello specificamente attribuito alla carne, perché il pittore rinuncia deliberatamente a imporre loro le associazioni abituali. In questo modo essi adottano qualità di trasparenza, di duttilità, fluidità, che sono le condizioni a cui esseri e cose vengono chiamati a una diversa esistenza. L'elemento dinamico e ritmico rimane il medesimo, non solo nella figura, anche nell'oggetto naturale che vi è commisto: lago, prato, mare, fuoco, cielo, vento...


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SALVATORE VITAGLIANO:
"CONCHIGLIA" Tecnica mista su cartone telato 18 x 24 cm

E questo il suo modo di conoscere, e non ci sorprende che si serva dell'aspetto umano per dare un volto alla natura. Passare di là e salvarsi non necessariamente comporta un abbandono del nostro corpo e del nostro volto, della nostra responsabilità morale, insomma di tutta quanta la nostra pesante e vischiosa umanità. In questo modo l'uomo, pur continuando ad essere il centro e la misura di tutte le cose, nel vivere e nel morire del mondo, della natura, non trova soltanto un'espressione indiretta e riflessa del suo proprio essere, ma coglie e conosce in esso direttamente se stesso, vive in esso il suo proprio destino, contenendo in sé una pluralità di elementi inietta nella materia un coefficiente di intensità. Il mondo — dice Bachelard — è intenso prima di essere complesso. Ogni figura di Vitagliano possiede questa intensa vitalità. Già in alcune sue opere precedenti, la composizione ruotava intorno a una sorta di oggetto bombato, come un grande ovolo. Si trattava piuttosto di una forma indotta ad ampliarsi, a sollevarsi, senza tuttavia rompersi, segno di una vera dilatazione dell'essere. Questa forma annunciava un'interiorità intensa dello stesso oggetto, diceva la spinta di una pienezza impaziente. E tuttavia essa non dava veramente sfogo a quel movimento di espansione. La ricchezza di questa forza bisognava andare a estrarla, e per estrarla era necessaria la solitudine meditativa. E così Vitagliano, con un gesto imprevedibile e folle incollò a due a due i suoi quadri col vinavil, e come un eremita si ritirò nel Beneventano. Coerentemente con i suoi principi, egli non poteva abbandonare il campo per evenienze non attinenti al suo modo di concepire la pittura. Forse influì su di lui anche la piega che stava prendendo l'arte in quel periodo burrascoso, che non attribuiva alcuna importanza al valore della pittura in sé. Durò quasi un decennio la sua meditazione solitaria. Poi ricomparve. Oggi queste stesse forme arrotondate sono le sue figure umane, e quale intensità esse possiedono, quale mobilità! Ma si tratta di una mobilità contenuta, quasi virtuale, come una venatura che riveli nell'involucro della materia una identità centrale spirituale. Nel volto di una donna, dove l'iridescenza del verde si ingolfa con infinite vibrazioni e sfumature — quasi si trattasse di una palude — si riverbera il ciclo vitale della vita fermentante dell'acqua che ristagna: non una sostanza morta, ma un brulichio di creature che vivono, La palude diventa così l’esca in cui abbocca la bellezza; ma solo per fare più profonda la profondità dello stagno. Un viola fiammante, invece, accende il volto di un fiume, un volto che rievoca la notte del tenebroso fondo, le sue ombre che risalgono dal silenzio e invadono gli occhi vuoti e dolorosi della figura. È un'immagine di dolore cosmico. Quale male insondabile si cela nella vita che scorre? È sempre ravvisabile, nelle opere di Vitagliano, qualcosa di altro, e non sorprende che egli si serva dell'aspetto umano per dare un volto alla natura. Attraverso le sue opere egli ci conduce a viaggiare nei grandi campi dell'universo, nella neutralità della luce, senza farci dimenticare il nostro nome. Le sue figure umane sono essenze riconoscibili, con i loro tratti particolari, le loro espressioni: conservano il carattere del modello al quale si può perfino dare un nome. Dall'umanità non si evade, non occorre nessuna fuga irresponsabile, l'essere è poroso, assorbe in sé la realtà oggettiva, e in questa porosità acquista vigore, consistenza e spessore. La fanciulla raffigurata in assorto raccoglimento, tutta bianca su uno spazio nero, si erge granitica come una montagna. La sua bianchezza assume una sfumatura di rosa, lieve come uno smarrimento verginale, senza di che il bianco non avrebbe coscienza del suo proprio candore. Ho visto ripetutamente Vitagliano lavorare a questo quadro, ogni volta la figura era sommersa da un nuovo spessore di colore; e ogni volta il pittore mi diceva che così era finita. Poi, un bel giorno l'ha finita davvero (o almeno così sembra fino a questo momento), e davanti ai miei occhi un nuovo mondo si è aperto. È difficile mantenere una distanza critica davanti al fremito dell'universo, perché in quest'opera si sente veramente l'universo che freme. La notte buia, punteggiata da mille bagliori — mille creature invisibili che nulla attendono dal respiro del tempo — è un silenzio che canta e riecheggia nell'anima come un interminabile tonfo. Nulla si muove nel quadro, eppure tutto è in movimento, tutto vibra. La notte è laboriosa, nemmeno i vertici dei monti e i baratri dormono. Ma via via che gli occhi si abituano al buio strane immagini affiorano. Al centro della notte c'è un uccello nero, un uccello emissario del vuoto accanto alla fanciulla avvolta nella sua solitudine, nel suo sogno di neve. Aspetto sacro di verginità, ella incarna un universo verticale contro il quale si infrange ogni tentativo di profanazione. Sulla fronte candida, però, un buco nero come un ferita, o come un sesso, ha lo stesso colore, lo stesso impasto dello spazio che l'abbraccia. È uno spiraglio. In questo punto di inserzione l'universo si è aperto un varco nell'essere, si è annunciato alla coscienza. Cosi, senza l'ausilio di nessuna cesura plastica, se non il contrasto della figura e il nero dello spazio, Vitagliano ci dà la stessa sensazione di ineffabilità — tanto più imperiosa quanto più segreta — delle grandi annunciazioni quattrocentesche.

 

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SALVATORE VITAGLIANO:
"CROCE" Tecnica mista su tavola e plastica trasparente 100 x 70 cm

Tutta la poesia delle sue immagini ci dice che la notte e le tenebre non sono evocate per la loro estensione, il loro infinito, ma per la loro unità, perché nella notte tutto si fonde. Ci dice che fuori del momento creativo, momento sacro, solenne, che immobilizza il tempo in un solo istante, non c'è che prosa e profano. Nel suo mondo nulla poggia con calma e saggezza, con pesantezza, sul rassicurante terreno delle convenzioni acquisite — la bellezza non è forse perturbante e perversa? I cieli sulfurei conservano tracce di presenze diaboliche, la terra è trasparente, l'aria è solida, l'acqua verticale. Eppure, non si tratta di un mondo capovolto; piuttosto di un mondo che rifiuta il conflitto degli opposti. Non c'è dialettica nel suo mondo poetico; o meglio, la dialettica è stata vinta dalla poesia, l'unica capace di trasportare l'essere al dì là della pura durata, di far sentire il tempo come un'ascesa, dove nulla è anteriore o posteriore, ma dove tutto si vive in un solo momento: la dolorosa gioia e il dolore che consola. Tuttavia, malgrado il disperato tentativo di una sintesi conciliatrice, non sembra esserci nel mondo poetico di Vitaliano alcuna possibilità di pacificazione: la materia è agita dall'interno, la sua interiore intensità risveglia immagini dinamiche. Quel senso di inquietudine che emanano le sue figure ci turba. E turbare vuoi dire introdurre disordine. È questo il culmine del suo messaggio: pervertire tutte le nostre false certezze e mostrarci un ordine diverso, le cui coordinate sanno imporre una direzione allo spirito, questa parte così obliata della nostra umanità. Se la grandezza di Picasso consiste nell'aver sovvertito la forma, cardine essenziale delle nostre convenzioni acquisite, la grandezza di questo pittore misconosciuto risiede nel perturbare i fondamenti stessi della nostra coscienza. E un danno per tutti, che forze avverse non gli consentano di raggiungere un pubblico più vasto. Ma egli non si dispera, perso come è nella sua pittura, unica fonte di consolazione. Una mutazione continua in cui ciascuna delle forme si scambiava i propri attributi. Non basta, dunque, l'ottusa volontà di cancellare il suo nome per precipitarlo nel nulla. Il nulla, per lui, conteneva il germe dell'essere, e a dispetto del becerume imperante egli vive nella sua opera, che è li, a sfidare il tempo e i pregiudizi del tempo.

 Maria Roccasalva


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Il volto seducente e ambiguo del «possibile»: Vitagliano, una pittura dolcissima e velenosa

C’è indubbiamente bisogno di molto coraggio per fare come Salvatore Vitagliano (San Martino Valle Caudina, 1950), che in questi ultimi anni ha voluto rimescolare le regole di una ricerca pittorica che egli veniva ormai conducendo con crescente sicurezza e con risultati di una qualità così alta da sembrare miracolosamente conquistata sui più ardui crinali della storia dell’arte: una qualità imperturbabile, anche quando lo scatto della fantasia, improvviso e violento, spingeva l’immagine nelle regioni abitate dalle strane creature della notte e del sogno. Anzi, proprio allora, mentre l’immagine esibiva vistosi processi di metamorfosi, risultava maggiormente evidente che la pittura di Vitagliano possedeva una sua interna spazialità, stabile ed omogenea, in cui la forma poteva di nuovo assestarsi, rivestendosi di un tessuto cromatico vibrante nell’intensità dell’impasto e nell’ampiezza del registro, ma sempre seducentemente integro.

Ora il giovane artista campano – che può a ragione essere considerato un autentico protagonista della pittura italiana dell’ultimo decennio, ben diversamente, s’intende, di quei tanto più noti suoi coetanei che gareggiano «selvaggiamente» sui circuiti del mercato, al seguito di spregiudicati manager – ha sconvolto le coordinate del suo precedente percorso, liberando lo sguardo sull’orizzonte del possibile. Ma per far ciò egli ha innanzitutto messo in questione quella «qualità» delle immagini che, proprio per la sua felice persistenza, accennava a surrogare, in funzione gratificante, la percezione del mondo delle cose.


Con le opere esposte nella galleria L’Ariete, Vitagliano ha voluto correre il rischio di una nuova avventura, poiché sapeva di aver tanto fiato da poter discendere entro gli strati oscuri della propria soggettività, nel cuore pulsante di vita da cui provengono i fantasmi dell’arte, spinti in alto dalla forza dei desideri, verso lo schermo luminoso della coscienza e dei sensi, che è poi la soglia da cui il nostro corpo s’affaccia sullo spettacolo del mondo e s’inoltra nella rete dei rapporti intersoggettivi. Lungo questo doppio tragitto, di vertiginosa immersione e di lento ritorno sulla superficie, l’artista non ha smarrito la consapevolezza della dimensione culturale dell’esperienza pittorica. Perciò questa, in Vitagliano, rimane anche oggi estranea ai luoghi comuni e banali della poetica surrealista, non è uno sprofondamento inconsulto nell’inconscio né essa s’affida all’automatismo del segno.


È piuttosto una rifondazione del senso di quella dimensione culturale, scandagliata oltre che lungo i suoi tramiti storici, nelle sue profonde radici esistenziali. Se è vero, perciò, che l’attuale pittura di Vitagliano provoca talvolta l’inquietante effetto di una fascinazione medianica o quello di una presenza enigmatica e sgradita, evocata da chi sa dove, ma nella quale infine sei costretto con disagio a riconoscerti, con le tue inconfessate ambiguità, non bisognerà meravigliarsi che essa riveli qualche singolare memoria dell’arte simbolista e romantica. Allo stesso modo, volendo ricordare, come è giusto, la più bella delle sorprendenti sculture presenti nella mostra, si dovrà osservare che questo «animale», di aggressiva eppure patetica vitalità, sembra sia uscito da un incubo dell’immaginazione, ma potrebbe arricchire i «bestiari» della scultura romanica.

Nelle opere in cui più evidente è la consonanza con i motivi simbolisti il colore passa da irregolarità e spessori materici da art brut a sottigliezze estremamente raffinate dove svariano i gialli, i verdi e gli azzurri, scambiandosi dolci tenerezze e acidi veleni. Si veda ancora come dietro le figure femminili dipinte su due grandi tele si scoraggiano misteriosi paesaggi che ora sfumano tra vapori ed umide esalazioni lacustri, ora sprondando nell’area diventata così densa, cupa e buia da provocare il ricordo, o la paura, di una morte per annegamento.


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SALVATORE VITAGLIANO:
"CIRO" Olio su carta applicata su tavola 30 x 21 cm

Ma vi sono altri quadri che, ad una prima considerazione, possono sembrare lontani da questa poetica che, riscoprendo un arco amplissimo e oltremodo vario di possibilità espressive, conferisce all’elemento iconico, su cui poggiano gli schemi compositivi e i ritmi formali, una grande ricchezza di significati ed eccita una risonanza psicologica nel cui cerchio è difficile non rimanere emotivamente coinvolti. In queste immagini la sostanza figurativa si direbbe svanire al di là dello schermo del quadro, dove non rimane che una fugace impronta, dove la forma appare rotta da una gestualità frenetica che esalta la luminosità del colore, facendola sprigionare dall’interno o suscitandola sulle stesse zone d’ombra, come un brillio e un fremito della pelle della materia.

Ma è facile capire che anche qui, in queste immagini che danno l’impressione di una più diretta e felice esposizione all’aria aperta, tanto da far pensare ad un ritorno alla natura e alle circostanze familiari del paesaggio campano, in realtà Vitagliano continua a comunicare il fascino di un sentimento della vita che non si esaurisce nell’emozione del presente, ma è capace di cogliere in questo gli ambigui e capziosi lineamenti del possibile.

Vitaliano Corbi


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Di Admin (del 01/01/2016 @ 00:00:01, in Arte News, linkato 605 volte)
{autore=calibe giustino}
L’opera di Giustino Calibè (dalla rivista Albatros di ottobre 2014)

Si dissolvono nell’aria, evanescenti, diafane, ombre inquietanti dalle cromie lattiginose. Esseri dai connotati indefiniti, nudi e indifesi, si materializzano straniati davanti allo sguardo curioso dello spettatore. Magnifiche ossessioni, ripetute all’infinito, nelle forme e nei segni delicati e timidi, ondeggiano sospese nello spazio alla disperata ricerca di un punto fermo, di una certezza, di un sentimento vero, di una emozione profonda, di un ricordo vivo, che non sia soltanto una memoria che sta per svanire. Una presenza singolare nel mondo dell’ arte contemporanea campana, quella di Giustino Calibè (1950), nato e indissolubilmente legato a San Giorgio a Cremano (Napoli), poeta, disegnatore, pittore e musicista. Una figura poliedrica, introversa, silenziosa, chiusa in un mondo tutto suo e sempre in disparte, che anche se apparentemente si delinea in una moltitudine di colori tenui e fiabeschi, spesso nasconde e fa’ mimetizzare gli orchi veri, che nella vita di ogni giorno, spaventano e fanno ammutolire. Un artista dalla personalità in continuo dissenso con tutte le mode e correnti artistiche, che ha fatto del proprio stile e dell’autonomia, un metodo essenziale per esprimere il proprio sentire e far riflettere sulle sofferenze e contraddizioni di una società che sta smarrendo i connotati di originalità, di libertà, di semplicità e purezza, piegandosi alla legge dell’artificio e dell’impietoso e rozzo mercato globale.


L’esperienza artistica di Giustino Calibè, allievo dei maestri Iandolo e Pirozzi presso la Scuola Libera del Nudo dell’Accademia di Belle Arti di Napoli, si snoda attraverso varie fasi di sperimentazione, con brevi incursioni nell’arte informale, nell’espressionismo tedesco, nel surrealismo, risentendo gli echi di esperienze creative di Paul Klee e delle atmosfere onirico – naif di Osvaldo Licini. Calibè è passato da una pittura fortemente condizionata dalla forma, densa di materia e delle polveri del Vesuvio, ad una raffinata ricerca tesa alla sottrazione del segno, cercando di dare il maggior rilievo al linguaggio pittorico che diventa sottile, ricco di significati, di metafore, di atmosfere da sogno e di costanti silenzi. Una lunga ricerca, approfondita e complessa, che infine approda a porre la figura in sé, come fulcro e elemento cristallizzante di tutta la produzione artistica di Calibè. Una figura, che ogni volta, solitaria e indifesa, diventa il nucleo palpitante di struggenti liriche, si delinea nei disegni a china rigorosamente in bianco e nero e nei delicati dipinti, popolati da forme appena accennate e intrise di tenui colori pastello, stesi con garbo e delicatezza, come se fossero solo sussurrati.


Le tele di Giustino Calibè sono abitate da una moltitudine di esseri quasi asessuati, contornati da un sottile velo d’ombra e di mistero, inclusi in una impalpabile, iridescente, immaginaria bolla di sapone, che appena sfiorata, svanisce in fretta, con tutto il suo fragile contenuto. Degli esseri strani e impotenti, impossibilitati a reagire a causa di quelle braccia brevilinee con le mani a forma di rizomi, spesso conserte nel gesto di autoprotezione, che sembrano ammonire: “noli me tàngere”…fermati e rifletti! Se no, tutto diventa vano, tutto scompare in un attimo, tutto finisce e non ritorna più! L’arte di Calibè riguarda soprattutto la sfera di emozioni, invita al silenzioso ascolto e lo fa con una eleganza rara e sensibilità unica, sotto un segno di costante misura e persino di un impensabile pudore espressivo.


giustino-calibe-1995

GIUSTINO CALIBE':
Olio su tela 80x100 cm 1995

La dimensione lirica di tutte le opere, supportata da una forte vena di malinconia metafisica, si nutre di un segno apparentemente primordiale, come se non volesse mai far differenza tra la realtà fisica e quella psichica. Le emozioni e il profondo sentire dell’artista fluiscono liberamente e senza tregua nella sua arte. Cambia la vita, cambiano le sensazioni, ragione e sentimento si mescolano all’infinito, producendo un variegato paesaggio di personaggi e di stati d’animo, di passioni e di impressioni.

 

Joanna Irena Wrobel



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giustino-calibe
Giustino Calibè
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Humana - Figure Monumentali (dalla Mostra di Castel dell'Ovo di settembre 2014)

Il corpo è il veicolo di tutta la nostra conoscenza. Delle nostre emozioni e del modo in cui le comunichiamo, ma è anche tutto il nostro essere l’involucro in cui esso nasce e si esaurisce. La moderna società occidentale ci sta abituando sempre più a trasmettere questo nostro essere soltanto attraverso strumenti infallibili meccanici che lo manifestano in parti separate. Se ne deduce che la rivoluzione informatica ha determinato la globalizzazione e questa ha offerto la possibilità a culture differenti di incontrarsi. Ma se il corpo è costituito di materia essa deve lasciare inevitabilmente traccia fisica della propria presenta e del proprio movimento.


Tutte le azioni dell’uomo anche le più impercettibili come il pensare o il provare emozioni sono il frutto del movimento della materia che si manifesta sul corpo e nello spazio che esso circonda. Ecco perché Giustino Calibè che ripresenta alla Sala delle Terrazze di Castel dell’Ovo l’ultima sua produzione, frutto di una ricerca sull’uomo, tenta di rappresentare con medium della pittura, del disegno e della poesia, le tracce che il corpo lascia del proprio agire e che si manifestano come mutamento dello spazio fisico.


Intitolata “Humana - Figure Monumentali e disegni 2007/2014”, presentata da Clorinda Irace, visitabile fino al 20 settembre, la personale si presenta come un invito a riflettere sulla complessità e problematicità dell’essere umano invitando chi guarda ad andare oltre le apparenze e cercare quel messaggio sottile dell’artista che da vita con la sua visione, attraverso tratti essenziali e nitidi del mondo che ci circonda.


Nei numerosi dipinti e disegni esposti, le donne e gli uomini di Calibè appaiono nella loro essenziale vitalità che spesso assume toni drammatici, inquietanti che ricordano a volte i volti ritratti da Lippi. Le tracce per Calibè diventano i segni per comprendere il comportamento umano.

Daniela Ricci


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Di Admin (del 22/12/2015 @ 14:00:00, in Auguri, linkato 374 volte)
Auguri-Natale-2015

A tutti i nostri amici e clienti auguriamo uno speciale Natale 2015 nel segno dell'Arte.

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jean-françois-asselin

Veduta del Monte Vesuvio e del Golfo di Napoli da Lacco Ameno (Ischia)

Olio su tela, 75 x 100 cm. Firma obliqua sul masso dipinto in basso a destra: Asselin. Prima tela. Con cornice impero coeva.


La figura in immagine è un dipinto autografo del pittore francese Jean-François Asselin, fine ritrattista e paesaggista, databile alla fine del Settecento e i primissimi anni dell’ Ottocento.
Asselin, Jean-François (Roncey, Francia, 1771 - San Pietroburgo, Russia, 1838 ?). Figlio del pittore François-Jacques (1741-1813) e allievo di Robert Bichue (1705-1789), lavora come decoratore nella reale fabbrica di porcellane di Sevres, emigra durante la Rivoluzione a Dresda dove continua la sua attività di pittore con importanti esposizioni fino al 1801. Tornato in Francia, ha varie commissioni che lo portano a viaggiare in tutta Europa per poi stabilirsi definitivamente a San Pietroburgo. Qui sposa la principessa Ekaterina Vasilyevna Saltykova. Suo è il famoso ritratto della Principessa russa in abito bianco e scialle rosso eseguito nel 1808 (97x77 cm), che rappresenta il primo nell'iconografia della principessa Saltykova, ritratta successivamente altre due volte dal pittore francese Robert Lefreve. Dopo pochi anni Asselin muore. Anche Asselin fa parte di quei tantissimi artisti europei che sin dalla seconda metà del XVIII secolo, giungono a Napoli, su invito di loro connazionali già in città e che "iniziano" la Scuola di Posillipo quali Pitloo, Huber, Goetzloff, Vervloet, Dahl, Rebell, Catel, Kiprenskij, Romegas, Wenzel, ecc. Questa specifica opera è pregevole per periodo, qualità, tecnica, dimensioni, soggetto, stato di conservazione; il tutto impreziosito da una splendida ed importante cornice impero napoletana di oro zecchino (argento il lato esterno). Tutto, i colori, la tela, il telaio e la stessa cornice, induce a datare l’opera alla fine del XVIII secolo. Affascinante è l’inquadratura del Golfo di Napoli visto da Lacco Ameno di Ischia riconoscibile dalla Villa Arbusto con le caratteristiche arcate in primo piano e dalla chiesa di Santa Restituta con il suo campanile sempre sulla sinistra del dipinto. Altro elemento che contraddistingue il luogo ritratto è ovviamente il famoso lacco in mare, lungo la costa che da il nome alla località. L’opera, vista alla lampada di Wood, si presenta in un ottimo stato di conservazione, si segnalano solo pochi e piccoli interventi di restauro in primo piano e sul mare.
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Di Admin (del 07/11/2015 @ 00:00:01, in Mostre ed Eventi, linkato 625 volte)

LA RABATANA, CROCEVIA DELLA RELIGIONE CRISTIANA E ISLAMICA.   

di Anna Macrini.  


La Fondazione del Comune di Tursi “La Rabatana” che gestirà tutte le attività culturali, scientifiche e organizzative, nell’ambito della valorizzazione del patrimonio culturale tangibile e intangibile del territorio tursitano ha promosso una iniziativa culturale per la costituzione di una collezione pubblica di opere d’arte interamente dedicata ad un tematica specifica finalizzata alla conoscenza della storia e della cultura del territorio di Tursi.

“ La Rabatana, crocevia della religione cristiana e islamica”, è questo il tema lanciato con un bando pubblico dal Comune di Tursi che ha visto l’adesione, in brevissimo tempo, di oltre trenta artisti che da tutta Italia hanno risposto con un’opera realizzata ad hoc e ceduta in comodato d’uso permanente al comune. I lavori pervenuti si riferiscono agli usi e costumi della Rabatana di Tursi e al tema storico specifico relativo alla costruzione del quartiere arabo e alla sua importanza quale “crocevia della religione cristiana e islamica”.

Tutte le opere dedicate a questo tema verranno esposte per la prima volta nell’area del Museo Diocesano di Tursi e Lagonegro del Convento di San Filippo Neri posto di fronte allo storico quartiere della Rabatana. Una antica struttura rappresentativa del patrimonio culturale di Tursi che la Direzione Regionale per i beni culturali e paesaggistici della Basilicata ha inteso recuperare per questa nuova destinazione culturale.

Tursi è un paese ricco di cultura, storia, arte dalle origini antiche risalenti al V secolo che ha bisogno di essere recuperato e valorizzato.

Su queste basi si articola il progetto  che si presenta nella sede di San Filippo Neri per una nuova produzione artistica collegata alla conoscenza di testimonianze sulla cultura religiosa che hanno contraddistinto la formazione sociale del territorio lucano a partire dall’VIII secolo dove sono convissute le principali religioni mediterranee e dove le influenze nella vita hanno lasciato tracce e segni che vanno studiati, evidenziati, conservati e divulgati.

Il progetto è fondato sulla costituzione di una collezione stabile  di opere d’arte contemporanea  del Comune di Tursi interamente dedicata ai temi religiosi ispirati dall’antica cultura radicata in questo territorio.

Questa collezione per la prima volta viene presentata al pubblico insieme ad altre tre esposizioni sempre dedicate ai temi della cultura storica che caratterizza questo territorio.

Una mostra è dedicata alla documentazione fotografica di Rocco Scattino eseguita per presentare le condizioni di conservazione di un altro straordinario pezzo della storia della città di Tursi che è il complesso monumentale di San Francesco d’Assisi. Un monumento che  ha ispirato alcune delle opere che fanno parte della collezione di opere d’arte pubblica proprio per la magia con la quale oggi si presenta a quanti vogliono visitare questo sito.

Sempre a San Francesco è dedicata l’esposizione, per la prima volta a Tursi, dei frammenti degli affreschi staccati della seconda metà del Trecento, recuperati dalla Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Basilicata meglio descritti nel paragrafo a loro dedicato.

Alla presentazione delle opere d’arte contemporanea è anche collegata un’altra esposizione di opere pittoriche dedicata ad alcuni artisti lucani dal titolo  “Espressioni artistiche Lucane oggi” realizzata in collaborazione con la Ferrara Art Gallery di Sant’Arcangelo.

Questa esposizione di opere rappresenta la sintesi di una attività artistica che ha avuto in Basilicata due principali espressioni. La prima è stata quella prodotta da Carlo Levi a partire dal dopo guerra che ha profondamente inciso sulla produzione artistica di questo territorio. La seconda è quella legata al pittore spagnolo Josè Ortega che Si trasferì a Matera nel 1973. A Matera Ortega ha dedicato la sperimentazione di  nuove tecniche nello scolpire bassorilievi e utilizzare la cartapesta in modo innovativo; qui, nel suo laboratori nei Sassi, realizzò uno dei suoi cicli pittorici più importanti,  la  Morte e nascita degli innocenti”. Ciclo di opere che insieme alle straordinarie incisioni dello stesso periodo ha caratterizzato la produzione artistica di questi ultimi anni in Basilicata e che oggi è possibile vedere nelle opere esposte e presentate in questo catalogo.

Infine il gruppo di mostre che si è riusciti a presentare nel complesso monumentale di San Flippo Neri si conclude con l’esposizione del progetto grafico e degli studi per un’opera multimediale che l’artista e designer tursitano Vincenzo Missanelli  ha dedicato al  Teatro permanente della poesia” in omaggio al poeta e scrittore Albino Pierro, personaggio di spicco della cultura letteraria tursitana del dopoguerra.

Questa iniziativa culturale del Comune di Tursi avvia un nuovo percorso di produzione artistica che si inserisce nel programma di valorizzazione del patrimonio culturale di questo territorio che troverà una sua dignitosa collocazione nel più ampio progetto legato a Matera Capitale della Cultura e che rappresenta una grande svolta per Tursi, un inizio che vedrà  finalmente ampi orizzonti nelle menti  dei suoi fruitori.



Il video amatoriale è stato girato pochi minuti prima del vernissage e si riferisce all'allestimento delle sale del Museo Diocesano all'interno dell'ex convento di San Filippo Neri a Tursi, per le mostre inaugurali della struttura con l'evento del 30 ottobre 2015 legato al progetto Basìraba per la rivalutazione dell'antico quartiere della Rabatana di Tursi (MT).
Le mostre:
1- "Espressioni artistiche lucane oggi", in collaborazione con la Ferrara Art Gallery di Sant'Arcangelo. Artisti in esposizione: Salvatore Sebaste, Donato Linzalata, Nicola Lisanti, Andrea La Casa, Vincenzo Ferrara, Salvatore Ferrara, Annamaria Caputo, Mariagrazia Montano, Salvatore Comminiello, Filippo De Marinis, Giuseppe Filardi, Luigi Caldararo
2- "La Rabatana crocevia della religione cattolica e islamica". Artisti: Ahmad Alaa Eddin, Mario Di Giulio, Salvatore Vitagliano, Serena Alvarenz, Paola Anatrella, Luigi Caldararo, Francesco Caliendo, Annamaria Caputo, Renato Criscuolo, Christian Del Gaudio, Ornella De Martinis, Vincenzo Ferrara, Antonio Farina, Giuseppe Filardi, Evelina Iadecola, Andrea La Casa, Donato Linzalata, Nicola Lisanti, Mariagrazia Montano, Paolo Naldi, Anna Nespolino, Dalisca (Elisa Piezzo), Maria Teresa Prinzo, Aldo Salatiello, Ariel Seven (Simona Schiavone), Tobia Scoppa, Vincenzo Sorrentino, Roberta Varasano, Vincenzo Vavuso, Mario Varotto, Ena Villani, Giuseppe Zollo
3- "San Francesco, magico monumento da scoprire" è la mostra fotografica di Rocco Scattino sull'antico monumento tursitano
4- "Gli affreschi medievali restaurati di San Francesco"; per la prima volta in mostra gli antichi affreschi staccati dall'ex convento di Tursi e recuperati dalla Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Basilicata.
5- "I tagliacarte di Francesco Giocoli"

Basìraba: LA CITTA' DELLA RABATANA DI TURSI

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