Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
{autore=CARDON Antoine Alexandre Joseph}
Le quattro vedute di Napoli realizzate dall’incisore belga Antoine Alexandre Joseph Cardon (1739 - 1822), tratte da dipinti di Gabriele Ricciarelli, danno una visuale completa della città e sono: "Veduta di Chiaia dalla parte di Levante", "Veduta di Napoli dalla parte di Ponente", "Veduta di Ponte Nuovo" e "Veduta di Chiaia dalla parte di Ponente", ciascuna incisa su due lastre di rame. Manca l'altra "Veduta di Chiaia dalla parte di Ponente", che, a differenza della prima datata 1765, è una modifica della precedente incisa in seguito alla realizzazione degli interventi di Carlo Vanvitelli e dunque dopo il 1781. Nella serie di vedute protagonista è Napoli rappresentata non in un unico disegno ma secondo molteplici punti di vista e prospettive. Evidente è anche il ruolo e l’importanza assunti dalla Riviera di Chiaia, che rappresenta il nuovo quartiere residenziale di lusso della città. Le tavole sono tutte dedicate a importanti personalità straniere, tra cui diplomatici e viaggiatori che costituiscono molto spesso i committenti e gli acquirenti delle rappresentazioni della città da parte di pittori, disegnatori o incisori.

cardon-chiaia

ANTONIO CARDON (Dal dipinto di GABRIELE RICCIARDELLI)
"VEDUTA DI CHIAIA DALLA PARTE DI LEVANTE"
INCISIONE SU RAME 43 x 89 cm su foglio 50 x 109 cm del 1765

Le cinque vedute dell'artista francese Antonio Cardon, di cui quattro (quelle che presentiamo qui) dichiaratamente tratte da dipinti di Gabriele Ricciardelli, tutte realizzate in due rami, rispondono alla logica tipica della rappresentazione topografica. Ma si è passati, come si vede, ad un numero di quadri già lontano da quella che è sempre stata l'ambizione prima della narrazione cartografica: un unico disegno, pienamente, intensamente e simbolicamente rappresentativo; la realtà viene quindi riconosciuta come molteplice, stemperata cioè in una serie di quadri e tagli particolari, con essi si viene frammentando la loro rappresentazione ed interpretazione. La città, come soggetto unitario sembra uscire insomma (o meglio sfuggire) dalla prospettiva del vedutismo topografico. Ma anche nel proliferare di più immagini rappresentative, rispuntano le due vedute tradizionali, che per l'occasione si trasformano più veridicamente in vedute dalla terraferma.

Cosi la prima, dedicata W, Hamilton e provvista di 30 riferimenti, ritrae la spiaggia di Chiaia dalla strada che raggiungeva, all'estremità del litorale, il casino Di Gennaro (poi Cantalupo) che un tempo sorgeva sull'acqua, dove le carrozze giravano su se stesse e dove la presenza della spianata dava occasione ad una sosta d'obbligo ed a qualche improvvisazione popolare.


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ANTONIO CARDON (Dal dipinto di GABRIELE RICCIARDELLI)
"VEDUTA DI CHIAIA DALLA PARTE DI LEVANTE"
INCISIONE SU RAME 43 x 89 cm su foglio 55 x 114,5 cm del 1765 (collezione privata)

Dedicata a Milord Mountstuart e corredata di 36 richiami, la seconda veduta, che guarda alla città dalla spiaggia del borgo Loreto, ne restituisce una inquadratura per cosi dire simmetrica della prima, nella quale si replica e privilegia il rapporto col mare, che è il tema comune e dominante di tutt'e cinque le eleganti vedute. Lo scorcio delle case del borgo e del bastione del Carmine è, tra l'altro, dei meno frequentemente rappresentati.


cardon-veduta-ponente

ANTONIO CARDON (Dal dipinto di GABRIELE RICCIARDELLI)
"VEDUTA DI NAPOLI DALLA PARTE DI PONENTE"
INCISIONE SU RAME 46 x 104,5 cm su foglio 55,5 x 110 cm del 1765 (collezione privata)

Seguono la veduta di Ponte Nuovo e le due di Chiaia. La prima ritrae la piccola darsena del Mandracchio, cui si accedeva ormai sottopassando le arcate di un ponte che lo delimitava verso l'esterno e che era parte della sistemazione del litorale realizzata da Carlo III intorno al 1740, insieme con l'edificio dell'Immacolatella, anch' esso ben visibile di prospetto. La veduta è dedicata al conte di Coblenza, ministro plenipotenziario della imperatrice, per i Paesi Bassi, ed ha 24 riferimenti topografici.


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ANTONIO CARDON (Dal dipinto di GABRIELE RICCIARDELLI)
"VEDUTA DI PONTE NUOVO"
INCISIONE SU RAME 43 x 90 cm su foglio 55 x 114,5 cm del 1765

Le due vedute di Chiaia (qui presentiamo in immagine solo la prima), dedicate al generale inglese Luigi di Walmoden, con 30 riferimenti topografici, si riferiscono a due diverse zone del litorale, anche se lo sfondo è lo stesso. Confrontando infatti gli scorci della cortina edilizia a destra, si osserva che — mentre nella prima incisione, con la grande fontana in primo piano — il quadro della veduta è relativo ad un punto di vista collocato all'incirca a metà dell'intero litorale, non molto lontano dall'antico palazzo del marchese Della Valle Mendoza (provvisto di una forte torre sporgente dalla facciata e chiaramente visibile sul fondo a destra), nella seconda l'autore si colloca più lontano di diverse centinaia di metri, per riuscire a vedere l'intera Villa reale. Ora, si deve osservare ancora che lo sfondo costituito dalla collina di Posillipo è esattamente lo stesso nelle due vedute, sicché la lastra originaria della prima incisione dové essere abrasa quindici anni più tardi nelle parti in primo piano e nella prospettiva laterale fortemente scorciata di cui si è detto, per aggiornerla ed incidervi una dettagliata raffigurazione della Villa. (fonte: "La città di Napoli tra vedutismo e cartografia")




ANTONIO CARDON (Dal dipinto di GABRIELE RICCIARDELLI)
"VEDUTA DI CHIAIA DALLA PARTE DI PONENTE"
INCISIONE SU RAME 52 x 104 cm su foglio 55 x 120 cm del 1765 (collezione privata)

Tutte e quattro le incisioni sono pubblicate in b/n nel libro-catalogo "La città di Napoli tra vedutismo e cartografia" da pag 256 a pag 260 (mostra al Museo di Villa Pignatelli 16 gennaio - 13 marzo 1988) a cura di Giulio Pane e Vladimiro Valerio, edito da Grimaldi, Napoli.

CENNI BIOGRAFICI:
Antoine Alexandre Joseph Cardon (Bruxelles, 1739 – 1822), incisore di fama internazionale, lavora a Vienna, Roma e Napoli. Qui collabora alla pubblicazione delle “Antichità etrusche, greche e romane” di William Hamilton, incide le tavole sui disegni di Giuseppe Bracci per la "Raccolta delle più interessanti vedute della città di Napoli e luoghi circonvicini" e partecipa alla realizzazione degli "Avanzi delle Antichità di Pozzuoli, Cuma e Baia" di Antonio Paoli; sue sono anche le due belle mappe topografiche incise nel 1772: "Icon crateris neapolitani", dai Campi Flegrei alla Penisola Sorrentina, e "Icon sinus Baiarum", da Posillipo a Lago Patria.

Gabriele Ricciardelli (attivo tra il 1740 e il 1790) fu pittore italiano del periodo Barocco. Fu attivo a Napoli durante il regno di Carlo III di Borbone. Si specializzò nelle vedute sia di paesaggi che di marine. Soggiornò spesso a Londra dove ebbe grande successo. Conobbe e fu influenzato dal pittore ed incisore fiammingo Jan Frans van Bloemen (Anversa, 1662 - Roma, 1749) 


AGGIORNAMENTO DELL'ARTICOLO 146 DELL'11 OTTOBRE 2011
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Di Admin (del 03/07/2014 @ 00:00:01, in Arte News, linkato 4185 volte)
{autore=petruolo salvatore}
salvatore-petruolo

Autore: SALVATORE PETRUOLO (1857 - 1942)
Titolo: COMPOSIZIONE D'ESTATE
Tecnica e superficie: OLIO SU TELA
Dimensioni: 60 x 40 cm

L'opera è firmata S. Petruolo in basso a sinistra e reca il titolo a tergo.

Salvatore Petruolo (Catanzaro, 1857 - Napoli, 1942). Figlio di un militare di carriera, si formò presso l'Istituto di Belle Arti di Napoli sotto la guida di Achille Carrillo e di Gabriele Smargiassi. Dipinse sia ad olio che ad acquerello, affermandosi ben presto con l'esecuzione di marine e paesaggi che rivelano la discendenza della Scuola di Posillipo e di Edoardo Dalbono. Durante il suo alunnato fu più volte premiato. Esordì nel 1874 alla Promotrice Napoletana esponendo Nisida, nel 1875 espose Nelle nostre paludi, nel 1876 presentò Vallone di cervi (Veduta di Capodimonte), attualmente custodito a Napoli presso la Galleria dell'Accademia, Marina del Carmine e Nel burrone, nel 1880 Il mese di novembre, nel 1881 Dintorni di Parigi, nel 1883 Capri che fu acquistato da Francesco Netti, nel 1885 Sulla spiaggia che fu acquistato dal duca di Martina, e Amalfi che fu acquistato da Umberto I, nel 1911 Dintorni di Napoli. Il Petruolo ebbe una larga ed ottima committenza straniera e fu legato da amicizia a personaggi dell'alta aristocrazia inglese; fu ospite, nel 1889 del duca e della duchessa di Edimburgo per circa tre mesi nel loro castello a Malta ed accompagnò la stessa duchessa in un suo viaggio in Spagna che durò circa sei mesi. L'artista quasi ogni anno si recava a Londra ove organizzava mostre personali. Fu professore onorario all'Istituto di Belle Arti di Napoli. Ha partecipato anche nel 1877 alla Esposizione Nazionale di Napoli con Sul cominciar della primavera, alla Mostra di Milano del 1878 con L'incontro e quella del 1884 con Atrani - provincia di Napoli e Da Napoli a Capri, alla Esposizione Italiana di Londra del 1888 con Collina di Posillipo e alla Esposizione Nazionale di Torino del 1898 con Tramonto nel palazzo di Pilato a Siviglia e Un palio a Granata. Opere dell'artista, caratterizzate da colori tenui e sfumati e da atmosfere romantiche, sono nelle Regge di Napoli, Roma, Londra e San Pietroburgo ed in parecchie collezioni italiane e straniere, al Museo di Capodimonte di Napoli è custodita una sua Marina di Sorrento del 1884.



petruolo

Autore: SALVATORE PETRUOLO (1857 - 1942)
Tecnica e superficie: OLIO SU CARTONE
Dimensioni: 18 x 24 cm
Collezione privata


Salvatore Petruolo è nato a Catanzaro nel 1857. Iscrittosi al Reale Istituto di Belle Arti di Napoli, fu premiato nel 1876 per il dipinto "Vallone di Cervi", raffigurante una veduta di Capodimonte (Napoli, Accademia di Belle Arti). Partecipò frequentemente alla vita espositiva della Società Promotrice di Belle Arti di Napoli. Alla mostra del 1874 presentò un particolare di "Nisida", nel 1875 "Nelle nostre paludi", nel 1876 "Nel burrone" e "Marina del Carmine". Espose alla Promotrice del 1880 "II mese di novembre", a quella del 1881 "Neuilly Environs de Paris", a quella del 1883 una veduta di "Capri". Fu presente ancora nel 1885 con "Sulla spiaggia" e "Amalfi" nel 1897 con tre acquerelli, una "Marina" e due "Studi", nel 1904 con un pastello colorato e due acquerelli intitolati tutti genericamente "Paesaggio". Petruolo fu autore di marine e di vedute dei dintorni della città partenopea secondo il gusto in voga a Napoli negli anni Settanta e Ottanta. Alcune sue opere, come certi scorci di costiera amalfitana, denotano una vicinanza al suo stile da parte del pittore Giuseppe Cosenza. La sua presenza si registra in sede nazionale, con, per esempio, la partecipazione alla mostra di Napoli del 1877, dove espose il dipinto "Sul cominciar di primavera", e a quella di Torino del 1898 alla quale partecipò con "Tramonto nel Palazzo di Pilato a Siviglia", acquistato da John Price Wethrill di Philadelphia, e "Un Palio a Granada", acquistato da W. H. Forbes di Boston, e in sede internazionale: ricordiamo il dipinto "Collina di Posillipo", esposto alla mostra italiana di Londra del 1888, dove fu acquistato dalla duchessa di Edimburgo. Alla mostra della Sala Tarsia del 1912 espose una "Marina". Partecipò alle Promotrici tarde del 1915-16, con "Una via di Malta", "Chiesa del villaggio" e "Cipressi", e del 1916-17, con "Massalubrense", "Pescatore" e "Rovine in mare". Fu periodicamente a Londra dove allestiva mostre personali. Petruolo morì a Napoli nel 1942.

(www.abramo.it)



petruolo-fiori

Autore: SALVATORE PETRUOLO (1857 - 1942)
Tecnica e superficie: ACQUERELLO SU CARTONCINO
Dimensioni: 17,5 x 23,5 cm
Collezione privata
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Di Admin (del 23/06/2014 @ 00:00:01, in Arte News, linkato 2401 volte)
{autore=waschimps elio}
Con questo articolo, presentiamo e proponiamo al nostro pubblico tre opere di Elio Waschimps.

Il tema dei giochi infantili.
Accentuando la designazione emblematica esistenziale che era venuta configurando da circa metà degli anni Settanta, in particolare sul tema dei giochi infantili (Il salto della corda, Il cavalluccio, La settimana, Mosca cieca, Girotondo), proponendo insistentemente la disperata presenza di sperdute esili figure appunto infantili, un altro isolato, operante nella franosa contestualità napoletana, come Waschimps già nei primi anni Ottanta si fissa più immaginosamente su tali temi in grandi cupe tele. Ove su bassissimi orizzonti, in una sorta di squilibrante prospettiva aerea delineando luoghi deserti (emblematicamente campi d'esistenza), le figurine si schiacciano inconsultamente, colte ancora come in una vitalità quasi estrema, attorno alla traccia delle caselle del gioco iscritte su un terreno indistinto, quasi unici residui segni d'orientamento (Girotondo com'è bello il mondo, 1981). Sono tele di intensa risonanza cromatica, dal tessuto pittorico consistente e caldo. Questo infine al volger del nuovo decen­nio fattosi di definizione più corsivamente drammatica.
Enrico Crispolti 


Il primo dipinto:

il-salto-della-corda

"Il salto della corda". Olio su tela di 130 x 73 cm del 1983, firmato e datato in basso a sinistra Waschimps 83. A tergo il cartiglio dell'esposizione al XV "Premio Sulmona" di ottobre 1988, con indicazione di autore, titolo e prezzo:

premio-sulmona 

Il secondo dipinto:

cavalluccio-bianco

"Cavalluccio bianco". Olio su tela di 40 x 40 cm firmato in basso a destra Waschimps .

Il terzo dipinto:

funghi

"Funghi". Olio su tela di 40 x 70 cm firmato e datato in basso a destra Waschimps 75.

Elio Waschimps (Napoli, 1932).

Il ciclo dei Giochi è introdotto dall'Uomo sull'altalena, un'opera complessa che può fornire una chiave di lettura utile anche per quelle che la seguono. La diagonale sulla quale si dispone l'uomo sospeso nell'aria segna una precisa direzione spaziale; essa scandisce il passaggio da una zona di colore denso d'impasto e di spessore materico ad un'altra di una luminosità diffusa, che stempera la figura nel paesaggio, ma con una singolare inversione di valori percettivi: infatti, l'immagine quanto più s'avvicina alla vista tanto più si sgrana nel suo tessuto fin quasi a dissolversi. Ne deriva uno scarto, uno scollamento nel rapporto tra la situazione spaziale rappresentata e la maggiore o minore evidenza di resa pittorica, con un effetto inquietante e contraddittorio che sconvolge le regole dell'illusionismo naturalistico. Questa contraddizione, che ferma l'immagine tra il presente e il passato, tra la realtà e la memoria, diventa più forte nelle numerose tele dei Giochi infantili. Se è vero che nel gioco c'è il tentativo di dominare il mondo esterno e d'imparare a controllare l'esperienza del dolore, inserendola appunto nella struttura simbolica del gioco, allora bisogna concludere che qui, in queste ultime opere di Waschimps, è rappresentato il momento in cui il meccanismo s'inceppa e si crea, nel gioco, uno stato di penosa attesa. Le bambine che saltano la corda, giocano alla settimana e a mosca cieca, corrono verso la luce, come se andassero incontro ad una condizione di vita profondamente diversa da quella che ancora avvolge ed impaccia nell'ombra i loro corpi. Ma nel futuro verso il quale esse muovono, spinte forse da un'ansia di libertà, s'avverte un vago presentimento di morte, poiché i volti che queste misere bambine espongono alla luce appaiono corrosi e disfatti, dolorosamente segnati nei loro lineamenti umani.
Vitaliano Corbi
Immagini tra realtà e memoria, “Il Mattino”, Napoli, 8 ottobre 1977


(fonte: www.waschimps.com)
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Di Admin (del 16/06/2014 @ 00:00:01, in Arte News, linkato 330 volte)
{autore=girosi franco}

Franco Girosi. Proveniente da una famiglia di artisti, apprende dal padre i primi rudimenti della pittura. Dopo aver compiuto studi classici e frequentato il corso libero di scultura all'Istituto d'Arte di Napoli, si arruola in marina, partecipando al primo conflitto mondiale. Dal 1921 al 1923 studia pittura di paesaggio con Giuseppe Casciaro e di figura con Paolo Vetri. Di questi anni sono le sue prime mostre, che riscuotono un immediato successo: nel '21 espone Fiori e Giardino alla rassegna dei "Grigio-Verdi", nel '22 presenta alla Società Promotrice "Salvator Rosa" il dipinto Case, acquistato dal barone Chiarandà e al Circolo della Stampa il quadro Piccolo Ponte, comprato da Matilde Serao.


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Autore: FRANCO GIROSI (Napoli, 1896 - 1987)
Titolo: FOSSILE
Tecnica e superficie: TECNICA MISTA SU CARTA RINTELATA
Dimensioni: 68 x 78 cm
Anno: 1968


 Ma, insoddisfatto di tali opere, si trasferisce a Roma, dove prende in affitto lo studio di De Chirico, frequentando attivamente l'ambiente artistico e culturale romano e stringendo amicizia con Fausto Pirandello e Marino Marini. Rientrato a Napoli nel '27, Girosi tiene nello stesso anno una personale alla Compagnia degli Illusi. Nel '29 prende parte al gruppo della Libreria del Novecento, composto tra gli altri da Gino Doria, Carlo Bernari e Paolo Ricci, esponendo alla prima Mostra dei Nove alcune Nature morte, con evidenti richiami alla pittura napoletana del Seicento. Sempre nello stesso anno, espone alla prima Sindacale campana, Grandine sul raccolto, opera influenzata dalla corrente romana di "Valori Plastici", particolarmente apprezzata dalla critica del tempo. Da questo momento Girosi è presente a tutte le Sindacali campane, alle Intersindacali di Bari nel '36 e di Torino nel '39 e alle tre Sindacali nazionali di Firenze, Napoli e Milano. Viene invitato fin dal 1928 alle Biennali di Venezia, dove nel 1942 vi partecipa con una personale, nonché a numerose rassegne all'estero. Nel '31, dopo aver tenuto una personale con Nicola Fabricatore alla galleria 'II Milione' di Milano, si reca a Parigi, restandovi alcuni mesi, e dove, grazie all'amicizia con De Pisis, diventa socio dell'Association Internazionale Artistique '1940'. Partecipa, inoltre, ad alcune importanti imprese decorative: nel 1936 al concorso per la decorazione della Stazione Marittima di Napoli, di cui ci restano i bozzetti, e nel 1940, realizza il grande affresco con Le opere del regime per una parete del Salone degli Uffici alla Mostra d'Oltremare.


franco-girosi-conchiglie-sommerse

Autore: FRANCO GIROSI (Napoli, 1896 - 1987)
Titolo: CONCHIGLIE SOMMERSE
Tecnica e superficie: OLIO SU TELA
Dimensioni: 60 x 75 cm


Dal dopoguerra in poi l'artista napoletano ha continuato la sua attività pittorica, esponendo sia in numerose personali, sia partecipando a mostre in Italia e all'estero, passando da una pittura più introspettiva ed intimista negli anni '40, ad una nuova fase, iniziata nel 1962 con la personale alla galleria Russo di Roma, in cui la sua pittura, diventata più materica, rappresenta paesaggi primordiali, popolati da omini rossi e nature morte con conchiglie e oggetti di scavo sospesi nel tempo.
 [Katia Fiorentino]
9cento – Napoli 1910-1980 per un museo in progress. Electa Napoli 2010
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Di Admin (del 30/05/2014 @ 00:00:01, in Arte News, linkato 446 volte)
{autore=lippi raffaele} Raffaele Lippi (Napoli, 1911 - Napoli, 1982) è uno degli artisti più originali del Novecento napoletano. Qui presentiamo le nostre opere disponibili (e le relative autentiche) con alcuni cenni biografici e critici.

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"BIMBO" OLIO SU TELA 27 x 18,7 cm. L'opera è firmata Lippi in basso a sinistra.
A tergo il cartiglio della Galleria Mediterranea e il timbro Lippi sul telaio

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Raffaele Lippi (Napoli, 1911 - 1982). Sostanzialmente autodidatta ed estraneo all'ambiente artistico napoletano, Lippi esordisce nel '31 con la partecipazione a una mostra dei GUF al Maschio Angioino. Il ritrovamento alcuni anni fa di una ventina di olii dipinti tra il '25 e il '44 ha consentito di correggere l'ipotesi secondo cui il giovane artista si sarebbe formato al seguito della pittura "sobborghista" di Crisconio (P. Ricci, 1984). I dipinti recuperati documentano invece una prevalente attenzione verso certi aspetti del Novecento italiano e segnatamente verso l'ultima stagione metafisica di Morandi, Sironi e Carrà (M. Corbi, 2004). L'artista frequentava le lezioni serali della Libera Scuola di Nudo, nell'Accademia di Belle Arti, quando, nel '42, dovette partire per il fronte russo. Con la disfatta dell'esercito italiano, riuscì a rientrare in Italia e a raggiungere Napoli. Tra il '45 e il '48 frequentò la cerchia dei giovani che si riunivano intorno a Pasquale Prunas e alla rivista "Sud". Nella collettiva del Gruppo Sud del giugno del '48, Lippi espose il "Ritratto di Anna Maria Ortese col gatto" e alcune delle "Macerie", dove, attraverso una pittura stravolta e concitata, appariva una Napoli dolorosamente sfigurata dalla guerra. Nei primi anni'50 Lippi avvertì tutta l'urgenza dell'impegno politico, con risultati complessivamente modesti, ma apprezzabili per l'autenticità della testimonianza civile di opere come "Le quattro giornate di Napoli". Nel decennio successivo, crollate le dogmatiche certezze del programma neorealistico, la pittura di Lippi si presenta completamente rinnovata. La violenza gestuale e cromatica agita e deforma la compagine plastica, dando vita ad immagini di potente visionarietà. "Animale rosso" e "Animale rosso e giallo", del '60, rappresentano il momento più alto di questo processo, che salda con esiti di grande originalità la linea dell'action painting statunitense con quella del neoespressionismo europeo. Negli anni Settanta la città ritorna sulla scena con i segni di una quotidianità cupamente drammatica. Nelle opere degli ultimi anni le ombre si diradano e la luce, sullo sfondo di giardini e campagne o in interni appena accennati, scioglie la dura compattezza dei corpi. Poi, due quadri realizzati poco prima della morte, "Donna con cappello" e "Divano rosso", aprono inaspettatamente su una nuova tonalità espressiva, mentre il colore si rianima di improvvise accensioni timbriche. Proprio in quei giorni, su una parete del suo studio, Lippi aveva scritto: "Fantasia del colore". [Maria Corbi - 9cento. Napoli 1910-1980 per un museo in progress - Electa Napoli]


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"CAMPAGNA" OLIO SU CARTONE 30 x 41 cm.
L'opera è firmata LIPPI in basso a destra ed è pubblicata e descritta sul catalogo monografico edito da Paparo in occasione della grande mostra personale antologica al Castel dell'Ovo di giugno 2004
. Di seguito il passo tratto dal libro riguardante quest'opera e la successiva che è dipinta sul retro dello stesso cartone.

Ad un periodo precedente al 1937, dai verdi e dai rosa delicatissimi, sottilmente impastati in un velo di grigio, si può assegnare "Campagna", un paesaggio dalla fitta tessitura pittorica e dall'intonazione complessiva sobria e quasi aspra. Questo paesaggio scosceso e accidentato (probabilmente una campagna delle colline dei dintorni di Napoli, i Camaldoli o Capodimonte), dalla materia pittorica prosciugata e dai verdi aspri, affondati nelle rughe del terreno, è stato probabilmente eseguito dall'artista su un suo dipinto preesistente: a destra, verso il basso, s'intravede appena, largamente coperta da pennellate di colore sovrapposto, la scritta "R LIPPI XIII" che dovrebbe appartenere al dipinto sottostante, del 1935. Sul retro di questo paesaggio è dipinta una "Natura morta con bugia e caffettiera", anch'essa probabilmente da datare intorno al 1937. L'opera per la composizione con il piano del tavolo rialzato, a chiudere interamente lo spazio, e l'asciutta, energica resa del dato figurativo può ricordare alcune nature morte dipinte in quegli anni da ùcrisconio e da Vittorio. In particolare presenta caratteristiche molto simili una Natura morta di quest'ultimo del 1931 già collezione Ricci. [Maria Corbi - Raffaele Lippi. Dipinti e disegni 1925-1982 - Paparo Edizioni - 2004]


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"NATURA MORTA CON BUGIA E CAFFETIERA" OLIO SU CARTONE 30 x 41 cm.
L'opera è sullo stesso supporto, a tergo dell'opera "CAMPAGNA". Anche questa opera è pubblicata sul libro.

Personale del pittore Raffaele Lippi, che ha trovato, raggiungendo la maturità, il punto d'equilibrio della sua vocazione, conferendo alla fantasia pittorica quanto, fino ad ieri, tentarono di sottrargli il tradizionalismo naturalistico e l'oscurantismo neo-realistico. La sua forza coloristica che si trovava inceppata o addirittura insabbiata, s'ebbe, già alla mostra precedente e in varie altre occasioni, agio di vederla indirizzata a ben altri esiti e ben più vitali esperienze. Oggi son caduti gli ultimi diaframmi, e quella che poté essere l'estrema redazione del vero in senso strettamente obiettivo lascia il luogo ad una struttura cromatica, ad una organicità compositiva, ad una sollecitudine di stile, tutte covate dal proprio rigoglio interiore, dall'intimità d'un introspezione che si sviluppa in pieno accordo con la libera scelta dei motivi; e quando v'è d'apporto dall'esterno viene subito bruciato al calore d'una fantasia che ne trattiene solo l'emozione sensibile, il contraccolpo emotivo. Noi da anni, e in occasioni molteplici, abbiamo avvertito quale richiamo d'orientamento e fruttuosa direttiva per gli artisti meridionali quella dell'espressionismo liberamente inteso, che è la via più consentanea al particolar genio del temperamento nostro nonché della nostra tradizione. Esso s'avvale del naturalismo e lo sorpassa, del realismo assume solo la piattaforma di lancio, inoltrando ogni spunto e suggestione sempre più addentro alla sfera dell'attività creatrice. E ci pare che in questa zona siano riscontrabili, in una commistione di figurativo e d'astratto conciliati dalla vitalità del colore, le più persuasive riuscite dei nostri artisti migliori. E perciò il riconoscimento di tale posizione, e della sua legittimità, da parte di uno spirito acuto, esperto e lungimirante (anche nel campo dell'attualità artistica) quale quello di Ferdinando Bologna, presentatore della mostra, ci ha confermato la veridicità dell'asserto indicativo. Lippi, con la sua materia combusta, che pur si organizza in sembianze evocative, rivela esser le sue radici affondate nella storia della fantasia pittorica nostra, dal drammatico Seicento alle irruenze di un Mancini, ma accusando un accento nuovo e suo proprio, che consiste in quella figuralità gravemente meridionale che pur conosce improvvise accensioni poetiche, intimità contemplativa, scatti di energia cromatica, distensioni e allucinazioni di pretta sensibilità moderna. [Carlo Barbieri - da Il Mattino - 3 aprile 1957] .


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"MANICHINO CON DRAPPO" OLIO SU CARTONE 35 x 21 cm DEL 1940.

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L'opera è firmata e datata Lippi 940 in basso a sinistra. A tergo cartiglio della galleria Marciano Arte, cartiglio dell'esposizione alla mostra di Castel dell'Ovo e timbro dell'archivio Raffaele Lippi.
Il dipinto è incorniciato. Pubblicato e descritto sul catalogo. Qui il testo:

Rimane da accennare a un ultimo dipinto, probabilmente solo un abbozzo, datato 1940. Si tratta di "Manichino con drappo", dalla cui superficie granulosa e sbiancata affiora una scena dai contorni sfumati e dal sapore vagamente metafisico. In primo piano la testa di una statua rovesciata, più indietro, sullo sfondo, il manichino già incontrato in altri quadri, ma qui con l'aspetto di uno strano personaggio recitante che regge in mano un lungo drappo nero. [Maria Corbi - Raffaele Lippi. Dipinti e disegni 1925-1982 - Paparo Edizioni - 2004]



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"TRONCHI N.3" PASTELLI SU CARTA 50 x 65,5 cm DEL 1955.

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L'opera è firmata e datata Lippi 955 in basso a sinistra. A tergo cartiglio dell'esposizione alla mostra di Castel dell'Ovo.
Pubblicato in bianco e nero e descritto nella monografia così:

I "Tronchi" sono la prova di quanto acuto, gia a quella data [1955] fosse nell'artista l'avvertimento dell'angustia dei limiti entro cui i realisti tendevano a comprimere gli intenti dell'arte e rivelano una rinnovata capacità di cogliere entro il dato reale una vis formativa che eccita l'immaginazione dell'artista e la spinge a trasfigurare visionariamente i ceppi e i rami tagliati in quieti organismi viventi. [Maria Corbi - Raffaele Lippi. Dipinti e disegni 1925-1982 - Paparo Edizioni - 2004]



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"PAESAGGIO" TECNICA MISTA SU CARTONE 51 x 68 cm DEL 1956.

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L'opera è firmata e datata Lippi 56 in basso a destra. A tergo i cartigli delle esposizioni alle mostre di Catel Sant'Elmo del 1992 e di Castel dell'Ovo del 2004.
Pubblicato in bianco e nero e descritto nel libro edito da Paparo con le seguenti parole:

L'"Omaggio a Picasso" del 1956, che è già di per sé, fin nel titolo, un'indiscutibile dichiarazione d'intenti, il "Paesaggio", dello stesso anno, e l'ispida, aggrovigliata "Zuffa dei gatti". del 1957, dimostrano come Lippi avesse saputo riaccostare il grande maestro spagnolo con un profitto ben più incisivo di quello che ne aveva ricavato negli anni tra il 1948 e il 1951 attraverso il filtro della vulgata guttusiana. [Maria Corbi - Raffaele Lippi. Dipinti e disegni 1925-1982 - Paparo Edizioni - 2004]



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"FIGURA" TECNICA MISTA SU CARTONCINO 70 x 50 cm DEL 1968.

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L'opera è firmata e datata Lippi 68 in basso a sinistra. Autentica su foto di Franca Lanni: "Io nipote di Raffaele Lippi dichiaro che l'opera qui fotografata è di Raffaele Lippi. Franca Lanni"

È difficile sottrarsi alla tentazione, quando si parla della pittura di Raffaele Lippi, di parlare del pittore, di tentarne un ritratto. E non è una tenta­zione indebita; poiché Lippi ha un’idea della pittura come diretta partecipazione di sé, come testimo­nianza in prima persona. Sicché i due termini, la pittura e l’uomo, appaiono strettamente uniti, come in pochi altri artisti. L’ho conosciuto solo pochi anni fa, lui che lavora a Napoli da tanto e che è stato uno dei protagonisti delle vicende artistiche napoletane, soprattutto nell’immediato dopoguerra. Abitava (non so se vi abita ancora) in una sorta di eremo, su una collina, in una casa fatta di grandi stanze anti­che, che davano un senso di chiusa solitudine e di isolamento. Fu un incontro fatto di cose presenti, ma più di ricordi, di ciò che era stato fatto, qui a Na­poli, da lui e da pochi amici per scuotere la pesante cappa della tradizione. Parlammo del Gruppo Sud, che fu una sorta di napoletano Fronte Nuovo delle Arti, in cui si ritrovarono insieme, per un momento artisti diversi, che avrebbero poi preso strade di­verse. Di quegli anni sono ormai note le Macerie, quadri dipinti con un colore infuocato e aggressivo, aspri e terribili, ma con improvvisi abbandoni. Pro­prio come lui. Lippi, scontroso e dolce. Anche que­sti quadri di oggi, esposti alla S. Carlo, conservano qualcosa di quegli umori: anche ora Lippi dipinge per parlare in prima persona, crede fermamente ed ostinatamente alla pittura come a un modo di essere presente in mezzo agli altri, di dare una testimo­nianza di sé e un giudizio sulle cose. Vitaliano Corbi, nella presentazione al catalogo, ha colto bene que­sta ostinazione di Lippi, questo vizio della pittura. «La scelta e la capacità d’intervento dell’artista non possono compiersi che all’interno di quel momento privilegiato e conclusivo che è la sua opera; in essa la drammaticità del reale non ha che lo spessore di un’ombra». Perciò Lippi è ancora un pittore-pit­tore, che crede solo al presente assoluto dell’opera, senza farsi tentare dalle profezie e dalle illusioni consolatrici. [Filiberto Menna - da Il Mattino - 27 aprile 1969]

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Di Admin (del 25/05/2014 @ 00:00:01, in Arte News, linkato 248 volte)
{autore=striccoli carlo} Il 25 maggio di trentaquattro anni fa moriva ad Arezzo uno dei miei pittori preferiti. A Carlo Striccoli, proprio oggi, voglio dedicare un piccolo spazio presentando un'opera tipica della sua produzione accompagnata da qualche breve cenno critico e biografico. Partendo dagli insegnamenti di Crisconio, Striccoli ha saputo guardare avanti creando uno stile inconfondibile, tutto suo che è diventato punto di riferimento per la nuova figurazione degli artisti napoletani e non.
 
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CARLO STRICCOLI   Titolo: FIGURA   Olio su masonite,   70 x 50 cm

Carlo Striccoli è musicista e pittore, si diploma all’Accademia di Belle Arti di Napoli, esordendo nei primi anni Venti (Biennale meridionale di Bari, 1924). Vicino alla ricerca artistica di Luigi Crisconio, attivo anche come freschista, è presente all’Esposizione Internazionale di Parigi nel 1937, alle Quadriennali romane e alle Biennali veneziane, nonché alle Sindacali napoletane. Negli anni Trenta, aderendo al movimento di Novecento, impronta la sua ricerca di un rigoroso plasticismo. Con Brancaccio, Notte, Girosi e Fabbricatore affresca nel 1940 la Mostra d’Oltremare. In seguito la sua pittura acquista un tono più concitato ed espressionistico. (Novecento Italiano – De Agostini Ed. - 1999)

 

‘Vero pittore, già negli anni giovanili Striccoli aveva un riserbo inquieto ed un’ansia nascosta: pur fortemente affascinato dalla viva tradizione locale, sentiva fin da allora l’esigenza della contemporaneità. Ed ecco perché la sua pittura è entrata nel presente artistico attraverso un sentimento attivo e la ricerca incessante di una modernità intesa però positivamente e senza avventure. Così le sue immagini, espressive di una bellezza intima e naturale, sono rivestite di intensità e caratterizzate da una energia istintiva, scintillante e scultoreamente sintetica’. (A. Schettini)

Carlo Striccoli, artista impetuoso, di una carica emotiva sconcertante, lavora instancabilmente, tra entusiasmo e scontentezza, dando vita ad un suo inconfondibile mondo pittorico destinato, in virtù della sua potenza espressiva e poetica, a reggere il collaudo del tempo. (P. Girace)

La sua ardente foga di naturalista espressivo, così liberamente impegnato nella tradizione chiaroscurale napoletana (dal Seicento a Mancini), ha saputo ritemprarsi ed integrarsi nell’area della sensibilità moderna. Striccoli, pur fedele alla continuità stilistica e alla dimensione ideale d’un determinato ambiente storico, è pittore d’oggi, partecipe delle ricerche odierne, impegnato a fondo nella problematica che vi si connette. Così distante dalle astrattezze, come dalla illusoria concretezza d’un superficiale realismo. (C. Barbieri)

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Di Admin (del 21/05/2014 @ 00:00:01, in Arte News, linkato 1664 volte)
{autore=zollo giuseppe}
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Autore: GIUSEPPE ZOLLO (Napoli, 1960)
Titolo: NAPOLI DANZANTE
Tecnica e superficie: ACRILICO SU TELA DI JUTA
Dimensioni: 46 x 120 cm
Anno: 2014

Tutti i sensi. I colori, i sensi e l'armonia sono predominanti nell'attuale fase di Giuseppe Zollo. La sua natura creativa é espressa con una stimolante sincronia, un lavoro in cui l'ispirazione arriva dalla sublimità musicale, poetica e pittorica. Un compasso lirico che si manifesta e si accenna trasmettendo una grande vitalità colorata per mezzo delle sue "tracce". Zollo riproduce il sentimento, nel confronto dell'immaginario, da quello che poteva essere reale e ideale. Con i colori forti, luminosi e tante tonalità, fa delle sue opere un'esasperata fonte di movimento e trascendenza, proponendo viaggi ineguagliabili e senza limite all'immaginario. Nella frammentazione del suo processo creativo elabora e genera l'essenza di una pittura che costantemente si rinnova e quotidianamente si afferma con precisione nel "romanticismo informale" dell'attualità moderna. Le sue opere riproducono non il figurativo, ma un "mondo interiore" di virtù poetica dove la realtà fisica si mescola con un intimo mondo psichico, inducendo lo spettatore a percorrere cammini riflessivi. (Monica Martins)


giuseppe-zollo-brezza-dorata

Autore: GIUSEPPE ZOLLO (Napoli, 1960)
Titolo: BREZZA DORATA
Tecnica e superficie: ACRILICO SU TELA
Dimensioni: 50 x 120 cm
Anno: 2014

 “La pittura come materia da amalgamare. Riprodurre le forme, cercando di infondere vita, atmosfera, sensualità ed emozioni. In questo mi riconosco se si parla di pittura. Essa è l’eterno gioco di cavalcare la tèchne; il saper fare, per dare forma alla propria immaginazione, quel compiacersi di riuscire che ti porta sempre più avanti. Ecco così va amata la pittura. L’arte, poi… verrà come l’alba e aprirà il nuovo giorno”. (Giuseppe Zollo)


giuseppe-zollo-una-sola-luce

Autore: GIUSEPPE ZOLLO (Napoli, 1960)
Titolo: UNA SOLA LUCE
Tecnica e superficie: ACRILICO SU TELA
Dimensioni: 50 x 120 cm
Anno: 2014


Giuseppe Zollo nasce a Napoli nel 1960, nel 1978 si diploma al Liceo Artistico di Napoli, successivamente frequenta la Facoltà di Architettura di Napoli per due anni poi, decide di iscriversi all'Accademia di Belle Arti di Napoli, scegliendo di seguire il corso di pittura del Maestro Domenico Spinosa, diplomandosi nel 1985. Da una formazione pittorica informale, caratterizzata dall'insegnamento del Maestro Spinosa, in seguito sceglie la pittura figurativa per condensare le proprie esperienze artistiche; stimolato dalla poetica di Rabindranath Tagore, che, nella sua poesia volta al dialogo, alla ricerca costante del Dio, dell'Uno, insomma dell'Essere Creatore, rende soave la creatività. In una sua poesia si legge: "mi tuffo nell'oceano delle forme, cercando di trovare la perla, perfetta del senza forma". Spunti tecnici Rubens, Klimt, i disegni di Mucha, il colore di Derain, il realismo di Monet, l'estetica di Matisse.

 

giuseppe-zollo-terrazza-sul-golfo-di-napoli

Autore: GIUSEPPE ZOLLO (Napoli, 1960)
Titolo: TERRAZZA SUL GOLFO DI NAPOLI
Tecnica e superficie: TECNICA MISTA SU CARTA DA PARATI
Dimensioni: 55 x 115 cm
Anno: 2014



CICLO "I COLORI DI NAPOLI": LE ALTRE OPERE DI GIUSEPPE ZOLLO
giuseppe-zollo-napoli-acquerello acquerello
su carta
15x50 cm
zollo-napoli tempera
diluita
su carta
24x30 cm
zollo-azzurro tempera
diluita
su carta
24x30 cm
giuseppe-zollo-azzurro acrilico
su tela
30x40 cm
zollo-azzurro-dinamico tempera
diluita
su tela
30x40 cm
zollo-napoli-verde acrilico
su tela
48x120 cm
zollo-napoli-50x60 acrilico
su tela
50x60 cm
zollo-rosso acrilico
su tela
50x60 cm
zollo-lucente acrilico
su tela
50x120 cm

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Di Admin (del 16/05/2014 @ 00:00:01, in Arte News, linkato 306 volte)
{autore=persico mario} Mario Persico è un mito! Amo la sua arte e provo una profonda ammirazione per la sua persona. Qui presento un disegno a tempera su cartoncino nero degli anni Cinquanta: Carro Funebre!

mario-persico-carro

MARIO PERSICO Titolo: CARRO FUNEBRE Tempera bianca su cartoncino nero, 67 x 95,5 cm del 1959

L’arte di Mario Persico, nato a Napoli nel 1930, appartiene alla storia dell’avanguar­dia napoletana sin dal suo primo manifestarsi. Allievo di Emilio Notte all’Accademia di Belle Arti, Persico raccoglie le sollecitazioni provenienti dalle sperimentazioni sul­la materia e dalle “vertigini cosmico-nucleari” della pittura di Mario Colucci. Nel 1955 aderisce ufficialmente al Movimento Nucleare di Baj e Dangelo; Gioia verde, dello stesso anno, mostra un impianto informale da cui emergono zone di addensa­mento cromatico vagamente organiche.

Nel 1958 con Biasi, Del Pezzo, Di Bello, Fergola, e LuCa (Luigi Castellano) fonda il Grup­po 58, la cui importanza, nell’attardato contesto culturale napoletano, va ben oltre le dichiarazioni di poetica pronunciate.

Al 1959 datano il Manifeste de Naples, feroce e irridente critica all'astrattismo, la prima personale alla Galleria Senatore di Stoc­carda e il lavoro editoriale - redazione e grafica - per la rivista “Documento Sud”, che proseguirà anche nella successiva av­ventura di “Linea Sud”.

L’opera Robot del 1961 rispecchia l’indirizzo intrapreso dalla sua nuova figurazione grazie all’utilizzo di materiali extra-pittorici: bottoni, rondelle, carte, congegni meccanici. Dal 1963 produce “oggetti praticabili”, strutture polisignificanti che traducono la poetica dell’indeterminazione e aprono lo spazio dell’arte ad una infinibilità di letture.

Nel 1966 illustra l'Ubu Cocu di Alfred Jarry, padre della Patafisica, tradotto in italia­no da Luciano Caruso. Alla fine degli anni Sessanta, risalgono i primi Segnali, gli Og­getti Ammiccanti e le Gru Erotogaie.

Le sedie dell’isteria e Le sedie della tortura realizzate tra il 1971 e il 1975, sono un’amara riflessione sulla condizione umana che genera da sé i suoi strumenti di tortura, oltre che uno studio sulla meccanica del Quattrocento. Nel 1973, con la realizzazione dei disegni per i costumi e le scenografie per Laborinthus II di Luciano Berio il suo lavoro incontra anche il mondo teatrale. Agli anni Ottanta appartengono il ciclo intitolato Ta­vole della Memoria e la serie dedicata alla rivisitazione di alcune opere di Courbet.

Patafisico per eccellenza per quella sua “visione magica e ambigua della realtà” (Martini), e membro del gruppo napoletano sin dalla sua costituzione nel 1965, Per­sico assume la carica di Rettore Magnifico dell’istituto Partenopeo nel 2001. Finalmente nel 2007, la mostra personale al Castel dell'Ovo di Napoli ha raccolto un cospicuo numero di opere attraverso cui rileggere la storia cinquantennale di un ar­tista intransigente che, “fuori dall’occhio infuocato del dio mercato”, continua a co­struire immaginifici spazi di resistenza.

 

Maria de Vivo (da 9centoNapoli 1910-1980 per un museo in progress. Electa Napoli)

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Di Admin (del 07/05/2014 @ 12:00:01, in Mostre ed Eventi, linkato 303 volte)
Marciano Arte sarà presente a questi incontri esponendo alcune incisioni originali del XVIII secolo tratte dalla grande opera "Le antichità di Ercolano esposte".

maggio-alla-reggia
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Di Admin (del 18/03/2014 @ 14:00:01, in Arte News, linkato 1036 volte)
{autore=caprile vincenzo}
Vincenzo Caprile (1856 - 1936), formatosi nell'atmosfera palizziana, indirettamente, attraverso lo Smargiassi, che riproponeva i temi della Scuola di Posillipo e poi di Rossano, si accosta in qualche modo all'estetica della Repubblica di Portici, lavorando e studiando lungamente in compagnia di Federico Rossano e di Alceste Campriani; ma il pittore non si adatta a un indirizzo determinato, pur avendo, insieme agli amici «porticesi», anche una certa propensione alla adozione della «macchia».

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"Ritratto"
olio su tavola 26,5 x 40,5 cm


Questa bella opera di Vincenzo Caprile è inedita. Il soggetto è molto probabilmente il fratello del pittore. L'opera è firmata "V. Caprile" a punta di pennello nel colore sulla destra della tavola. Le prove di pulitura confermano che la firma è coeva al dipinto. Sul retro è iscritto: "Il dipinto a tergo è opera autentica del pittore Vincenzo Caprile. Tito Diodati." L'autentica, riportata in foto qui sotto, è di Tito Diodati (Napoli, 1901 - ?), figlio del pittore Francesco Paolo Diodati (1864 - 1940). E' stato pittore, restauratore, collezionista e grosso esperto d'arte napoletana. Anche la cornice è di epoca.

La sua natura di sperimentatore eclettico ed appassionato, lo porto ad orientarsi in parte anche verso la pittura aneddotica, che però in Caprile si esprimeva con ben altra «civiltà» compositiva e cromatica. Ne fanno fede il dipinto La dote di Rita, della collezione D’Angelo, un quadro dominato dal rosso della gonna del modello, un rosso che si ritrova anche ne L'interno rustico, mentre nel quadro Sossio e Maria Rosa, scena dall'impianto vagamente teatrale, ricca di episodi squisitamente pittorici, le due figure s'inseriscono nell'ambiente con l’evidenza della pittura realistica del Seicento. Ma, oltre che nella pittura di genere, Caprile si esprime felicemente nella pittura di paesaggio, in cui si ritrovano freschezza e grazia istintive. Paesisticamente egli predilige la natura di Positano e l’atmosfera decadente e raffinatissima dei motivi veneziani; cosi l’artista si divide tra i due temi preferiti, trovando nella natura a lui più congeniale della costiera amalfitana i motivi elegiaci e niente affatto convenzionali di una pittura che proviene da lontano, dagli esempi di un certo vedutismo settecentesco, rivissuto dall'artista sul piano di una descrizione puntuale della vita e degli avvenimenti delle popolazioni marinare che popolano le rocce e le spiagge di Positano, di Amalfi e di altri paesi che s’affacciano sul golfo di Salerno. --

Diversa invece la pittura di ispirazione veneziana in cui dominano, accanto alle notazioni offerte dai solenni edifici che s’affacciano sulla laguna, l’atmosfera e la calma di una natura improntata al grigio atmosferico che si riflette nelle calli e nei canali della città. La visione di Venezia del Caprile, pur essendo contemporanea alla versione «eroica» del paesaggio dannunziano, evoca al contrario un’immagine dominata dalla malinconia, nei toni dimessi in cui sono tratteggiati le case, i canali, i ponti e le gondole, sullo sfondo di una Venezia a misura d'uomo. Ma il dato più clamoroso di Caprile è nella sua ritrattistica, nella quale, stranamente, si avverte l’influenza della pittura nord-europea, in specie di Munch, come dimostrano il ritratto Fanciulla di Positano e, soprattutto, un ritratto del padre dell’attuale proprietario dell’albergo «Il covo dei Saraceni» della marina di Positano, che ha la potenza espressiva e la deformazione dolorosa delle opere del grande pittore norvegese.

Paolo Ricci (da "Arte e artisti a Napoli", 1981)--


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