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Di Admin (del 29/01/2015 @ 00:00:01, in Arte News, linkato 2919 volte)
{autore=asturi antonio}
Omaggiamo il ricordo dell'indimenticabile artista di Vico Equense, proponendo agli amici collezionisti la vendita di una inedita collezione di sue opere:

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"Parigi, 1958" Tempera su cartone di 50 x 35 cm .

DON PINUZZO: (.. ) Asturi, mezzo secolo e tutto un travaglio che ogni artista, anche Michelangelo, sa di aver dovuto vivere prima di conquistare la fama, perché doveva consumare sino in fondo l'esperienza di se, conquistando se stesso. L'amore di Asturi all'arte è solo quello di un romanzo vissuto. E ha stagioni di primavera, qualche nuvola di autunno, scarse burrasche invernali e un torrido saettar di infocati giorni da estate mediterranea: mezzo secolo di battaglie ardenti, che giocano sul piano di credi professati, tutti in sintonia con la propria sete di vivere di umanità, di confessare l'umanesimo esistenziale lungo un modulo di scelte, determinate dai tempi storicamente creati dal suo amore per l'arte come servizio a un ideale di bellezza incandescente. Ed è mezzo secolo di una costruzione d'uomo che s'è fatto da se, senza maestri e senza principi, anche se ai suoi esordi di pittura si è trovato tra Morelli, Gemito e Mancini, com'è noto, e si è ripetutamente scritto di lui; anche se ha messo in arnese opere nelle quali sin dai suoi primi passi osava dar prova di valore tra la spatola e il morbido sciorinare su vetro, tra legni impregnati di pasteggi e tele di sacco cariche di olii.


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"Rassegna di ricordi" Tempera su cartoncino di 37,5 x 30,5 cm.

Straordinario disegnatore e conoscitore dell’anatomia ha legato la sua fortuna a una serie di celebri ritratti, nonché alle vedute più tipiche della costiera sorrentina. La figura umana, spesso deformata dagli anni e dalla fatica, ha trovato in Asturi un attento e commosso osservatore.

Antonio Mancini: “Ama e lavora sempre con animo puro così ti vorrò bene sempre. Fai con Dio principio e fine.”

G. De Rossi Dell’Arno “Saluto Asturi in cui scorgo il cuore pieno di romana umanità e lo spirito per i divini voli, per cui salirà alle vette della gloria, fratello di quanti artisti del Rinascimento.”

L. Pesaro: “Asturi è un pittore lirico e pieno di movimento. Avrà nome degno di quella scuola napoletana che è e sarà sempre gloria dell’arte italiana.”

Marangoni: “Un pittore l’Asturi incisivo, immediato, profondo; un pittore umano.”

A. Beltrame: “È un forte e profondo disegnatore. Un grande pittore”.


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"Sorrento, pergolato". Tempera su cartone di 50 x 40 cm del 1941.


ANTONIO ASTURI (Vico Equense, 1904 – 1986) , figlio di Gregorio ed Anna Albano, rimase presto orfano del padre all’età di dieci anni, primo di quattro figli : un fratello, Francesco, e due sorelle, Stella e Maria. Frequentò le scuole elementari assieme al suo coetaneo Giuseppe De Simone, al secolo don Pinuzzo, che tanta parte ha avuto nella sua vita, tanto d’aver curato due sue monografie. Le serie difficoltà della famiglia non gli consentirono di frequentare scuole superiori, ma coltivò la sua passione per la pittura con ogni mezzo, utilizzando qualsiasi materiale per rappresentare quello che colpiva la sua vista; fu così che il conte Girolamo Giusso, passeggiando per le straduzze di Vico Equense, lo notò ritrarre con molta bravura gli scorci di paesaggio e decise di aiutarlo, fornendogli la sua prima scatola di colori ed aiutandolo frequentemente nelle sue necessità. Morto il padre, le difficoltà aumentarono per tutta la famiglia ed Antonio sentì il peso di primogenito. Il richiamo del sangue paterno lo spinse subito alla ricerca delle sue origini, ricordando quelle poche cose che conosceva di suo padre Gregorio, giovane finanziere che in servizio alla Caserma della Guardia di Finanza di Vico Equense, s’innamorò e sposò Anna Albano con tutte le sue difficoltà di ragazza, priva già in giovane età di una gamba e costretta a curare la famiglia e viaggiare con le grucce. Così Antonio, ancora ragazzo, partì alla volta di Crotone, paese natio di Gregorio, e là ricostruì buona parte delle sue origini, sapendo che sua nonna Anna Asturi aveva avuto tre figli, di cui Gregorio era l’ultimo, dal signore del castello di Crotone, tale Francesco Morelli. Antonio ritornò spesso a Crotone , poiché amava tutto ciò che gli apparteneva, comprese queste lontane origini. Giovanissimo, con tutte le difficoltà della vita, decise di seguire le orme paterne, arruolandosi nella Regia Guardia di Finanza, i cui primi addestramenti ricevette a Maddaloni; seguì poi la prima carriera militare a Trieste, dove giunse con tanta voglia di fare, ma soprattutto di farsi conoscere per quello ch’era, un artista. Incominciò ad affrescare di murales le mura di Trieste, lasciando tutti meravigliati della sua bravura, tanto da essere considerato ed apprezzato nei migliori salotti di Trieste, dove ritraeva personalità civili e militari, lasciando opere anche al Museo di Trento. Fu a Trieste negli anni ’20 che il dr. Ernesto Guerrieri, alto funzionario della capitale e Commissario al Consorzio dei Comuni Trentini, conobbe Antonio Asturi, ricordando questo giovane che veniva da Vico Equense, dove Lui soggiornava ogni anno in una casetta alla frazione di Montechiaro. Il dr. Guerrieri lo convocò subito al Ministero dei Beni Demaniali, e lo convinse a congedarsi subito dalla Regia Guardia di Finanza, perché si sarebbe preso Lui cura del giovane. Antonio lasciò l’arma con molta tristezza, ma quell’occasione era unica, poiché Antonio viveva in casa Guerrieri come uno di famiglia, dividendo con i suoi figli il letto ed i sostegni giornalieri. In casa Guerrieri lavorava producendo benissimo, mentre il Dr. Guerrieri organizzava per Lui mostre a Roma ed in altre Città, introducendolo in tutti gli ambienti artistici. Il dr. Guerrieri assunse le dimensioni di un vero e proprio mecenate. Nel 1932 Antonio Asturi, sebbene conducesse una vita impegnata su molti fronti, prese moglie, unendosi con Serafina, ragazza di Vico Equense, da cui ebbe successivamente tre figli: Gregorio, Anna e Laura. Il sodalizio con il Dr. Ernesto Guerrieri durò circa venticinque anni, ma finì solo quando Antonio si accorse che le sue opere erano quotatissime ed a Lui pervenivano le briciole, continuando ancora a fare la fame, così come annotava in calce ad una sua lettera al Dr. Guerrieri: “sacche vacante eternamente!” Così Antonio Asturi alla fine degli anni ‘40 tornò definitivamente a Napoli nella sua Vico Equense e incominciò il suo ciclo di mostre alle Terme Stabiane, registrando annualmente grossi successi; continuarono regolarmente le mostre a Roma e Napoli e sporadicamente in altre città. Negli anni ’50 vennero organizzate per lui mostre a Londra, a Washington, a Caracas. Nel 1956 venne pubblicata da Treves una prima monografia. Nel 1958 andò per la prima volta a Parigi, dove produsse moltissimo, vi ritornò nel 1970. Nel 1971 andò a Barcellona dove assistette emozionato alle corride, completando un ciclo intensissimo di opere in Spagna. Nel 1972 celebrò le sue nozze d’oro con la tavolozza; si organizzarono così numerose mostre in suo onore e venne aperto un centro d’arte intitolato alla sua figura. Con gli anni ’70 si può dire conclusa la fase impegnata dell’artista; nel 1974, quasi a compendio venne pubblicata la seconda monografia “Asturi mezzo secolo di pittura”. Negli anni ’80 l’artista visse completamente ritirato fra gli ulivi di Pietrapiana, nel novembre del 1985 s’ammalò per la prima volta seriamente. La sofferenza che durò due mesi, lo ridusse alla morte il 3 gennaio del 1986.

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"Scolaretto". Tempera su cartone di 30 x 40 cm.

OPERE

Pittore autodidatta, s’è dedicato all’arte fin dalla prima infanzia, fu impegnato in numerosissime mostre , esponendo soprattutto a Roma, Milano, Trento, Napoli. Schivo e riservato è stato lontano da ogni schema e/o movimento che potesse classificarlo, fece la sua esperienza futurista, che dichiarò come una sbandata, restò fedele alla pittura figurativa, facendo tesoro degli insegnamenti ricevuti da Antonio Mancini. Antonio Mancini posò per lui nel 1930 poco prima della sua morte e restò talmente entusiasta che controfirmò il ritratto con una esplosione : “Evviva chi l’ha fatto!”, così come Vincenzo Migliaro, che controfirmò il suo ritratto con un “Lusingato!” Posò per lui Benedetto Croce: dell’incontro con B. Croce Antonio Asturi riporta nel suo diario un aneddoto appassionante e necessario a comprendere l’Arte di Asturi :

...“Dovevo dipingere il pensiero, concentrare tutta la gravità di una vita dedicata alla meditazione e farla risaltare sui lineamenti severi del filosofo. A ciò credevo di essere preparato, avevo in precedenza già ritratto diversi uomini di cultura e tra altri il caro amico Papini, ma far risaltare la profondità del pensiero sul profilo di Benedetto Croce, ossia dare al pensiero quel volto particolare, era cosa assai più ardua. Poi, cosa mi avesse convinto che l’intelligenza e la profondità del pensiero dovessero in un modo o nell’altro trasparire dalle linee di un volto, non ve lo so dire. Certo fissando il profilo che mi stava davanti, dai tratti non ricavavo niente di particolare: il profilo di un vecchio; anzi a dire il vero, più lo fissavo e più mi sembrava di cogliere in esso l’aria di un assente, e non il fermento segreto del genio. Tracciai alcune linee senza convinzione. E’ terribile, fa paura, sgomenta trovarsi davanti ad un’intelligenza suprema e scambiarla per demenza. Non potevano esserci equivoci: assente ero io, io che non riuscivo a vedere, a leggere in quei tratti quello che chiunque altro avrebbe facilmente letto e visto. Solo più tardi mi resi conto che la genialità e la demenza si somigliano, hanno lo stesso modo d’esprimersi. Allora queste cose le ignoravo e la confusione mi costernava. Avevo per giorni desiderato con tanta intensità di trovarmi davanti a quel volto, quando finalmente era soltanto a pochi centimetri dai miei occhi, la maschera vuota del pensatore mi fissava, si ostinava a resistermi, mi umiliava con tutti i morsi della mia incapacità a penetrarla. Poi, in un attimo di luce nello studio, attraverso i tratti indecifrabili di quella astratta fisionomia, i miei occhi si posarono sulla vena della tempia.Sembrava che quell’impercettibile pulsazione fosse animata da una forza misteriosa, era lì che la maschera era vulnerabile; era semplice, così incredibilmente semplice, che appariva strano come prima avesse potuto sfuggirmi. Vedevo ormai con lucido stupore la meravigliosa armonia di quel fiotto che per le vie interne distribuiva calore, forza, profondità ad ogni muscolo, ad ogni ruga, alla sottile trasparenza della pelle. Avevo vinto.”

Lo scrittore e giornalista Mario Stefanile dopo aver posato per un suo ritratto volle testimoniare con la sua critica:“…quando la luce batte sugli zigomi e occhi, su fronti e menti, allora Asturi categoricamente inventa una nuova struttura fisionomica….ogni volto dei suoi innumerevoli personaggi si fa maschera, un immemorabile ed imperscrutabile realtà che appartiene in parti uguali alla verità umana e alla verità della fantasia-…ogni ritratto di Asturi è vero e metafisico, una traccia dello spirtito ferma nella mutevolezza di una faccia.”


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"Scugnizzi". Tempera su tela di 60 x 80 cm .


PAOLO RIZZI da Il Gazzettino di Venezia in uno scritto postumo

Curiosamente Asturi, pur nascendo dal versante popolaresco, soggetto quindi alle suggestioni del descrittivismo, si presenta subito, di prim’acchito, con il carattere primario di una sintesi plastica:di quello ch’è definito il suo “costruttivismo”. Asturi sfronda la sua pittura da ogni orpello, da ogni pittoricismo, dal gusto di una malintesa “bella pittura”. In realtà egli è uno sciabolatore di gran forza. Lo s’è accostato a Mancini: e il rapporto, per taluni versi, c’è inequivocabile. La pittura è data da fendenti, a colpi secchi su cui si crea l’involucro formale. Ma il Mancini cui si riferisce Asturi non è Mancini tardo, cioè materico e rugoso, bensì quello innervato e scattante del periodo precedente. Il Mancini che si richiama al seicentismo di Ribera, del Fracanzano, anche di Mattia Preti, cioè alla matrice realistico - popolare che travalica ogni barocchismo. Una forza strutturale preme dal di sotto. Siamo quindi lontani, per Asturi, dall’Ottocento tipico napoletano, del genere scuola di Posillipo. Semmai, il riferimento potrebbe andare a qualche brano succoso di un Cammarano, dello stesso Migliaro, soprattutto nella dimensione dei disegni e dei bozzetti, lontani dal descrittivismo come della retorica del folclore popolare. Asturi partisce la forma con forte sintetismo, la vuole dominare, ne vuol prendere possesso scartando ogni altra seduzione. Non è un formalista; egli tira diritto all’essenza delle cose. Naturale, logico, che sia la figura umana il soggetto predominante della sua pittura. Semmai, se si dovesse cioè indicare per forza una derivazione storica, ci si dovrebbe riferire a quel momento del realismo che nasce intorno al 1870 in Italia e che continua poi, categorialmente, fin dentro il Novecento, come una dimensione nuova di presa di possesso della “cosa in sè”, pur nutrita da radici popolari. Così a Milano si parla di naturalismo lombardo per un Gola e un Mosè Bianchi; a Venezia si va dai forti umori popolareschi di Milesi all’acre realismo di Marco Novati. E’ un filone che travalica le avanguardie, che supera persino ogni accezione stilistica. Il punto di riferiumento, come intendeva Courbet, è e resta l’uomo, un uomo che respinge i condizionameti culturali per esprimere tutta la sua istintività attraverso i sentimenti primari (il dolore, l’amore,la rabbia, la delusione, ecc.). Non a caso nelle figure di Asturi sono solitamente assenti le indicazioni temporali, i riferimenti alle fogge d’abito, le ambientazioni contingenti, tutta quella scenografia del popolaresco ch’è largamente presente nella tradizione della pittura napoletana. La figura è nuda o sobriamante vestita. Questo tentativo di Asturi di uscire dall’imminenza del tempo è indice di un realismo “categoriale”. Nella resa fulminea dell’oggetto, Asturi si riferisce però , più che agli esempi dell’Ottocento, ad una temperie tardo-cinquecentesca e secentesca. Nudi e ritratti potrebbero essere riportati a certa pittura di fine Cinquecento, magari di ambito veneziano. Come non sentire la tensione tintorettesca del segno, la sua vibrazione fulminea, la sua energia possessiva? Luca Giordano è l’antecedente immediato; ma in linea generale potrebbero esserlo anche i disegni di Rembrandt, nonché quelli di Rubens. Proprio a Rubens sono affini talune opere, dotate di un dinamismo teso e serrato. Ma in realtà ci si rende conto che Asturi è e resta un istintivo: la sua cultura figurativa è tutta prensile, cioè si forma per affinità, per sensazioni, per innamoramenti improvvisi. Si capisce che non ci troviamo di fronte ad un pittore nè letterato nè, in senso generale, colto. La sua cultura, se così si può dire, è tutta di polso. Autenticità biologica; capacità di rubare ciò che la natura offre nella sua immediatezza. Basta osservare le sue opere. La “vecchia che legge” riflette stupendamente l’attenzione persino febbrile, l’ansia, il tremito dei sensi e dell’intelletto: tutto vibra, tutto si agita. Nell’”autoritratto”, invece, si riflette un’energia compressa, resa soprattutto attraverso il forte luminismo che diventa dato formale ma anche dato psicologico. Nel “nudo di schiena” il momento è di estatica contemplazione: i muscoli della modella si distendono, le curve si fanno sinuose, un fremito corre appena sulla pelle liscia. C’è voluttà, ma anche senso sovrano di calma, di equilibrio psicofisico. Si tratta di pezzi eseguiti con perfezione anatomica che incanta. In “ follia ad Aversa” compare l’aspetto espressionismo, drammatico: la drammaticità non è esterna, bensì, ancora una volta, si riflette all’interno della forma, attraverso la tensione della dinamica del segno. Così nella “Donna che prega, qui il dinamismo si fa persino esasperato e la vibrazione ossessiva. Asturi non appare mai legato ad uno schema fisso; si lascia cogliere dall’oggetto, ed in esso riflette il suo stato d’animo. L’artista rinuncia quasi sempre alla ricchezza del colore; preferisce pochi toni ( sulle terre, i marroni, le ocre con lumeggiatura a biacca) ma in essi si riesce a trasfondere la luce-colore. E’ un luminista, come s’è detto; cioè un fulmineo spadaccino che coglie d’un balzo l’essenza delle cose. Tutto il resto (animus popolaresco, gusto del particolare) egli lo lascia fuori dall’opera, è appena sottinteso. Un artista così, di estrazione popolare ma dotato di senso pittorico, di un respiro che non esiterei a definire “europeo” va visto e giudicato in maniera diversa dai parametri della moda. Il riferimento è sempre alla grande pittura del passato. Non importa che i soggetti siano magari le tipiche carrozzelle napoletane: è la nervatura interna cui bisogna guardare. I valori sono quelli di sempre: la “categoria” del realismo che travalica i tempi.”


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"Convento di San Francesco". Tempera su tavola di 23 x 33 cm.


ALBERIGO SALA da Il Corriere della Sera - Milano

“…ciò che colpisce è come Antonio Asturi sia riuscito a realizzarsi al di fuori della forte influenza di una scuola caratterizzata e folta come quella napoletana. Non v’è nulla in Lui di esornativo, di contabile; anche l’insidia narrativa è sconfitta dalla castità dei mezzi cromatici, dalla naturale tensione costruttivistica. Asturi costruisce con severo senso plastico. Nella bloccata figura del ciclista si sviluppano tensioni dinamiche che possono rimandare alla sintassi futurista. Restano negli occhi i suoi nudi colmi e suggestivi…quando poi Astruri non definisce, ma accenna e suggerisce, diviene anche più trasparente la modernità del suo occhio e della sua mano…”



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"Interno di chiesa". Tempera su tavola di 23 x 33 cm.


FRANCO SOLMI, direttore della Galleria d’Arte Moderna di Bologna

“ Autodidatta, potente ed istintivo disegnatore, osservatore acutissimo delle cose e delle immagini popolari, Antonio Asturi poteva pagare un ovvio debito alle convenzioni, fortissime del folclore napoletano e invece ha saputo subito distinguersi non soltanto dagli eredi più o meno fastidiose più o meno illuminati delle varie “scuole di Posillipo”, ma anche dai ripetitori ossequienti di forme a cui la cultura accademica dà legittimità e diritto di citazione…questo è pittore che ha salvaguardato, pagandola con l’indifferenza dei critici, la sua libertà di creare in rapporto con il reale, ma anche secondo modi dell’idealismo estetico….le opere vanno lette una per una più che secondo le norme e i codici divulgati dalle estetiche ultime. Se ne deve assaporare la umorosa classicità, quanto la classica irriverenza dell’artista che si avverte e si vuole libero dagli schemi e sceglie una propria, credo non scontrosa, solitudine. Di questo dobbiamo dargli atto, ché solitudine, in arte, non significa assenza, ma fedeltà e fede del proprio sentirsi “individuo ed artista originale” rispetto ad altri e per gli altri. Scoprire o riscoprire le opere di Antonio Asturi significa quindi ritrovare soprattutto le nostre, spesso obliate, reazioni di poesia.”


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"Maternità". Tempera su tela di 80 x 60 cm .


MARIO STEFANILE

“L’immediatezza espressiva che in altri pittori può diventare il pericolo e l’azzardo di una facilità di cifra, in Antonio Asturi, invece, è il segno di un’autenticità artistica che interpreta la violenza e la bellezza di un’emozione folgorante. Voglio dire che Antonio Asturi opera senza retorica, calandosi nell’oggetto che vuol rappresentare e traendone alla superficie, la superficie di foglio qualsiasi, una verità pronta, cocente, fresca, forte. Non esistono, per Antonio Asturi, i compromessi, i giochi fatui del mestiere: esiste invece una prontezza persino sconcertante nel cogliere di ogni creatura quell’inesauribile segreto spirituale che ne determina i tratti somatici. Quando la luce batte su zigomi e occhi, su fronti e menti, allora Antonio Asturi categoricamente inventa una nuova struttura fisionomica: e nel punto stesso di una coincidenza più icastica, là raggiunge la sua verità artistica, là compie cioè un’operazione meravigliosa di scoperta. Il segno di Antonio Asturi si snoda quindi secondo un ritmo che non è mai prestabilito o schematico, ma secondo una legge interna del disegno: per cui ogni volto dei suoi innumerevoli personaggi si fa maschera, una immemorabile e imperscrutabile realtà che appartiene in parti uguali alla verità umana e alla verità della fantasia. In questo senso esatto e poetico ogni ritratto di Antonio Asturi è vero ed è metafisico, una traccia dello spirito ferma in una mutevolezza di una faccia. Il segreto dell’incanto di questi ritratti è tutto qui: ma è molto, quasi una lezione.”


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"Pesci". Tempera su cartone di 30 x 50 cm .


MARIO VENDITTI

Caratteristiche della pittura di Antonio Asturi sono la inconfondibilità dello stile, la verità delle realizzazioni, l'essenzialità del segno e del colore, la tradizionalità della ispirazione pur nel modernismo ardito e talvolta temerario del suo linguaggio cromatico. Interni o paesaggi, scene corali o figure isolate, attimi estemporaneamente fissati su cartoni o meditazioni tradotte in elaboratissime tele: egli è sempre uno e sempre diverso. Potrebbe fare a meno di apportare in calce ai suoi lavori la personalissima firma obliqua e sfuggente: lo si riconosce anche anonimo. Antonio Asturi applica ai canoni dell'espressionismo con parsimoniosa infallibilità. Sa che l'artista deve dare importanza determinante all'interno sentire, piuttosto che all'esterno vedere; sa che ogni descrizione più o meno estetizzante delle cose deve essere respinta, perchè indifferente agli interessi umani; sa che la deformazione della realtà usata per dare evidenza al proprio fantasma è l'elemento differenziatore fra il pittore e il fotografo e che quindi la natura deve essere captata fuori dallo stretto contatto con la realtà; ma sa anche che il vero ed unicamente il vero deve essere la estrema meta dell'artista, se anche l'interpretazione del vero con occhi sempre nuovi ne sia l'istintivo dovere. Anche nel ritratto, dove pur esiste una necessità obiettiva da raggiungere, egli applica questi presupposti estetici, dai quali non potrebbe affrancarsi senza rinnegarsi. E' il risultato è la fusione della personalità dell'artista con quella del soggetto in una magia di reciproca trasfigurazione.Ricordo di aver allineato, in occasione di una esposizione di arte meridionale, alcune di queste osservazioni.Sono lieto di ripeterle in occasione della trionfante mostra di uno dei più degni rappresentanti di quest'arte nostrana.La dignità artistica di Antonio Asturi è confermata dalla guerra fredda che si combatte contro di lui.


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"Suora nelle terme stabiane". Tempera su cartone di 30 x 24 cm .


PIERO SCARPA

Nelle opere dell'Asturi è facile identificare una lodevole cura per il disegno, una tal quale sensibilità cromatica utile per arrivare presto allo scopo di interessare con una visione di effetto,una grande passione per il colore che però non è sempre usata a proposito e con gusto. alcune delle opere qui esposte presentano pregi non comuni di disegno e di colore e sono degne di acquisto anche da parte di chi è uso pretendere il meglio dell'Arte di fronte a un grande quadro. Bella e spontanea composizione figurativa è questa dell'Asturi. Piena di sentimento e d'una tragicità impressionante che ricorda, senza imitarli, i grandi maestri del Rinascimento. Bravo Asturi, che non si è mostrato in quest'opera un semplice, per quanto spontaneo paesista e ritrattista tagliente, ma particolarmente un maestro di composizione architettonica nella linea d'insieme costruttivo, ma sopratutto un pensatore di forza e un colorista di gusto.


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"Pioppaino". Tempera su cartone di 49 x 35 cm .


MICHELE TITO

Asturi nacque a Vico Equense, dove risiede. Ha cinquant'anni. Fin dal 1923 aveva parlato di lui « Il Piccolo » di Trieste, ma dal 1926 il suo successo s'è delineato sicuro nell'arte infallibile nella simpatia del pubblico. A quei tempi il giovane Asturi era un verista irriducibile: ed in quegli anni di orge futuriste e di esperienze sempre nuove, la sua pittura era senza dubbio un atto di coraggio. Lo sosteneva in questa sua generosa battaglia, largo di aiuti e di consigli, un pittore straniero, il polacco Ianstick. E' del 1927 l'incontro con Mancini. Nel mondo degli artisti e degli amatori napoletani il ricordo del primo colloquio tra il giovane Asturi ed il grande pittore, ormai raggiunto dalla gloria, è uno dei più commoventi tra quelli che si conservano con cura gelosa sulla vita del Maestro. C'era una mostra di Mancini alla « Fiamma » in via Bocca di Leone, a Roma. Asturi ne fu tanto colpito che i suoi commenti entusiastici, espressi ad alta voce nella raccolta stessa, indussero il nipote del Maestro ad invitarlo in casa del Mancini. Al seguito dell'invitato un corteo numeroso di pittori, di amatori e di critici si recò da Mancini per ascoltarne le parole e conoscere, di Lui, tanto schivo e così ostinatamente silenzioso, il pensiero e i sentimenti. E il Maestro andò loro incontro, agitando il berretto e gridando forte, con tutta la sua voce: “ Evviva, evviva Asturi”.

L'insegnamento di Mancini è un elemento decisivo nella genesi artistica di Asturi. Conferì al giovane pittore, che ormai aveva raggiunto nel disegno una padronanza, una sicurezza, una spigliatezza di tratto ed una mobilità di percezione che ancora oggi sono i suoi segni caratteristici. Ad Asturi, facile nell'apprendere e nell'assimilare, bastava vedere come dipingesse il Maestro. Lo vide ridere nello specchio mentre creava il famoso « autoritratto col turbante rosso ». Fu, quella di Mancini, una scuola eccezionale: scuola di libertà espressiva, di forza descrittiva, di sincerità di sentimenti e di passione; di passione soprattutto. Con Mancini, Asturi ha esposto al « Circolo Adriatico » di Roma. Cinquantadue sono le personali da lui tenute nelle maggiori città; ha partecipato dal '27 al '37 a tutte le sindacali romane, dal '37 al '41 a quelle di Trento; nel '38 a Venezia; un successo particolare ottenne all'« Internazionale del disegno ». Anche nel '35 partecipò alla mostra del « Bambino nell'arte ». Asturi è un gran lavoratore e, se nella vita privata è un uomo di grande modestia e semplicità, nell'arte egli è un aristocratico. Nel ritratto la sua personalità, attenta ai moti ed agli atteggiamenti più intimi degli uomini, trova un campo dove meglio e più concretamente si esprime. Il nostro direttore ha dato dell'arte di Asturi un giudizio epigrafico: « Nella potenza mirabile del disegno, domina, su ogni altro elemento, il fantasma dell'anima ». Di Asturi sono senza dubbio notevoli la limpida chiarezza del suo modo di trattare il pastello, la lucida riproduzione visiva, la sensibilità che senza reticenze lo avvicina al soggetto. Forse lo danneggia a volte una certa accentuata tendenza a calcare sentimenti ed espressioni. Egli tende a trasferire l'esuberanza spirituale del proprio temperamento sul soggetto che ritrae, conferendogli molte volte una nobiltà superiore al reale. Asturi ritrattista ha molte parole da dire, e solo che dia una più concreta definizione alla sua personalità e si sorvegli meglio in certe esuberanze, avrà il suo grande posto nell'arte italiana.

« Quello che sarà Asturi - scrisse Remigio Strinati lo lascio intendere ai lettori intelligenti: del resto ne hanno già parlato Gemito, Mancini e Bazzaro ».


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"Maternità". Tempera su tela di 40 x 30 cm del 1950 .


LUCIO BRENNO

Chi non conosce personalmente Antonio Asturi e lo giudica soltanto dai suoi disegni se lo figura un uomo angoloso complicato saturo di visioni fantastiche, abbozzate sulla carta con milioni di segni quasi che l'impressione dell'artista si sia sprigionata d'un baleno e che le sue mani abbiano a stento assecondato la fantasia creativa Le sue « maternità » ce lo mostrano semplice, privo di retorica, capace di darci una « mamma col bambino » con tre segni soltanto, mentre nella tempera lo troviamo con le dita immerse nei colori pronto a fissare le impressioni con una violenza che sprizza luminosità e vivezza da tutti i pori. Nell'olio poi diventa grande, la sua arte non contaminata da tendenze degeneratrici si mantiene pura come quella dei maestri dell'800. I suoi quadri sono pieni di luce e di verità, in gran parte ispirati all'incantevole terra che lo circonda, la penisola sorrentina ed in particolare la sua diletta Vico Equense arroccata sulle limpide acque del golfo partenopeo. Un uomo complicato, dunque, dal temperamento estroso spesso stravagante. Ebbene no, l'Antonio Asturi che abbiamo conosciuto nella tranquilla villetta immersa tra il verde e l'azzurro di Vico è un buon papà innamorato della sua Auretta, del suo maschio studente liceale, della sua modesta compagna che lo adora e lo circonda di mille cure.

Un uomo semplice Antonio Asturi che detesta la pubblicità e che ama trascorrere le lunghe giornate nel silenzio della sua villetta per godersi l'infinito, il respiro delle onde, il verde della campagna che si tuffa a picco sull'azzurro e impenetrabile cuore delle rocce contro cui s'infrange il mare di Partenope. Era un giorno radioso di luce ed il sole, rosso come brage, stava scomparendo dietro l'isola verde quando Asturi mi svelò i segreti della sua arte. Mi portò nello studio privatissimo dove il maestro nelle grigie giornate d'inverno si chiude per comunicare con l'esterno. Tra quelle mura egli vive con i fantasmi della sua fantasia e sulle candide tele le sue mani creano pirati e vascelli, fantasmi, assolate strade di Anacapri, gustose carrozzelle o una tenebrosa « deposizione di Cristo ». Questo è il mio angolo segreto, disse richiudendo la terza porta che conduceva allo studio. Qui soltanto gli intimi possono accedere. Passammo quindi nella piccola galleria privata nella quale il maestro annovera opere che non hanno nulla da invidiare a Gemito ed ai grandi maestri napoletani dell'800.

“Un vero peccato che non esponiate più a Roma, Milano, Torino e nelle altre grandi città italiane.”

“Non mi muovo di qui - rispose -; ne ho presentate fino ad oggi 75 e la mia produzione di quadri si aggira intorno ai 10 mila. Alcuni critici mi accusano di produrre troppo, dicono che per la quantità a volte trascuro la qualità. Qui da noi in Italia produzione e qualità si concepiscono soltanto su basi inversamente proporzionali. Se Turner fosse vissuto nel nostro paese, lo avrebbero accusato di commercialismo. Il fatto vero è che, quando le mie mani sentono il richiamo della tavolozza, non c'è impegno che riesca a deviare l'ispirazione. E' forse colpa mia se non c'è giorno che non debba immergermi nei colori? Turner è morto a 72 anni lasciando 17 mila opere, io ne ho 48 e sono al mio decimillesimo quadro e voglio continuare checchè ne dicano gli altri.”

“Si tratta di diecimila opere vendute o di diecimila tele come numero produttivo?”

“Escluso un centinaio di pezzi ai quali sono affezionato e che costituiscono la mia galleria personale il resto è tutto venduto.”

“Quali sono i maggiori suoi collezionisti?”

“Lei ora pretende troppo da me, comunque posso citarle quelli che mi vengono in mente. Nel periodo fascista anche Mussolini acquistò personalmente due quadri; attualmente i miei quadri si trovano nelle collezioni di Churchill, De Gasperi, Croce, Merzagora, Mole, Priolo, E. A. Mario, D'Annunzio Generoso Pope, Lauro, Porzio, Di Guglielmo e tanti altri, che ora non ricordo, dislocati in America, Francia, Germania, Olanda, Svizzera e persino in Russia. Nel prossimo inverno a Londra verrà allestita una mia mostra comprendente 30 carrozzelle napoletane. Nello stesso periodo conto di esporre anche a Napoli i lavori di questi ultimi mesi.”

Era ormai buio quando Gregorio ci accompagnò per i viottoli di Vico e Asturi ci salutò dal terrazzo più alto della villetta. “Arrivederci! Arrivederci presto a Roma!” Appena sulla costiera il respiro affannoso del mare sorrentino, che s'infrangeva contro le rocce, ci accompagnò nella notte carica di stelle cadenti fino ai piedi del Vesuvio, poi Napoli con le sue mille luci ci rapì e all'alba tutto ci sembrò lontano, infinitamente irreale.


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"Lettura del giornale". Tempera su tela di 80 x 60 cm .


DIEGO IODICE

Antonio Asturi può definirsi il poeta del colore e delle linee. Il suo lavoro lo afferma. E se l'arte non è, o meglio non deve essere altro che la estrinsecazione dell'io dell'artista, Asturi sa trasfondere nelle sue opere l'intimo travaglio di uno spirito proteso alla ricerca del motivo preponderante della natura che è nel punto d'incontro delle anime che si affannano a scoprire il vero e il bello. Ecco perchè il pittore eremitadi Vico Equense afferma con francescana semplicità che non ha più niente da imparare dagli uomini, ma solo dalla natura e da Dio. E per effetto di questo intimo tormento, mentre ammirava, veramente sconcertati, i suoi quadri Asturi ha sentito il bisogno di dirci: ”Può accadere che mi si cerca dove non sono più.” Infatti egli è contro ogni forma manieristica, per Asturi l'opera è un prodotto del momento spirituale mutevolissimo come mutevolissima è la natura nell'infinità della sua bellezza, dei suoi colori, delle sue forme. Ma quando dal verde romitaggio degli uliveti sorrentini, che si tuffa a picco nell'azzurro e incomparabile mare della penisola incantatrice, Asturi scende fra le miserie umane, così continua ad essere un poeta e sa cogliere quei motivi che nella nostalgia del passato o nella tragica realtà del presente rappresentano i veri, i fondamentali motivi spirituali della vita; la vita umana intesa in tutta la intierezza dei suoi eterni valori dello spirito. E perciò una carrozzella di Asturi, una fra quelle trenta carrozzelle napoletane che compariranno in una sua mostra che sarà allestita prossimamente a Londra, vi commuove, perchè in quei pochi segni di pastello vive tutto un mondo, un mondo buono che si ricorda con tanta nostalgia, un mondo semplice che va scomparendo per fare largo all'artificioso dinamismo della vita moderna. E quanto verismo veramente sconcertante in pochi tratti di matita di quel guarattellaro che curvo per il peso degli anni si allontana, caricando sulle spalle il suo mobile palcoscenico alla luce dellampione...

E' poesia, poesia vera che commuove e conforta nel tempo stesso. Le maternità di Asturi hanno la luce timida e misurata della maternità gelosa della gioia di oggi e timorosamente trepidante nella gioia di domani. Gli uomini più eminenti come Croce, Churchíll, De Gasperi, Merzagora, Gedda, Papini, ecc. sono stati ritratti da Asturi e sono collezionisti delle sue opere. A quarantotto anni Asturi oltre che a raggiungere la maturità di artista forse ha raggiunto il record della produttività con le sue diecimila opere vendute e le sue settantacinque mostre personali. Sono queste cifre però che rattristano un poco l'Artista quando gli ricordano che qualche critico lo accusa di trascurare la qualità per la quantità. Ma per un momento Asturi si annebbia, perchè subito ritorna quello che è sempre quello che deve e può essere chi, come lui, sa amare la natura e cogliere da essa l'infinita bellezza delle sue incomparabili e incantevoli ricchezze. Asturi ritorna al suo mondo, al grande suo mondo che lo sa rendere sereno anche contro questo nostro mondo, il mondo in cui viviamo la vita grama di ogni giorno, tante volte al buio, senza la luce di un ideale che ci elevi non fino all'eremo di Vico Equense, ma ci sollevi almeno dalle miserie che avviliscono lo spirito.


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"Roma, via Dell'Impero". Tempera su cartone di 30 x 40 cm del 1958.


LINA FEDELE

Una linea leggera, appena accennante la fronte ed il naso; una qualunque fronte, un qualunque naso che, pur del tipo del modello, con la migliore buona volontà non riesce a riconoscere. Equivale al profilo che schizza il profano quando, per gioco, vuole indicare una fisionomia. Poi la sanguigna si appoggia sul cartoncino ad una certa distanza da quella linea che, l'ho compreso in seguito, serve solo da riferimento. Uno, due piccoli tratti tracciati con mano sicura, sui quali l'anulare destro dell'artista si posa leggero, strofina appena, lascia una macchia. Altre piccole linee, altri strofinii leggeri come carezze, altre macchie. Ed ecco sotto il mio sguardo meravigliato vedo nascere, anzi schiudersi, l'occhio. Non è un disegno, io non vedo linee, vedo un vero occhio, corposo, fatto di pelle tesa sui piccoli muscoli mobilissimi, fatto di solchi profondi che incidono l'occhiaia un po' inarcata di ombra, propria del soggetto che si lascia ritrarre. Ora soltanto ho visto le mani dell'artista: piccole, rotonde, dalle dita proporzionalmente piccole ma che dall'attacco al palmo Grassoccio, come un pò gonfio, si assottigliano fin troppo sulla punta. Le unghie sono, nella forma e nella lunghezza, piuttosto femminee. La vedo ora questa mano perché, sciolta dall'impaccio iniziale che le faceva cercare il segno e la rendeva simile alle migliaia di mani che guardiano senza vederle, ogni giorno, ora sembra scorrere e vivere di una vita propria; seguire una nascosta armonia. Un piccolo punto di matita bianca nell'angolo esterno mette, sull'incarnato della sanguigna, il lucore della cornea; un altro nell’ angolo interno, più in alto, dà la vita dell'intelligenza alla pupilla. Quest'occhio vivo, solo e sperduto sullo sfondo chiaro del cartoncino, fa impressione. Torna ora alla fronte l'artista, ma la ritocca appena per dedicarsi al naso. Quella linea impersonale va acquistando identità, ma, sul più bello, la sanguigna lo lascia e va a mettere, coadiuvata dallo anulare del pittore, una macchia alla sua base; la segue una linea decisa e poi, di scatto, la sanguigna, impugnata di striscio, lascia un largo, granuloso cordone sul quale leggero, carezzante torna il dito che plasma, fonde. La narice ed il dorso di questo naso sono qui di fronte in tutta la loro riconoscibilissima evidenza. Ne ritocca ancora il profilo, lo rende ormai deciso ed inconfondibile; vi aggiunge una minuscola, sfumata lineetta bianca che da il lustro concavo della punta di quel naso. Di nuovo torna indecisa la mano, sembra cercare un'ispirazione che sfugge nel tracciare le labbra.. Ma, dopo un primo timido segno cui un tocco dell'anulare dà corpo e sostanza, altri ne seguono, decisi, timidi, correggenti i precedenti. E sempre l'anulare li segue, fondendoli insieme, tirandoli su dal cartoncino, donando loro la terza dimensione. Sottili, sfuggenti le labbra superiori, si raccolgono e si manifestano nella plastica carnosità dell'inferiore. Ormai padrone la mano dell'artista traccia il mento, rotondo; appena una linea poi, ripresa di striscio, la sanguigna diventa frenetica. Segni ora leggeri, ora poderosi si slargano, conquistano vittoriosi il cartoncino, rilevano la gola, la mascella. Un minuscolo, quasi invisibile concetto rosso ripassa su questa massa carnicina, le dà luci ed ombre, lascia il netto contorno di un gruppo di vene, pulsanti di vita alla tempia e liscia una fascia muscolare. La gomma schiarisce, crea concavità in contrasto con la decisa sporgenza a zigomatica. A tutta prima sembra l'artista proceda a settori; invece quando più sembra che una parte di questa viva maschera sia completa e perfetta ecco la sanguigna tornarvi, accendervi una luce o scavare un tratto dei quali si sente subito l'inderogabile abile necessità, come se l'occhio ed il cervello dell'osservatore ne avessero sentito nel profondo la presenza, senza però riuscire a percepirla tattilmente prima che essa fosse stata tracciata.

« Lo sento qui, nelle mani », mi dice il pittore, continuando nella sua fatica che ora è diventata febbrile, di sguardi rapidissimi, di segni leggeri, di carezze profonde. La fronte si illumina anche essa, incornicia l'occhio che ora ha perduto di quell'impressionismo di organo vivo e mutilo per fondersi con tutto l'insieme della fisionomia. Un colpo ondulato, rapido, dato di striscio corona il ritratto dei suoi capelli. Il cencetto rosso vi ritorna su, aggroviglia e spiana; ancora la gomma vi scava laghetti di luce. Una lenta, decisa linea curva delinea appena l'orecchio. Poi, di scatto, l'artista lascia la sua opera; con pochi tratti rapidi, vicini, paralleli lascia immaginare la spalla, segna la firma e la data. Solleva poi il cartoncino, ormai vinto nella sua primitiva chiarezza, ridotto a servire solo da sfondo, nitide e a far serpeggiare piazze dilaganti di luci nell'insieme. Non è una fotografia, non ha nulla della perfetta, meccanica fedeltà di una pellicola: è la presentazione di un carattere fissato in una delle sue molteplici apparenze.

E', insomma, quello che il nostro amico preferisce essere.


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"La confessione". Tempera su cartone di 24,5 x 24,5 cm .


Nato a Vico Equense (NA) il 2 novembre 1904, dove è deceduto il 3 gennaio 1986. Pittore d'istinto, ha cominciato a disegnare fin dall'infanzia, rivelando quelle doti di straordinaria genialità che ne faranno un nome nel mondo dell'arte. Le serie difficoltà della famiglia non gli consentirono di frequentare scuole superiori, ma coltivò la sua passione per la pittura con ogni mezzo, utilizzando qualsiasi materiale per rappresentare quello che colpiva la sua vista; fu così che il conte Girolamo Giusso, passeggiando per le straduzze di Vico Equense, lo notò ritrarre con molta bravura gli scorci di paesaggio e decise di aiutarlo, fornendogli la sua prima scatola di colori ed aiutandolo frequentemente nelle sue necessità. Artista di largo consenso e di sicura popolarità, ha spaziato con pari bravura dalla figura al paesaggio dal ritratto alla natura morta. Giustamente famose le sue carrozzelle e le vedute della costa di Sorrento, per non parlare degli itinerari alla scoperta del mito e della suggestione delle grandi città d'arte, da Venezia a Barcellona, da Parigi ad Atene. Maestro indiscusso del disegno ed attento indagatore dell'anatomia, Asturi ha trasfuso nelle sue opere una rara capacità di indagine psicologica, portata avanti con un linguaggio asciutto ed essenziale. La sua vita è stata esclusivamente spesa per la pittura tanto da meritare il favore dei collezionisti e della critica più attenta. Fu impegnato in numerosissime mostre , esponendo soprattutto a Roma, Milano, Trento, Napoli, Schivo e riservato è stato lontano da ogni schema  e/o movimento  che potesse classificarlo, fece la sua esperienza futurista, che dichiarò come una sbandata, restò fedele alla pittura figurativa, facendo tesoro degli insegnamenti ricevuti da Antonio Mancini.


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"In preghiera". Tempera su tela di 80 x 60 cm .
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Di Admin (del 14/01/2015 @ 00:00:01, in Arte News, linkato 292 volte)
{autore=de martinis ornella}
Ornella De Martinis ha pubblicato il suo ultimo catalogo "Riflessi" con la presentazione del giornalista e scrittore Pietro Gargano.
Con l'occasione mostriamo alcune opere della sua ultima produzione accompagnate da testi critici.

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"Una porta nel cielo dove cadono le stelle". Tecnica mista su tavola di 80 x 120 cm .


Ornella De Martinis.
La materia spessa e colorata sparsa sulla tavola per narrare l’anima, le emozioni. Questo lucente contrasto di concretezza e sogno è il segno di Ornella De Martinis, porticese. Forse perché opera su un territorio che da sempre è stato un fervido crocevia di arte, perché la luce vesuviana da sempre continua ad attirare e stimolare pittori di vaglia o forse deriva dal fatto che tra i suoi maestri - oltre ad artisti innovativi del valore di Renato Brancaccio, Enrico Bugli, Mario Persico, Guglielmo Longobardo, Anna Romanello - figurano il fotografo Mimmo Jodice, il poeta Michele Sovente, il critico d’arte Giorgio Di Genova. Diverse tendenze da raccogliere per creare uno stile del tutto personale, riconoscibile al primo impatto, fatto di impasti di malte, polvere di marmo, sabbia, pigmenti, foglie d’oro e d’argento, teneri toni del celeste, bianchi rilassanti o abbaglianti alternati a squilli vermigli e altre vivaci cromie. Luminose albe primordiali, calde terre d’ombra, evanescenti marine, ori e argenti che catturano luce delicata sulla superficie materica, elevandola a “materia spirituale”, si fondono nella costante ricerca di un equilibrio e un’armonia al tempo stesso estetici e interiori. Se le chiedi di descrivere la sua pittura, impresa ardua, ti parla di un sasso lanciato in un lago: l’impatto con l’acqua disegna cerchi concentrici che pian piano si disperdono mentre il sasso continua il suo percorso alla ricerca degli abissi, sino a posarsi sul fondo. E’ pure una metafora della vita, ma aiuta a capire perché davanti alle sue opere raccogli un sentimento di quiete, di dolcezza, e insieme di vertigine. Poi scopri che una sua opera si chiama ”Tracce di cerchi sull’acqua” e un’altra “Oltre un velo d’acqua non lascerò tracce” e così via, per comprendere che l’acqua è un tema dominante nella sua pittura: calma, agitata o sospesa nell’aria sottoforma di foschia che trasforma e unisce in un tutto unico dove la materia gradualmente si sfalda tramutandosi in “macchie di luce”, presenze indefinite e vibranti. Per Ornella, è evidente, anche l’arte è un sasso lanciato nello stagno: un presente in divenire e una ricerca, un viaggio incerto, un gioco di riflessi, una ricerca perpetua e una promessa.
Pietro Gargano


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"Percorsi riflessi". Tecnica mista su tavola di 40 x 30 cm .  


Ornella De Martinis.
Entrando nello studio di Ornella De Martinis saltano all’occhio il dipinto da ultimare sul cavalletto, i tanti vasetti e tubetti di colore, i pennelli, la libreria, e soprattutto il tavolo da lavoro e lo scrittoio antichi perfettamente restaurati; e che dire dei quadri alle pareti che con la delicata iridescenza di un arcobaleno dominano l’ambiente; il tutto in un ordine e una cura che sorprendono chi ha in mente un laboratorio di pittura, ma di sicuro non chi conosce Ornella. Tutto ciò è chiaramente espresso nei suoi lavori, ciascuno dei quali diventa una sintesi di elementi contrapposti di un ordine dove nulla è casuale e tutto tende ad un equilibrio nella forma e nei toni. Superfici lisce e levigate convivono con rilievi materici sabbiosi che invitano al tatto e trasparenze cromatiche, quasi da acquerello, si alternano a colori vibranti stesi sapientemente con giochi di velature che ricordano i maestri del Seicento e che sono frutto della sua esperienza di restauratrice. Gli elementi superflui lasciano spazio a soluzioni essenziali: il paesaggio si dissolve in un’astrazione dall’intonazione complessivamente sobria dove la ricerca dell’equilibrio, sia interiore che esteriore, passa allo spettatore attraverso superfici materiche, ma non ruvide, la fitta tessitura di linee che non compaiono ma si intuiscono e l’accostamento armonioso dei colori. Chi è alla ricerca di un’arte originale che esprima serenità e che sappia inserirsi con eleganza nel proprio ambiente, non può far altro che apprezzare l’opera di questa artista.
Salvatore Marciano


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"Invisibili legami". Tecnica mista su tavola di 50 x 100 cm . 


Come un'onda dell'anima.
La ricerca dell'equilibrio interiore accomuna tutte le persone consapevoli della complessità e bellezza della vita. Percepire ogni singolo momento dell'esistenza come minimo cambiamento nel corpo e nello spirito permette di vivere le esperienze come un'amplificazione di sentimenti, sensazioni, ricordi che assumono sfumature sempre più nette e comprensibili a mano a mano che ci si allontana nel tempo e nello spazio. Le fratture dell'anima acquistano una dolce malinconia, aprendo la strada a percorsi interiori dal forte valore simbolico e catartico. Così i tre cicli di opere presenti in questo catalogo accompagnano per mano l'osservatore attento introducendolo nel mondo di Ornella De Martinis e fornendo una chiave di lettura per comprendere il fluire del suo animo a volte nel turbine del mare in tempesta, a volte nel delicato scivolare di un ruscello. I tre cicli rappresentano l'evoluzione della persona oltre che dell'artista, ne descrivono i punti nodali, quelli di non ritorno che segnano intimamente il cambiamento, il mutamento e l'arricchimento. Le linee chiuse, finite, introspettive servono a concentrarsi su se stessi e focalizzare l'attenzione verso il centro del proprio universo; l'unico ed essenziale elemento di equilibrio. I cerchi inscritti in quadrati evidenziano la necessità di fare chiarezza e ripensare la propria vita, la necessità di guardarsi dentro. É il primo momento del rinnovamento. La prima grande frattura dell'anima può essere incanalata in molte direzioni, e diventa slancio vitale quando si inizia gradualmente ad aprirsi all'esterno, accogliendo gli altri nel percorso di cambiamento per condividere il nuovo se stesso. E allora le linee si dilatano, le superfici specchiate riflettono noi nel mondo e coinvolgono una molteplicità di sguardi, i cerchi fuoriescono dalla cornice e invadono benevolmente lo spazio in un'ondulazione costante di richiami e rimandi. Ma ancora non si sbilanciano, non sono completamente libere. Ci vuole tempo. Quando il momento è propizio si può guardare ancora oltre, si può guardare di nuovo il paesaggio, la natura, la madre di tutte le cose che ci accoglie e ci ricorda di quanto siamo fragili e forti al tempo stesso. Le scintille riaccendono la voglia di vivere, i laghi donano serenità, il mare dà energia pura, i fiori riportano odori di altri tempi e altri luoghi che fanno affiorare un sorriso e dicono che un altro ciclo si è chiuso. A breve saremo pronti per un altro cambiamento, per un'altra porzione di vita. Come il mare, la nostra esistenza è un susseguirsi di onde dell'anima. Alcune ci accarezzano. Altre ci schiaffeggiano. Le sentiamo perché siamo vivi. Perché cambiamo.
Valeria Pica


tramonto-sulla-terra-degli-angeli

"Tramonto sulla Terra degli Angeli". Dittico. Tecnica mista su due tavole di 52 x 52 cm . 


Storie di luce.
Osservando le opere dell'artista Ornella De Martinis, provo subito un senso di serenità; più le osservo e più mi trasmettono calma e tranquillità, sono pervaso da un senso di benessere. Mi avvicino ad esse e mi vien voglia di toccarle, Ornella mi dice che posso, allora le sfioro con i palmi delle mani: sono materiche, luminose, caratterizzate da un microcosmo brulicante di segni, che danno vita ad una realtà nascosta, come se l'artista fosse andata ad indagare,inquadrando ed ingrandendo un particolare della realtà apparentemente invisibile ad occhio nudo. Scopro allora fondali marini, voli di uccelli paradisiaci, passaggi saettanti e sfavillanti di meteori; ci vedo lo scoccare di frecce di fuoco amico, lo svolazzare di lucciole di infantile memoria o uggiosi, plumbei e annebbiati paesaggi nordici. In ogni caso trasmettono senso di pace e la trasmettono anche quando, alcuni dipinti, lasciano trapelare un certo tormento, un'ansia, una sofferenza tipica degli artisti che sentono e fanno “pittura”, quegli artisti passionali, emozionali, la cui mano è guidata dal cuore prima che dalla testa, quegli artisti che danno voce al proprio intimo sentire, utilizzando ancora tutte le tecniche della pittura. Ornella De Martinis si configura tra quegli artisti per i quali l'atto del dipingere diventa un vero e proprio rito magico, scaramantico, quasi come una preghiera di buon auspicio. Il suo attuale stile scaturisce da un'accurata ricerca, frutto di passate esperienze personali come artista figurativa e restauratrice nonché frutto dei tanti studi effettuati nei diversi campi dell'arte. E' grazie alla sua profonda preparazione, all'amore per l'arte, alla tenace passione per la ricerca che l'artista con mano esperta e sicura, riesce a riassumere, fondere nelle sue opere gran parte della pittura dell'800 e del '900 con bravura, rigoroso tecnicismo e preparazione. Mano sicura, felice e delicata quella di Ornella, tanto da destare in me incanto anche alla visione di alcuni bozzetti preparatori realizzati per alcune opere complesse, piccoli gioielli, preziosi come “ricami”, “arabeschi”, realizzati a pastelli, ad acquerelli e tecnica mista e da questa visione che mi stupisce ancora, deduco quanta importanza l'artista dia alla meticolosità e alla perizia tecnica e di come ella riesca a domare e plasmare la materia a suo piacimento, padroneggiandola. Non mi ci vuole molto per notare all'interno delle sue opere atmosfere, turbinii e nebulosità tipiche di un grande maestro quale Turner, spettrali, gelide luci alla Friedrich, angelici voli alla William Blake, crepe e graffi sanguinolenti, tipici di Burri, ci vedo anche la maniera pittorica dei maestri dell'espressionismo astratto americano, quali Willem De Kooning, Marck Rothko, persino grumosi impasti sabbiosi, cretose e dorate forme paesaggistiche alla Carlo Mattioli. Le opere di Ornella De Martinis sono pensate, non casuali, la sua è una tecnica laboriosa: su tavole di multistrato perfettamente piane e lisce, stende la “sua” malta tutta particolare nella formula appianandola, lavorandola, graffiandola, togliendo, aggiungendo, alternando strati di pittura a strati di malta e creando “stratificazioni” che ci trasmettono sensazioni di grazia, violenza, attesa, ansia, tormento, meditazione, riflessione, pace, serenità, “sensazioni” culminanti nel predominio assoluto della luce, candida, pura. Osservo attentamente le opere più recenti che sono caratterizzate da una spasmodica e morbosa ricerca della luce e rispetto alle opere antecedenti, sono composte da forme più spigolose, dinamiche, ma pur sempre delicate, evanescenti, fuggevoli, effimere, il tutto sempre reso con grande senso e studio della composizione. La De Martinis elabora le sue opere tenendo presente tutte le “regole” e gli “elementi” della composizione e crea volutamente quegli “andamenti” tanto necessari in un'opera d'arte, che oltre a creare movimento e dinamismo, guidano anche lo sguardo dello spettatore in precisi punti dell'opera. Questi andamenti, queste “linee-forza” nella composizione creano anche equilibrio, quell'equilibrio al quale Ornella tiene tanto “Termino un lavoro solo quando “vedo”e “sento” che tutto è in equilibrio all'interno dell'opera e nel mio animo ho raggiunto un equilibrio e una pace interiore”. “Luce” ed “equilibrio” sono gli elementi sui quali l’artista lavora ininterrottamente: utilizzando particolari combinazioni e mescolanze di colori (soprattutto pigmenti in polvere) ottiene cromie iridescenti che cambiano al variare delle condizioni di luce esterna, donandoci ogni volta diverse opere nell'opera. Dell'ultimo ciclo, infine, sono colpito da due opere in particolare, una dal titolo “Semi di fuoco rapiti dal vento”, che mi riportano alla mia infanzia, ai miei Natali in famiglia, allo scintillare di fuochi di bracieri domestici. L'altra opera “Seguendo i riflessi sul fiume lungo un percorso silente” mi appare come una vera e propria “sindone”, spettrale, dove, creando un impianto solenne e spirituale, la De Martinis blocca nella malta un riverbero di luce, un istante di vita fugace, “un ombra d'attimo”, di questo attimo, che altrimenti passerebbe e non sarebbe più visibile. Questa è l'essenza della pittura di Ornella De Martinis: bloccare, fermare il tempo attuale, riuscire ad immortalare singoli istanti fuggevoli, fermando l'inesorabile flusso del “Panta rei” in un lampo, in un flash che coglie “l'adesso”, “l'hic et nunc” e questi “sudari perlacei” trasudano luminosità e, come una sindone, conservano e ci tramandano “impronte” che hanno assunto la forma di “Storie di luce”.
Vincenzo Perna


in-un-campo-di-lavanda

"In un campo di lavanda". Tecnica mista su tavola di 40 x 60 cm .
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Di Admin (del 09/01/2015 @ 13:37:01, in Arte News, linkato 2911 volte)
{autore=waschimps elio}
Con questo articolo, presentiamo e proponiamo al nostro pubblico tre opere di Elio Waschimps.

Il tema dei giochi infantili.
Accentuando la designazione emblematica esistenziale che era venuta configurando da circa metà degli anni Settanta, in particolare sul tema dei giochi infantili (Il salto della corda, Il cavalluccio, La settimana, Mosca cieca, Girotondo), proponendo insistentemente la disperata presenza di sperdute esili figure appunto infantili, un altro isolato, operante nella franosa contestualità napoletana, come Waschimps già nei primi anni Ottanta si fissa più immaginosamente su tali temi in grandi cupe tele. Ove su bassissimi orizzonti, in una sorta di squilibrante prospettiva aerea delineando luoghi deserti (emblematicamente campi d'esistenza), le figurine si schiacciano inconsultamente, colte ancora come in una vitalità quasi estrema, attorno alla traccia delle caselle del gioco iscritte su un terreno indistinto, quasi unici residui segni d'orientamento (Girotondo com'è bello il mondo, 1981). Sono tele di intensa risonanza cromatica, dal tessuto pittorico consistente e caldo. Questo infine al volger del nuovo decen­nio fattosi di definizione più corsivamente drammatica.
Enrico Crispolti 


Il primo dipinto:

elio-waschimps-1978

"Giochi". Olio su tela di 50 x 80 cm del 1978, datato e firmato in basso a destra 1978 Waschimps .

Il secondo dipinto:

cavalluccio-bianco

"Cavalluccio bianco". Olio su tela di 40 x 40 cm firmato in basso a destra Waschimps .

Il terzo dipinto:

funghi

"Funghi". Olio su tela di 40 x 70 cm firmato e datato in basso a destra Waschimps 75.

Elio Waschimps (Napoli, 1932).

Il ciclo dei Giochi è introdotto dall'Uomo sull'altalena, un'opera complessa che può fornire una chiave di lettura utile anche per quelle che la seguono. La diagonale sulla quale si dispone l'uomo sospeso nell'aria segna una precisa direzione spaziale; essa scandisce il passaggio da una zona di colore denso d'impasto e di spessore materico ad un'altra di una luminosità diffusa, che stempera la figura nel paesaggio, ma con una singolare inversione di valori percettivi: infatti, l'immagine quanto più s'avvicina alla vista tanto più si sgrana nel suo tessuto fin quasi a dissolversi. Ne deriva uno scarto, uno scollamento nel rapporto tra la situazione spaziale rappresentata e la maggiore o minore evidenza di resa pittorica, con un effetto inquietante e contraddittorio che sconvolge le regole dell'illusionismo naturalistico. Questa contraddizione, che ferma l'immagine tra il presente e il passato, tra la realtà e la memoria, diventa più forte nelle numerose tele dei Giochi infantili. Se è vero che nel gioco c'è il tentativo di dominare il mondo esterno e d'imparare a controllare l'esperienza del dolore, inserendola appunto nella struttura simbolica del gioco, allora bisogna concludere che qui, in queste ultime opere di Waschimps, è rappresentato il momento in cui il meccanismo s'inceppa e si crea, nel gioco, uno stato di penosa attesa. Le bambine che saltano la corda, giocano alla settimana e a mosca cieca, corrono verso la luce, come se andassero incontro ad una condizione di vita profondamente diversa da quella che ancora avvolge ed impaccia nell'ombra i loro corpi. Ma nel futuro verso il quale esse muovono, spinte forse da un'ansia di libertà, s'avverte un vago presentimento di morte, poiché i volti che queste misere bambine espongono alla luce appaiono corrosi e disfatti, dolorosamente segnati nei loro lineamenti umani.
Vitaliano Corbi
Immagini tra realtà e memoria, “Il Mattino”, Napoli, 8 ottobre 1977


(fonte: www.waschimps.com)
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Di Admin (del 17/12/2014 @ 00:00:01, in Auguri, linkato 160 volte)
Auguri-Natale

Natale, il momento più magico e speciale per rinnovare il nostro affetto a tutti i nostri amici e clienti.

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Di Admin (del 01/12/2014 @ 00:00:01, in Stampe e Libri antichi, linkato 249 volte)
{autore=Richard J. Claude}
Fino al 6 di gennaio attuiamo la promozione che chi acquista da noi un'incisione d'epoca, ne avrà in regalo un'altra.


stampe-antiche-natalizie


Le stampe antiche sono un oggetto prezioso di arredamento ed un regalo ricercato e fine, tra l’altro che abbraccia ogni fascia di prezzo. Molti nostri clienti collezionano incisioni d’epoca e vanno alla ricerca di stampe sempre più rare e difficili da trovare sul mercato. Molto del nostro tempo libero lo dedichiamo proprio alla ricerca di libri e stampe antiche soprattutto napoletane. E proprio la nostra passione per la stampa antica cerchiamo di trasmetterla il più possibile.

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Di Admin (del 03/07/2014 @ 00:00:01, in Arte News, linkato 4658 volte)
{autore=petruolo salvatore}
salvatore-petruolo

Autore: SALVATORE PETRUOLO (1857 - 1942)
Titolo: COMPOSIZIONE D'ESTATE
Tecnica e superficie: OLIO SU TELA
Dimensioni: 60 x 40 cm

L'opera è firmata S. Petruolo in basso a sinistra e reca il titolo a tergo.

Salvatore Petruolo (Catanzaro, 1857 - Napoli, 1942). Figlio di un militare di carriera, si formò presso l'Istituto di Belle Arti di Napoli sotto la guida di Achille Carrillo e di Gabriele Smargiassi. Dipinse sia ad olio che ad acquerello, affermandosi ben presto con l'esecuzione di marine e paesaggi che rivelano la discendenza della Scuola di Posillipo e di Edoardo Dalbono. Durante il suo alunnato fu più volte premiato. Esordì nel 1874 alla Promotrice Napoletana esponendo Nisida, nel 1875 espose Nelle nostre paludi, nel 1876 presentò Vallone di cervi (Veduta di Capodimonte), attualmente custodito a Napoli presso la Galleria dell'Accademia, Marina del Carmine e Nel burrone, nel 1880 Il mese di novembre, nel 1881 Dintorni di Parigi, nel 1883 Capri che fu acquistato da Francesco Netti, nel 1885 Sulla spiaggia che fu acquistato dal duca di Martina, e Amalfi che fu acquistato da Umberto I, nel 1911 Dintorni di Napoli. Il Petruolo ebbe una larga ed ottima committenza straniera e fu legato da amicizia a personaggi dell'alta aristocrazia inglese; fu ospite, nel 1889 del duca e della duchessa di Edimburgo per circa tre mesi nel loro castello a Malta ed accompagnò la stessa duchessa in un suo viaggio in Spagna che durò circa sei mesi. L'artista quasi ogni anno si recava a Londra ove organizzava mostre personali. Fu professore onorario all'Istituto di Belle Arti di Napoli. Ha partecipato anche nel 1877 alla Esposizione Nazionale di Napoli con Sul cominciar della primavera, alla Mostra di Milano del 1878 con L'incontro e quella del 1884 con Atrani - provincia di Napoli e Da Napoli a Capri, alla Esposizione Italiana di Londra del 1888 con Collina di Posillipo e alla Esposizione Nazionale di Torino del 1898 con Tramonto nel palazzo di Pilato a Siviglia e Un palio a Granata. Opere dell'artista, caratterizzate da colori tenui e sfumati e da atmosfere romantiche, sono nelle Regge di Napoli, Roma, Londra e San Pietroburgo ed in parecchie collezioni italiane e straniere, al Museo di Capodimonte di Napoli è custodita una sua Marina di Sorrento del 1884.



petruolo

Autore: SALVATORE PETRUOLO (1857 - 1942)
Tecnica e superficie: OLIO SU CARTONE
Dimensioni: 18 x 24 cm
Collezione privata


Salvatore Petruolo è nato a Catanzaro nel 1857. Iscrittosi al Reale Istituto di Belle Arti di Napoli, fu premiato nel 1876 per il dipinto "Vallone di Cervi", raffigurante una veduta di Capodimonte (Napoli, Accademia di Belle Arti). Partecipò frequentemente alla vita espositiva della Società Promotrice di Belle Arti di Napoli. Alla mostra del 1874 presentò un particolare di "Nisida", nel 1875 "Nelle nostre paludi", nel 1876 "Nel burrone" e "Marina del Carmine". Espose alla Promotrice del 1880 "II mese di novembre", a quella del 1881 "Neuilly Environs de Paris", a quella del 1883 una veduta di "Capri". Fu presente ancora nel 1885 con "Sulla spiaggia" e "Amalfi" nel 1897 con tre acquerelli, una "Marina" e due "Studi", nel 1904 con un pastello colorato e due acquerelli intitolati tutti genericamente "Paesaggio". Petruolo fu autore di marine e di vedute dei dintorni della città partenopea secondo il gusto in voga a Napoli negli anni Settanta e Ottanta. Alcune sue opere, come certi scorci di costiera amalfitana, denotano una vicinanza al suo stile da parte del pittore Giuseppe Cosenza. La sua presenza si registra in sede nazionale, con, per esempio, la partecipazione alla mostra di Napoli del 1877, dove espose il dipinto "Sul cominciar di primavera", e a quella di Torino del 1898 alla quale partecipò con "Tramonto nel Palazzo di Pilato a Siviglia", acquistato da John Price Wethrill di Philadelphia, e "Un Palio a Granada", acquistato da W. H. Forbes di Boston, e in sede internazionale: ricordiamo il dipinto "Collina di Posillipo", esposto alla mostra italiana di Londra del 1888, dove fu acquistato dalla duchessa di Edimburgo. Alla mostra della Sala Tarsia del 1912 espose una "Marina". Partecipò alle Promotrici tarde del 1915-16, con "Una via di Malta", "Chiesa del villaggio" e "Cipressi", e del 1916-17, con "Massalubrense", "Pescatore" e "Rovine in mare". Fu periodicamente a Londra dove allestiva mostre personali. Petruolo morì a Napoli nel 1942.

(www.abramo.it)



petruolo-fiori

Autore: SALVATORE PETRUOLO (1857 - 1942)
Tecnica e superficie: ACQUERELLO SU CARTONCINO
Dimensioni: 17,5 x 23,5 cm
Collezione privata
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Di Admin (del 16/06/2014 @ 00:00:01, in Arte News, linkato 575 volte)
{autore=girosi franco}

Franco Girosi. Proveniente da una famiglia di artisti, apprende dal padre i primi rudimenti della pittura. Dopo aver compiuto studi classici e frequentato il corso libero di scultura all'Istituto d'Arte di Napoli, si arruola in marina, partecipando al primo conflitto mondiale. Dal 1921 al 1923 studia pittura di paesaggio con Giuseppe Casciaro e di figura con Paolo Vetri. Di questi anni sono le sue prime mostre, che riscuotono un immediato successo: nel '21 espone Fiori e Giardino alla rassegna dei "Grigio-Verdi", nel '22 presenta alla Società Promotrice "Salvator Rosa" il dipinto Case, acquistato dal barone Chiarandà e al Circolo della Stampa il quadro Piccolo Ponte, comprato da Matilde Serao.


franco-girosi-fossile

Autore: FRANCO GIROSI (Napoli, 1896 - 1987)
Titolo: FOSSILE
Tecnica e superficie: TECNICA MISTA SU CARTA RINTELATA
Dimensioni: 68 x 78 cm
Anno: 1968


 Ma, insoddisfatto di tali opere, si trasferisce a Roma, dove prende in affitto lo studio di De Chirico, frequentando attivamente l'ambiente artistico e culturale romano e stringendo amicizia con Fausto Pirandello e Marino Marini. Rientrato a Napoli nel '27, Girosi tiene nello stesso anno una personale alla Compagnia degli Illusi. Nel '29 prende parte al gruppo della Libreria del Novecento, composto tra gli altri da Gino Doria, Carlo Bernari e Paolo Ricci, esponendo alla prima Mostra dei Nove alcune Nature morte, con evidenti richiami alla pittura napoletana del Seicento. Sempre nello stesso anno, espone alla prima Sindacale campana, Grandine sul raccolto, opera influenzata dalla corrente romana di "Valori Plastici", particolarmente apprezzata dalla critica del tempo. Da questo momento Girosi è presente a tutte le Sindacali campane, alle Intersindacali di Bari nel '36 e di Torino nel '39 e alle tre Sindacali nazionali di Firenze, Napoli e Milano. Viene invitato fin dal 1928 alle Biennali di Venezia, dove nel 1942 vi partecipa con una personale, nonché a numerose rassegne all'estero. Nel '31, dopo aver tenuto una personale con Nicola Fabricatore alla galleria 'II Milione' di Milano, si reca a Parigi, restandovi alcuni mesi, e dove, grazie all'amicizia con De Pisis, diventa socio dell'Association Internazionale Artistique '1940'. Partecipa, inoltre, ad alcune importanti imprese decorative: nel 1936 al concorso per la decorazione della Stazione Marittima di Napoli, di cui ci restano i bozzetti, e nel 1940, realizza il grande affresco con Le opere del regime per una parete del Salone degli Uffici alla Mostra d'Oltremare.


franco-girosi-conchiglie-sommerse

Autore: FRANCO GIROSI (Napoli, 1896 - 1987)
Titolo: CONCHIGLIE SOMMERSE
Tecnica e superficie: OLIO SU TELA
Dimensioni: 60 x 75 cm


Dal dopoguerra in poi l'artista napoletano ha continuato la sua attività pittorica, esponendo sia in numerose personali, sia partecipando a mostre in Italia e all'estero, passando da una pittura più introspettiva ed intimista negli anni '40, ad una nuova fase, iniziata nel 1962 con la personale alla galleria Russo di Roma, in cui la sua pittura, diventata più materica, rappresenta paesaggi primordiali, popolati da omini rossi e nature morte con conchiglie e oggetti di scavo sospesi nel tempo.
 [Katia Fiorentino]
9cento – Napoli 1910-1980 per un museo in progress. Electa Napoli 2010
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Di Admin (del 30/05/2014 @ 00:00:01, in Arte News, linkato 778 volte)
{autore=lippi raffaele} Raffaele Lippi (Napoli, 1911 - Napoli, 1982) è uno degli artisti più originali del Novecento napoletano. Qui presentiamo le nostre opere disponibili (e le relative autentiche) con alcuni cenni biografici e critici.

raffaele-lippi-bimbo

"BIMBO" OLIO SU TELA 27 x 18,7 cm. L'opera è firmata Lippi in basso a sinistra.
A tergo il cartiglio della Galleria Mediterranea e il timbro Lippi sul telaio

lippi-bimbo-autentica

Raffaele Lippi (Napoli, 1911 - 1982). Sostanzialmente autodidatta ed estraneo all'ambiente artistico napoletano, Lippi esordisce nel '31 con la partecipazione a una mostra dei GUF al Maschio Angioino. Il ritrovamento alcuni anni fa di una ventina di olii dipinti tra il '25 e il '44 ha consentito di correggere l'ipotesi secondo cui il giovane artista si sarebbe formato al seguito della pittura "sobborghista" di Crisconio (P. Ricci, 1984). I dipinti recuperati documentano invece una prevalente attenzione verso certi aspetti del Novecento italiano e segnatamente verso l'ultima stagione metafisica di Morandi, Sironi e Carrà (M. Corbi, 2004). L'artista frequentava le lezioni serali della Libera Scuola di Nudo, nell'Accademia di Belle Arti, quando, nel '42, dovette partire per il fronte russo. Con la disfatta dell'esercito italiano, riuscì a rientrare in Italia e a raggiungere Napoli. Tra il '45 e il '48 frequentò la cerchia dei giovani che si riunivano intorno a Pasquale Prunas e alla rivista "Sud". Nella collettiva del Gruppo Sud del giugno del '48, Lippi espose il "Ritratto di Anna Maria Ortese col gatto" e alcune delle "Macerie", dove, attraverso una pittura stravolta e concitata, appariva una Napoli dolorosamente sfigurata dalla guerra. Nei primi anni'50 Lippi avvertì tutta l'urgenza dell'impegno politico, con risultati complessivamente modesti, ma apprezzabili per l'autenticità della testimonianza civile di opere come "Le quattro giornate di Napoli". Nel decennio successivo, crollate le dogmatiche certezze del programma neorealistico, la pittura di Lippi si presenta completamente rinnovata. La violenza gestuale e cromatica agita e deforma la compagine plastica, dando vita ad immagini di potente visionarietà. "Animale rosso" e "Animale rosso e giallo", del '60, rappresentano il momento più alto di questo processo, che salda con esiti di grande originalità la linea dell'action painting statunitense con quella del neoespressionismo europeo. Negli anni Settanta la città ritorna sulla scena con i segni di una quotidianità cupamente drammatica. Nelle opere degli ultimi anni le ombre si diradano e la luce, sullo sfondo di giardini e campagne o in interni appena accennati, scioglie la dura compattezza dei corpi. Poi, due quadri realizzati poco prima della morte, "Donna con cappello" e "Divano rosso", aprono inaspettatamente su una nuova tonalità espressiva, mentre il colore si rianima di improvvise accensioni timbriche. Proprio in quei giorni, su una parete del suo studio, Lippi aveva scritto: "Fantasia del colore". [Maria Corbi - 9cento. Napoli 1910-1980 per un museo in progress - Electa Napoli]


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"CAMPAGNA" OLIO SU CARTONE 30 x 41 cm.
L'opera è firmata LIPPI in basso a destra ed è pubblicata e descritta sul catalogo monografico edito da Paparo in occasione della grande mostra personale antologica al Castel dell'Ovo di giugno 2004
. Di seguito il passo tratto dal libro riguardante quest'opera e la successiva che è dipinta sul retro dello stesso cartone.

Ad un periodo precedente al 1937, dai verdi e dai rosa delicatissimi, sottilmente impastati in un velo di grigio, si può assegnare "Campagna", un paesaggio dalla fitta tessitura pittorica e dall'intonazione complessiva sobria e quasi aspra. Questo paesaggio scosceso e accidentato (probabilmente una campagna delle colline dei dintorni di Napoli, i Camaldoli o Capodimonte), dalla materia pittorica prosciugata e dai verdi aspri, affondati nelle rughe del terreno, è stato probabilmente eseguito dall'artista su un suo dipinto preesistente: a destra, verso il basso, s'intravede appena, largamente coperta da pennellate di colore sovrapposto, la scritta "R LIPPI XIII" che dovrebbe appartenere al dipinto sottostante, del 1935. Sul retro di questo paesaggio è dipinta una "Natura morta con bugia e caffettiera", anch'essa probabilmente da datare intorno al 1937. L'opera per la composizione con il piano del tavolo rialzato, a chiudere interamente lo spazio, e l'asciutta, energica resa del dato figurativo può ricordare alcune nature morte dipinte in quegli anni da ùcrisconio e da Vittorio. In particolare presenta caratteristiche molto simili una Natura morta di quest'ultimo del 1931 già collezione Ricci. [Maria Corbi - Raffaele Lippi. Dipinti e disegni 1925-1982 - Paparo Edizioni - 2004]


raffaele-lippi-natura-morta

"NATURA MORTA CON BUGIA E CAFFETIERA" OLIO SU CARTONE 30 x 41 cm.
L'opera è sullo stesso supporto, a tergo dell'opera "CAMPAGNA". Anche questa opera è pubblicata sul libro.

Personale del pittore Raffaele Lippi, che ha trovato, raggiungendo la maturità, il punto d'equilibrio della sua vocazione, conferendo alla fantasia pittorica quanto, fino ad ieri, tentarono di sottrargli il tradizionalismo naturalistico e l'oscurantismo neo-realistico. La sua forza coloristica che si trovava inceppata o addirittura insabbiata, s'ebbe, già alla mostra precedente e in varie altre occasioni, agio di vederla indirizzata a ben altri esiti e ben più vitali esperienze. Oggi son caduti gli ultimi diaframmi, e quella che poté essere l'estrema redazione del vero in senso strettamente obiettivo lascia il luogo ad una struttura cromatica, ad una organicità compositiva, ad una sollecitudine di stile, tutte covate dal proprio rigoglio interiore, dall'intimità d'un introspezione che si sviluppa in pieno accordo con la libera scelta dei motivi; e quando v'è d'apporto dall'esterno viene subito bruciato al calore d'una fantasia che ne trattiene solo l'emozione sensibile, il contraccolpo emotivo. Noi da anni, e in occasioni molteplici, abbiamo avvertito quale richiamo d'orientamento e fruttuosa direttiva per gli artisti meridionali quella dell'espressionismo liberamente inteso, che è la via più consentanea al particolar genio del temperamento nostro nonché della nostra tradizione. Esso s'avvale del naturalismo e lo sorpassa, del realismo assume solo la piattaforma di lancio, inoltrando ogni spunto e suggestione sempre più addentro alla sfera dell'attività creatrice. E ci pare che in questa zona siano riscontrabili, in una commistione di figurativo e d'astratto conciliati dalla vitalità del colore, le più persuasive riuscite dei nostri artisti migliori. E perciò il riconoscimento di tale posizione, e della sua legittimità, da parte di uno spirito acuto, esperto e lungimirante (anche nel campo dell'attualità artistica) quale quello di Ferdinando Bologna, presentatore della mostra, ci ha confermato la veridicità dell'asserto indicativo. Lippi, con la sua materia combusta, che pur si organizza in sembianze evocative, rivela esser le sue radici affondate nella storia della fantasia pittorica nostra, dal drammatico Seicento alle irruenze di un Mancini, ma accusando un accento nuovo e suo proprio, che consiste in quella figuralità gravemente meridionale che pur conosce improvvise accensioni poetiche, intimità contemplativa, scatti di energia cromatica, distensioni e allucinazioni di pretta sensibilità moderna. [Carlo Barbieri - da Il Mattino - 3 aprile 1957] .


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"MANICHINO CON DRAPPO" OLIO SU CARTONE 35 x 21 cm DEL 1940.

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L'opera è firmata e datata Lippi 940 in basso a sinistra. A tergo cartiglio della galleria Marciano Arte, cartiglio dell'esposizione alla mostra di Castel dell'Ovo e timbro dell'archivio Raffaele Lippi.
Il dipinto è incorniciato. Pubblicato e descritto sul catalogo. Qui il testo:

Rimane da accennare a un ultimo dipinto, probabilmente solo un abbozzo, datato 1940. Si tratta di "Manichino con drappo", dalla cui superficie granulosa e sbiancata affiora una scena dai contorni sfumati e dal sapore vagamente metafisico. In primo piano la testa di una statua rovesciata, più indietro, sullo sfondo, il manichino già incontrato in altri quadri, ma qui con l'aspetto di uno strano personaggio recitante che regge in mano un lungo drappo nero. [Maria Corbi - Raffaele Lippi. Dipinti e disegni 1925-1982 - Paparo Edizioni - 2004]



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"TRONCHI N.3" PASTELLI SU CARTA 50 x 65,5 cm DEL 1955.

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L'opera è firmata e datata Lippi 955 in basso a sinistra. A tergo cartiglio dell'esposizione alla mostra di Castel dell'Ovo.
Pubblicato in bianco e nero e descritto nella monografia così:

I "Tronchi" sono la prova di quanto acuto, gia a quella data [1955] fosse nell'artista l'avvertimento dell'angustia dei limiti entro cui i realisti tendevano a comprimere gli intenti dell'arte e rivelano una rinnovata capacità di cogliere entro il dato reale una vis formativa che eccita l'immaginazione dell'artista e la spinge a trasfigurare visionariamente i ceppi e i rami tagliati in quieti organismi viventi. [Maria Corbi - Raffaele Lippi. Dipinti e disegni 1925-1982 - Paparo Edizioni - 2004]



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"PAESAGGIO" TECNICA MISTA SU CARTONE 51 x 68 cm DEL 1956.

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L'opera è firmata e datata Lippi 56 in basso a destra. A tergo i cartigli delle esposizioni alle mostre di Catel Sant'Elmo del 1992 e di Castel dell'Ovo del 2004.
Pubblicato in bianco e nero e descritto nel libro edito da Paparo con le seguenti parole:

L'"Omaggio a Picasso" del 1956, che è già di per sé, fin nel titolo, un'indiscutibile dichiarazione d'intenti, il "Paesaggio", dello stesso anno, e l'ispida, aggrovigliata "Zuffa dei gatti". del 1957, dimostrano come Lippi avesse saputo riaccostare il grande maestro spagnolo con un profitto ben più incisivo di quello che ne aveva ricavato negli anni tra il 1948 e il 1951 attraverso il filtro della vulgata guttusiana. [Maria Corbi - Raffaele Lippi. Dipinti e disegni 1925-1982 - Paparo Edizioni - 2004]



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"FIGURA" TECNICA MISTA SU CARTONCINO 70 x 50 cm DEL 1968.

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L'opera è firmata e datata Lippi 68 in basso a sinistra. Autentica su foto di Franca Lanni: "Io nipote di Raffaele Lippi dichiaro che l'opera qui fotografata è di Raffaele Lippi. Franca Lanni"

È difficile sottrarsi alla tentazione, quando si parla della pittura di Raffaele Lippi, di parlare del pittore, di tentarne un ritratto. E non è una tenta­zione indebita; poiché Lippi ha un’idea della pittura come diretta partecipazione di sé, come testimo­nianza in prima persona. Sicché i due termini, la pittura e l’uomo, appaiono strettamente uniti, come in pochi altri artisti. L’ho conosciuto solo pochi anni fa, lui che lavora a Napoli da tanto e che è stato uno dei protagonisti delle vicende artistiche napoletane, soprattutto nell’immediato dopoguerra. Abitava (non so se vi abita ancora) in una sorta di eremo, su una collina, in una casa fatta di grandi stanze anti­che, che davano un senso di chiusa solitudine e di isolamento. Fu un incontro fatto di cose presenti, ma più di ricordi, di ciò che era stato fatto, qui a Na­poli, da lui e da pochi amici per scuotere la pesante cappa della tradizione. Parlammo del Gruppo Sud, che fu una sorta di napoletano Fronte Nuovo delle Arti, in cui si ritrovarono insieme, per un momento artisti diversi, che avrebbero poi preso strade di­verse. Di quegli anni sono ormai note le Macerie, quadri dipinti con un colore infuocato e aggressivo, aspri e terribili, ma con improvvisi abbandoni. Pro­prio come lui. Lippi, scontroso e dolce. Anche que­sti quadri di oggi, esposti alla S. Carlo, conservano qualcosa di quegli umori: anche ora Lippi dipinge per parlare in prima persona, crede fermamente ed ostinatamente alla pittura come a un modo di essere presente in mezzo agli altri, di dare una testimo­nianza di sé e un giudizio sulle cose. Vitaliano Corbi, nella presentazione al catalogo, ha colto bene que­sta ostinazione di Lippi, questo vizio della pittura. «La scelta e la capacità d’intervento dell’artista non possono compiersi che all’interno di quel momento privilegiato e conclusivo che è la sua opera; in essa la drammaticità del reale non ha che lo spessore di un’ombra». Perciò Lippi è ancora un pittore-pit­tore, che crede solo al presente assoluto dell’opera, senza farsi tentare dalle profezie e dalle illusioni consolatrici. [Filiberto Menna - da Il Mattino - 27 aprile 1969]

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Di Admin (del 25/05/2014 @ 00:00:01, in Arte News, linkato 431 volte)
{autore=striccoli carlo} Il 25 maggio di trentaquattro anni fa moriva ad Arezzo uno dei miei pittori preferiti. A Carlo Striccoli, proprio oggi, voglio dedicare un piccolo spazio presentando un'opera tipica della sua produzione accompagnata da qualche breve cenno critico e biografico. Partendo dagli insegnamenti di Crisconio, Striccoli ha saputo guardare avanti creando uno stile inconfondibile, tutto suo che è diventato punto di riferimento per la nuova figurazione degli artisti napoletani e non.
 
carlo-striccoli-figura

CARLO STRICCOLI   Titolo: FIGURA   Olio su masonite,   70 x 50 cm

Carlo Striccoli è musicista e pittore, si diploma all’Accademia di Belle Arti di Napoli, esordendo nei primi anni Venti (Biennale meridionale di Bari, 1924). Vicino alla ricerca artistica di Luigi Crisconio, attivo anche come freschista, è presente all’Esposizione Internazionale di Parigi nel 1937, alle Quadriennali romane e alle Biennali veneziane, nonché alle Sindacali napoletane. Negli anni Trenta, aderendo al movimento di Novecento, impronta la sua ricerca di un rigoroso plasticismo. Con Brancaccio, Notte, Girosi e Fabbricatore affresca nel 1940 la Mostra d’Oltremare. In seguito la sua pittura acquista un tono più concitato ed espressionistico. (Novecento Italiano – De Agostini Ed. - 1999)

 

‘Vero pittore, già negli anni giovanili Striccoli aveva un riserbo inquieto ed un’ansia nascosta: pur fortemente affascinato dalla viva tradizione locale, sentiva fin da allora l’esigenza della contemporaneità. Ed ecco perché la sua pittura è entrata nel presente artistico attraverso un sentimento attivo e la ricerca incessante di una modernità intesa però positivamente e senza avventure. Così le sue immagini, espressive di una bellezza intima e naturale, sono rivestite di intensità e caratterizzate da una energia istintiva, scintillante e scultoreamente sintetica’. (A. Schettini)

Carlo Striccoli, artista impetuoso, di una carica emotiva sconcertante, lavora instancabilmente, tra entusiasmo e scontentezza, dando vita ad un suo inconfondibile mondo pittorico destinato, in virtù della sua potenza espressiva e poetica, a reggere il collaudo del tempo. (P. Girace)

La sua ardente foga di naturalista espressivo, così liberamente impegnato nella tradizione chiaroscurale napoletana (dal Seicento a Mancini), ha saputo ritemprarsi ed integrarsi nell’area della sensibilità moderna. Striccoli, pur fedele alla continuità stilistica e alla dimensione ideale d’un determinato ambiente storico, è pittore d’oggi, partecipe delle ricerche odierne, impegnato a fondo nella problematica che vi si connette. Così distante dalle astrattezze, come dalla illusoria concretezza d’un superficiale realismo. (C. Barbieri)

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Di Admin (del 21/05/2014 @ 00:00:01, in Arte News, linkato 1942 volte)
{autore=zollo giuseppe}
giuseppe-zollo-napoli-danzante

Autore: GIUSEPPE ZOLLO (Napoli, 1960)
Titolo: NAPOLI DANZANTE
Tecnica e superficie: ACRILICO SU TELA DI JUTA
Dimensioni: 46 x 120 cm
Anno: 2014

Tutti i sensi. I colori, i sensi e l'armonia sono predominanti nell'attuale fase di Giuseppe Zollo. La sua natura creativa é espressa con una stimolante sincronia, un lavoro in cui l'ispirazione arriva dalla sublimità musicale, poetica e pittorica. Un compasso lirico che si manifesta e si accenna trasmettendo una grande vitalità colorata per mezzo delle sue "tracce". Zollo riproduce il sentimento, nel confronto dell'immaginario, da quello che poteva essere reale e ideale. Con i colori forti, luminosi e tante tonalità, fa delle sue opere un'esasperata fonte di movimento e trascendenza, proponendo viaggi ineguagliabili e senza limite all'immaginario. Nella frammentazione del suo processo creativo elabora e genera l'essenza di una pittura che costantemente si rinnova e quotidianamente si afferma con precisione nel "romanticismo informale" dell'attualità moderna. Le sue opere riproducono non il figurativo, ma un "mondo interiore" di virtù poetica dove la realtà fisica si mescola con un intimo mondo psichico, inducendo lo spettatore a percorrere cammini riflessivi. (Monica Martins)


giuseppe-zollo-brezza-dorata

Autore: GIUSEPPE ZOLLO (Napoli, 1960)
Titolo: BREZZA DORATA
Tecnica e superficie: ACRILICO SU TELA
Dimensioni: 50 x 120 cm
Anno: 2014

 “La pittura come materia da amalgamare. Riprodurre le forme, cercando di infondere vita, atmosfera, sensualità ed emozioni. In questo mi riconosco se si parla di pittura. Essa è l’eterno gioco di cavalcare la tèchne; il saper fare, per dare forma alla propria immaginazione, quel compiacersi di riuscire che ti porta sempre più avanti. Ecco così va amata la pittura. L’arte, poi… verrà come l’alba e aprirà il nuovo giorno”. (Giuseppe Zollo)


giuseppe-zollo-una-sola-luce

Autore: GIUSEPPE ZOLLO (Napoli, 1960)
Titolo: UNA SOLA LUCE
Tecnica e superficie: ACRILICO SU TELA
Dimensioni: 50 x 120 cm
Anno: 2014


Giuseppe Zollo nasce a Napoli nel 1960, nel 1978 si diploma al Liceo Artistico di Napoli, successivamente frequenta la Facoltà di Architettura di Napoli per due anni poi, decide di iscriversi all'Accademia di Belle Arti di Napoli, scegliendo di seguire il corso di pittura del Maestro Domenico Spinosa, diplomandosi nel 1985. Da una formazione pittorica informale, caratterizzata dall'insegnamento del Maestro Spinosa, in seguito sceglie la pittura figurativa per condensare le proprie esperienze artistiche; stimolato dalla poetica di Rabindranath Tagore, che, nella sua poesia volta al dialogo, alla ricerca costante del Dio, dell'Uno, insomma dell'Essere Creatore, rende soave la creatività. In una sua poesia si legge: "mi tuffo nell'oceano delle forme, cercando di trovare la perla, perfetta del senza forma". Spunti tecnici Rubens, Klimt, i disegni di Mucha, il colore di Derain, il realismo di Monet, l'estetica di Matisse.

 

giuseppe-zollo-terrazza-sul-golfo-di-napoli

Autore: GIUSEPPE ZOLLO (Napoli, 1960)
Titolo: TERRAZZA SUL GOLFO DI NAPOLI
Tecnica e superficie: TECNICA MISTA SU CARTA DA PARATI
Dimensioni: 55 x 115 cm
Anno: 2014



CICLO "I COLORI DI NAPOLI": LE ALTRE OPERE DI GIUSEPPE ZOLLO
giuseppe-zollo-napoli-acquerello acquerello
su carta
15x50 cm
zollo-napoli tempera
diluita
su carta
24x30 cm
zollo-azzurro tempera
diluita
su carta
24x30 cm
giuseppe-zollo-azzurro acrilico
su tela
30x40 cm
zollo-azzurro-dinamico tempera
diluita
su tela
30x40 cm
zollo-napoli-verde acrilico
su tela
48x120 cm
zollo-napoli-50x60 acrilico
su tela
50x60 cm
zollo-rosso acrilico
su tela
50x60 cm
zollo-lucente acrilico
su tela
50x120 cm

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