Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Admin (del 18/03/2014 @ 14:00:01, in Arte News, linkato 639 volte)
{autore=caprile vincenzo}
Vincenzo Caprile (1856 - 1936), formatosi nell'atmosfera palizziana, indirettamente, attraverso lo Smargiassi, che riproponeva i temi della Scuola di Posillipo e poi di Rossano, si accosta in qualche modo all'estetica della Repubblica di Portici, lavorando e studiando lungamente in compagnia di Federico Rossano e di Alceste Campriani; ma il pittore non si adatta a un indirizzo determinato, pur avendo, insieme agli amici «porticesi», anche una certa propensione alla adozione della «macchia».

vincenzo-caprile-ritratto
"Ritratto"
olio su tavola 26,5 x 40,5 cm


Questa bella opera di Vincenzo Caprile è inedita. Il soggetto è molto probabilmente il fratello del pittore. L'opera è firmata "V. Caprile" a punta di pennello nel colore sulla destra della tavola. Le prove di pulitura confermano che la firma è coeva al dipinto. Sul retro è iscritto: "Il dipinto a tergo è opera autentica del pittore Vincenzo Caprile. Tito Diodati." L'autentica, riportata in foto qui sotto, è di Tito Diodati (Napoli, 1901 - ?), figlio del pittore Francesco Paolo Diodati (1864 - 1940). E' stato pittore, restauratore, collezionista e grosso esperto d'arte napoletana. Anche la cornice è di epoca.

La sua natura di sperimentatore eclettico ed appassionato, lo porto ad orientarsi in parte anche verso la pittura aneddotica, che però in Caprile si esprimeva con ben altra «civiltà» compositiva e cromatica. Ne fanno fede il dipinto La dote di Rita, della collezione D’Angelo, un quadro dominato dal rosso della gonna del modello, un rosso che si ritrova anche ne L'interno rustico, mentre nel quadro Sossio e Maria Rosa, scena dall'impianto vagamente teatrale, ricca di episodi squisitamente pittorici, le due figure s'inseriscono nell'ambiente con l’evidenza della pittura realistica del Seicento. Ma, oltre che nella pittura di genere, Caprile si esprime felicemente nella pittura di paesaggio, in cui si ritrovano freschezza e grazia istintive. Paesisticamente egli predilige la natura di Positano e l’atmosfera decadente e raffinatissima dei motivi veneziani; cosi l’artista si divide tra i due temi preferiti, trovando nella natura a lui più congeniale della costiera amalfitana i motivi elegiaci e niente affatto convenzionali di una pittura che proviene da lontano, dagli esempi di un certo vedutismo settecentesco, rivissuto dall'artista sul piano di una descrizione puntuale della vita e degli avvenimenti delle popolazioni marinare che popolano le rocce e le spiagge di Positano, di Amalfi e di altri paesi che s’affacciano sul golfo di Salerno. --

Diversa invece la pittura di ispirazione veneziana in cui dominano, accanto alle notazioni offerte dai solenni edifici che s’affacciano sulla laguna, l’atmosfera e la calma di una natura improntata al grigio atmosferico che si riflette nelle calli e nei canali della città. La visione di Venezia del Caprile, pur essendo contemporanea alla versione «eroica» del paesaggio dannunziano, evoca al contrario un’immagine dominata dalla malinconia, nei toni dimessi in cui sono tratteggiati le case, i canali, i ponti e le gondole, sullo sfondo di una Venezia a misura d'uomo. Ma il dato più clamoroso di Caprile è nella sua ritrattistica, nella quale, stranamente, si avverte l’influenza della pittura nord-europea, in specie di Munch, come dimostrano il ritratto Fanciulla di Positano e, soprattutto, un ritratto del padre dell’attuale proprietario dell’albergo «Il covo dei Saraceni» della marina di Positano, che ha la potenza espressiva e la deformazione dolorosa delle opere del grande pittore norvegese.

Paolo Ricci (da "Arte e artisti a Napoli", 1981)--


vincenzo-caprile-retro
Articolo (p)Link Commenti Commenti (0)  Storico Storico  Stampa Stampa
 
Di Admin (del 21/02/2014 @ 00:00:01, in Arte News, linkato 270 volte)
{autore=ricciardi oscar}
oscar-ricciardi-cortile

OSCAR RICCIARDI Titolo: CORTILE Olio su tela applicata su cartone, 27,5 x 22,5 cm

Avviato alla pittura dal Celentano ma subito più influenzato dal Morelli (soggetti di storia), dal 1884 si accostò alla scena di genere di colorismo brioso, presto passando al paesaggio animato da figurette (scorci di mercati e di affollate strade partenopee) e, dal 1910, anche alla marina (prima solo saltuariamente), con espliciti riferimenti fra Pratella e Casciaro. Il suo pennelleggiare facile, svelto e sovente affrettato, il folklorismo che perva dei suoi oli, hanno guadagnato al Ricciardi Oscar (1864 - 1935) un mercato più vasto di quello nazionale. Fra i minori napoletani caratteristici e dalla pittura facile e gradevole, è forse quello ancora più largamente abbordabile per prolificità e valutazioni anche se, da alcuni anni, esse hanno conosciuto incentivazioni: innumerevoli tavolette e piccole tele applicate su cartone, da 2 a 4 milioni di Lire mediamente; sino a massimi di 10/12 milioni i più rari oli di medie dimensioni e di molto impegno. Record d'asta di 24,4 milioni di Lire a Londra, nell'ottobre 1990.

(Il valore dei dipinti dell’Ottocento e del primo Novecento. X edizione, 1992 – 1993. Umberto Allemandi & C. Editore)


oscar-ricciardi-viale-alberato

OSCAR RICCIARDI
Titolo: VIALE ALBERATO Olio su tavola, 35 x 23 cm

Pittore autodidatta, parente per parte di madre di Bernardo Celentano, riuscì con tenacia e dipingendo prevalentemente dal vero, a raggiungere in breve: una propria fisionomia artistica che gli consentiva di imprimere ai suoi lavori, grazie alle felici ed equilibrate scelte tonali una nota di personale eleganza. Prolifico pittore impres­sionista di paesaggi e di scene di genere predilesse raffigurare, in opere di piccolo formato, marine e vedute urbane con scene di vita quotidiana, eseguite con un gusto semplice ed un equilibrato croma­tismo che lo fece apprezzare dal pubblico specie quello dei forestieri per i quali lavorò di preferenza. L'artista partecipò alle mostre della Promotrice napoletana nel 1881 e 1884 con due composizioni storico romantiche, che restano episodi isolati nella sua produzione, raffigu­ranti "Fanfulla si accinge a partire da San Marco" e "Servite Domino in laetizia" che furono ambedue acqui­state dalla Provincia di Napoli, a quella del 1883 presentò un acque­rello intitolato "Ines". Alla mostra del 1884 e 1888 presentò "Interruzione piacevole", "Rimembranze di Casamicciola" e "Dall'antiquario" che furono acquistate dal duca di Martina. Il Ricciardi partecipò inoltre: alla Esposizione Nazionale di Palermo del 1891/92 con una replica di "Dall'antiquario", a quella di Milano del 1894 ove ripropose "Dall'antiquario" ed una "Amalfi"; alla Esposizione Nazionale di Torino del 1898 con "Porta Capuana"; alla Prima Quadriennale di Torino del 1902 con "Campania felice" ed alla Seconda del 1908 con "Una via della vecchia Napoli" ed alla Esposizione Nazionale d'Arte tenutasi a Napoli nel 1916 con "Cipressi" e "Mercato".

(Roberto Rinaldi – Pittori a Napoli nell'Ottocento)


oscar-ricciardi-capri

OSCAR RICCIARDI Titolo: CAPRI Olio su tela applicata su tavola, 40 x 27 cm
Articolo (p)Link Commenti Commenti (0)  Storico Storico  Stampa Stampa
 
Di Admin (del 12/02/2014 @ 00:00:01, in Arte News, linkato 1813 volte)
{autore=pratella attilio}Attilio Pratella (Lugo di Romagna, 1856 - Napoli, 1949). Nel 1880 lo troviamo attivo col Casciaro, il Dalbono e tutta una schiera di pittori che continuano quel particolare naturalismo partenopeo così diverso dal macchiaiolismo toscano e così lontano dall'impressionismo francese. Nell'81, col quadro Verde ottiene un primo successo alla Promotrice Salvator Rosa. Fino al 1910-20 continuò a partecipare alle mostre italiane ed estere. La pittura del Pratella costituisce un aspetto abbastanza singolare nel paesismo partenopeo, nel periodo di transizione fine '800 e primo '900. Taluni hanno cercato il vero Pratella nella produzione giovanile, fresco, vigoroso, e assai vicino alla pittura iniziale del Mancini o alla Scuola di Posillipo. Altri vedono nella sua produzione ulteriore, un gusto aggiornato, paragonando certe sue vedute di oliveti alla Sisley. Alcune sue tavolette sono passate per opere giovanili del Mancini.

("Pittori e Valori dell'Ottocento" Istituto Editoriale Brera di Milano, 1961)


Attilio-Pratella-marina

"MARINA" OLIO SU TAVOLA 20 x 30 cm. L'opera è firmata A. Pratella in basso a destra.

Questa marina di Attilio Pratella è da considerarsi un'opera significativa nonostante le dimensioni contenute (ma non troppo!). La tavoletta è databile proprio a cavallo dei due secoli, senz'altro il periodo migliore dell'artista. Da sottolineare il taglio dell'orizzonte molto alto, proprio ad esaltare il pregevole ricamo del mare in primo piano. Sempre affascinante l'ambientazione del Golfo di Napoli con il lungomare e il Vesuvio in lontananza. La cornice è coeva.

Attilio Pratella (Lugo di Romagna, 1856 - Napoli, 1949) era anch'egli un tardo impressionista, alla Sisley. Proveniva da una famiglia di lavoratori romagnoli e cominciò a dipingere giovanissimo. In un foglietto autografo, trovato dai figli tra le sue carte, Pratella cosi racconta i suoi primi passi: «Eccovi delle piacevolezze - A 16 anni illustrai un libro di chirurgia e il noto chirurgo di Bologna mi guidò (in) questa faccenda. Un giorno entrai in una bottega di barbiere e vedendo alle pareti 4 quadri con incisioni di fiori che erano brutte allora il barbiere mi affido la commissione di eseguire in pittura, 4 quadri ciò che feci mi procurò elogi dai clienti del barbiere e una reclame al pittore...». Il curioso documento è tracciato a lapis su un foglietto di carta da acquerello tra prove di colori e macchie varie.


Attilio-Pratella-Pescatori-Napoli

"PESCATORI A NAPOLI" OLIO SU PRIMA TELA 28,5 x 40 cm. L'opera è firmata A. Pratella in basso a destra.

Bellissima marina del periodo verista di Attilio Pratella databile ancora al XIX secolo. Dipinto di alta qualità pittorica. In primo piano diversi pescatori, alcuni sul molo, altri sulle imbarcazioni, sono pronti per la battuta di pesca, dando grande vita e movimento al dipinto. Lo scorcio di via Caracciolo, l'inconfondibile Castel dell'Ovo e il Vesuvio appena fumante col Monte Somma, impreziosiscono l'opera arricchendola del fascino del Golfo di Napoli. L'opera presenta qualche segno del tempo con qualche screpolatura e un piccolo ritocco postumo nel cielo. La cornice è molto bella.

Il fatto è che, verso i 16 anni, gli amministratori del comune di Lugo, socialisti e repubblicani, assegnarono una borsa di studio al giovanotto che manifestava chiaramente le sue doti artistiche. Così Attilio Pratella si trasferì a Bologna e, in quella Accademia di Belle Arti, studiò sotto la guida di Puccinelli-. A Bologna strinse amicizia con Giovanni Pascoli per il quale esegui una serie di disegni illustranti i volumi di versi che allora veniva pubblicando Zanichelli. Verso i vent'anni Pratella volle conoscere Napoli e concludere gli studi in quell'Accademia che era allora una delle più illustri d Italia per la fama di Palizzi e di Morelli. Pratella cosi approdò a Napoli nel 1876 e si iscrisse alla scuola di pittura, ma dopo un anno, malauguratamente, decadde l’amministrazione di Lugo e al posto dei socialisti subentrarono i clericali, che, fra le prime cose, decisero di togliere al giovane Pratella la borsa di studio. Che fare? Attilio Pratella preferì affrontare la vita e restò a Napoli, sorretto dalla benevolenza di Palizzi che era rimasto ammirato dagli studi del giovanotto. Fu ammesso alla «1ª Mostra Promotrice» e, per tirare avanti, accettò il lavoro di decorare le scatole di dolciumi per Van Bol. Fu allora che Pratella strinse amicizia con Migliaro e Ragione e si legò artisticamente con Rossano e De Nittis, cioè scelse, tra i due campi opposti, quello giusto, anche se la scelta doveva costargli la fame. E la fame venne. De Nittis se ne era andato a Parigi dove visse nel clima degli impressionisti come nel suo clima naturale. A Parigi e in Toscana se ne andò anche Rossano, seguito più tardi dal povero Ragione. Gemito e Mancini, anch’essi sbandati e indifesi, si spensero. A Napoli restarono solo Migliaro e Pratella che intanto se ne era andato ad abitare al Vomero, allora brullo e agreste.


Attilio-Pratella-Stradina

"STRADINA" OLIO SU TELA RIPORTATA SU TAVOLA 14,5 x 21,5 cm. La firma A. Pratella è in basso a sinistra.

La piccola opera del Pratella è un gioiellino. Molto belli e di grande qualità i colori usati dal maestro che risultano brillanti, smaltati e materici al tatto. Un accattivante gioco di luci ed ombre con la presenza di due figure tipiche in movenze eleganti che danno vita e profondità al quadro. L'opera è incorniciata.

Per campare in quel tempo escogita molti mezzi: fa della ceramica in una fabbrica che si trovava al Ponte della Maddalena e dipinge «macchiette» per Mastu Ciccio che era una specie di «père Tanguy» napoletano con negozio in via Costantinopoli. Mastu Ciccio aveva assegnato a Pratella un compito particolare: «Tu mme ’a fa e Ciardi», gli aveva detto, in considerazione del fatto che Pratella, vissuto per vent'anni tra Bologna e Venezia, conosceva la pittura di Ciardi, appunto, come conosceva quella di Favretto e di Fragiacomo. Tuttavia Mastu Ciccio, che capiva di pittura più dei cosiddetti amatori napoletani messi insieme, qualche volta acquistava le opere dei giovani artisti. Con Morelli e l'ambiente ufficiale non c'era nulla da fare. Se qualcuno dei giovani, Pratella o Migliaro, mostrava al Morelli un suo dipinto, si sentiva fare affermazioni avvilenti di questo genere: «Il piano non è finito». I giovani pittori esponevano da Tibaldi, un cartolaio in via Chiaia che era l’unico a proteggerli. Da Ragozzino, in Galleria, esponevano solo i pittori ufficiali e i vedutisti commerciali. Pratella era solito ripetere le parole che gli disse una volta Dalbono incontrandolo mentre si affrettava ad andare allo studio: «vaco'a casa — spiegò — a ffa 'na purcaria per magnà». Ma coloro che respingevano Ragozzino e la soluzione commerciale non avevano altra scelta che le mostre da Tibaldi, dove non si vendeva mai un quadro, o la fuga da Napoli. Pratella e Migliaro non ebbero l'animo di lasciare la loro città e furono condannati per questo ad una vita di stenti. I clienti e gli amatori d'arte erano (e sono ancora, ahimé!, in gran numero) ignoranti e dittatoriali. Il committente napoletano «non voleva avere pensieri» e guardava con sospetto chiunque azzardasse idee che non fossero quelle sacrosante, da lui accettate ed assodate come eterne. Egli aveva un concetto preciso del «bello» e non tollerava che fosse messo in discussione. «Bello» era il mare al tramonto col pino in primo piano, «bella» era la retorica villereccia ed arcadica; «belli» erano il vicolo napoletano coi panni stesi al sole, lo scugnizzo con la sigaretta in bocca, il guappo e la «maesta».


Attilio-Pratella-Nevicata-verso-Capodimonte

"NEVICATA VERSO CAPODIMONTE" OLIO SU TAVOLA 18 x 28 cm. L'opera è firmata in basso a sinistra.

Rara opera di Attilio Pratella raffigurante la strada verso Capodimonte tutta innevata. Molto lontana dalle inflazionate tavolette proposte dal mercato. Straordinaria è la resa nei toni di grigi tipici di questo periodo, che ne esaltano l'eleganza e la ricerca tonale. Riuscita è l'inquadratura presa dal lato destro della strada in primo piano che dà grande profondità al dipinto insieme alle figure in movimento poste magistralmente lungo il percorso in una perfetta proporzione. Opera databile ai primissimi anni del '900 con cornice originale.

Bello e degno d'essere eternato in pittura era insomma tutto ciò che presentava la vita sociale come la più felice e giusta possibile, tale, comunque, da non disturbare le elaboratissime digestioni dei ricchi commercianti e industriali napoletani. Il committente meridionale, d’altra parte, non disdegnava gli atteggiamenti paternalistici e protettivi; giocava volentieri il ruolo del mecenate generoso e caritatevole e lasciava scivolare dalla tasca ogni tanto dei soldini per «quei pazzerelloni» di artisti moderni-. Neppure un uomo come Croce, neppure un grande intellettuale della statura del filosofo idealista, sfuggiva a questa legge della foresta. Croce infatti amava ripetere a chi gli chiedeva della sua raccolta d'arte che essa denotava più il suo «buon cuore» che i suoi gusti estetici. Un ritratto esemplare di amatore e collezionista napoletano lo traccia Ezechiele Guardascione nel suo libro «Napoli pittorica». Il personaggio descritto è tal Gualtieri, deputato al Parlamento e «amico» degli artisti: «Questo grasso e grosso uomo d'affari, Gualtieri, aveva quasi finito per abbandonare ogni occupazione: la mattina, messosi in pigiama di seta, si abbandonava felicemente alla contemplazione dei suoi quadri. Vorrei dire che nuotava beato nei mari dell'arte napoletana. Il vecchio palazzo in piazza del Gesù, dove egli abitava ed aveva la sua pinacoteca, era stato prima proprietà della famiglia Degas»: i napoletani, infatti, per un certo tempo, lo chiamarono il palazzo del gas. «Da un superbo portone seicentesco si entra in un cortile, e poi in un secondo che in origine dovette essere un giardino: alberi di alloro e di quercia sono rimasti tra le basse costruzioni: fabbriche di cartonaggio, di scarpe, e rimesse di automobili». I parenti di Degas abitarono qui fino a molti anni addietro ed è noto che vendettero via via i quadri del Maestro che loro restavano. «Gualtieri amava vivere in mezzo agli artisti. Dava pranzi sontuosi. Quasi seduto in trono come un pascià, egli gettava manate di granoturco alle irrequiete gallinelle della pittura napoletana che si pizzicavano fra loro: pettegolezzi, contrasti ed ogni altro effetto che può derivare dalla mente malata di artisti in bolletta. Ma Gualtieri, mentre gustava le sue murene fritte e le sue spigole in bianco, e tracannava vino biondo di Falerno-, rideva di tutto, perché l'arte gli aveva fasciato l'anima di una fiorita beatitudine giovanile. L'arte, quale caldo beveraggio, pareva che gli ristorasse lo stomaco».


Attilio-Pratella-Studio-per-pescatori

"STUDIO PER MARINA CON PESCATORI" MATITA SU CARTA 22,5 x 15,5 cm. La firma A. Pratella è in basso a destra.

Interessantissimo "Studio per marina con pescatori" di Attilio Pratella. E' un disegno, un bozzetto eseguito dal vero, dal lato della via Marina a Napoli, con in secondo piano, il campanile del Carmine (quando il mare arrivava a piazza Mercato). Il supporto è un cartoncino sottile con evidenti segni di piegatura. L'opera ha una valenza storica molto significativa oltre a quella artistica per la straordinaria interpretazione delle figure inserite in un paesaggio reso con sintesi ma senza approssimazione. La datazione è inquadrabile al primo periodo del maestro a Napoli, e quindi alla fine del XIX secolo.


Tale era l'ambiente della giovinezza e della maturità di Pratella e degli artisti della sua generazione; ambiente, che, ahimé!, è cambiato poco, anche ai giorni nostri. Pratella, che era un vero artista, resisté il più a lungo possibile alla tentazione di ridursi al ruolo di «gallinella», per dirla alla maniera dell'argutissimo Guardascione. Quando iniziò la serie dei paesaggi grigi e degli ulivi argentei di Capri, gli dissero che «aveva fatto il bucato» ai suoi dipinti. Tutte le volte che si abbandonava liberamente al suo talento e rivelava la sua natura di autentico impressionista, gli «amatori» rabbrividivano. A molti sembrerà inopportuna la difesa di un artista come Pratella, che è considerato un esponente tipico dell'arte commerciale. Il nostro è un riferimento preciso alla produzione iniziale dell'artista, che non ha nulla a che vedere con i quadrucci che egli era costretto a dipingere per non morire di fame.

(Paolo Ricci – “Arte e artisti a Napoli”, 1981)

Articolo (p)Link Commenti Commenti (0)  Storico Storico  Stampa Stampa
 
Di Admin (del 20/01/2014 @ 00:00:01, in Arte News, linkato 2532 volte)
{autore=de corsi nicolas}



L'opera è firmata in basso a destra: "De Corsi ".

Di padre italiano e madre russa, Nicolas De Corsi approdò e decise di stabilirsi a Napoli dopo vari vagabondaggi. Qui cominciò a dipingere in intensità di emozioni e di sogni. Egli seguiva la propria inclinazione verso le forme più immediate della verità che lo seduceva, rivelando un talento pittorico che poteva essere solo paragonabile a Giacinto Gigante ed Edoardo Dalbono. Divenne particolarmente esperto nel paesaggio (particolarmente significative le sue interpretazioni di Venezia e del porto di Torre del Greco), preferendo dipingere ad acquerello, una tecnica che rivela appieno quali fossero le possibilità e le risorse della sua arte per larghezza, immediatezza e freschezza dei toni trasparenti. Nessun altro pittore italiano dell’epoca sapeva rendere la suggestiva luce degli effetti notturni. E fu proprio dopo il successo ottenuto all'Esposizione Internazionale di Roma del 1905 con “Effetto di sera” che si trovò ben presto sul piano delle competizioni artistiche mondiali.




L'opera è firmata in basso a sinistra: "De Corsi ".

Figlio del console italiano presso la città russa di Odessa e di Emma Suppinich, Nicolas De Corsi nacque nel 1882. Un anno dopo la sua nascita, morì il padre e due anni dopo la madre si risposò con il nobile spagnolo Gutierrez, anch'egli console in Russia. L'anno successivo l'intera famiglia si recò a Madrid, luogo dove avvenne la formazione del giovane pittore. Nel 1896 in seguito al decesso del patrigno, si recò in Italia, in particolar modo a Roma, dove frequentò prima la libera Accademia di S. Lucia (dalla quale venne in seguito allontanato) e poi la scuola serale del Circolo Artistico, ed a Napoli. Nel 1900 il pittore si recò in villeggiatura a Torre del Greco (evento che si rivelò molto importante nella vita del pittore). Partecipò in seguito a numerose esposizioni (Mostra Nazionale di Belle Arti a Milano; Salone d'Autunno a Parigi; IX Mostra Internazionale di Venezia; Quadriennale di Roma). Nel 1930 venne a mancare la madre e nel 1934 il pittore si trasferì definitivamente a Torre del Greco. Dalla cittadina vesuviana si allontanò solo nel 1940 perché sfollato a Vico Equense, per farvi ritorno nel 1945. Morì nel 1956 all'età di settantaquattro anni. (fonte: it.wikipedia.org)


 
Articolo (p)Link Commenti Commenti (0)  Storico Storico  Stampa Stampa
 
Di Admin (del 14/01/2014 @ 00:00:01, in Mostre ed Eventi, linkato 175 volte)
Buon-Natale


Sabato 18 gennaio alle ore 11.00 sarà inaugurata al PAN | Palazzo delle Arti Napoli la mostra personale di Paolo Naldi, dal titolo Strange Human Law, a cura di Massimo Sgroi e promossa dall'Assessorato alla Cultura e Turismo del Comune di Napoli.

Ogni giorno milioni di persone percorrono strade che li portano da non luoghi ad altri non luoghi. Sono le vie delle grandi metropoli urbane, delle banlieu, degli agglomerati dove gli esseri umani corrono, come lemming impazziti, verso la catastrofe socio ecologica del terzo millennio. Sono gli abitanti che vivono le agonie dei non luoghi, di mostri delle grandi conurbazioni deprivate delle identità e delle storie; i mostri dove ogni frazione di città finisce per essere un mondo altro rispetto ad una storia ed una memoria. Le ansie etnocentriche delle concentrazioni forzate di etnie spesso distanti fra loro annullano ogni possibilità di creazione di un mondo che abbia un progetto e le distopie di questa esistenza creano soltanto una maligna evoluzione di disuguaglianze. E’ Blade Runner che prende forma, per lo meno nella sua mostruosa accezione socio-urbanistica. E l’agonia di Los Angeles diviene quella di Parigi, Londra, Berlino, Milano, Roma, Napoli ed il sogno di una società pacifica è tramontato, sostituito da una relazione in cui la violenza stessa è la nervatura del rapporto individuale e collettivo. A che serve ancora l’arte? Ha ancora senso ricercare una bellezza sempre più lontana dalla sua vera essenza filosofica e sempre più legata ad una vuota estetica di mercato? Le risposte attraversano, senza omogeneità, l’intero mondo della cultura e dell’arte. Per capirci: uno dei problemi più drammaticamente urgenti dell’intero territorio nazionale, le grandi organizzazioni mafiose, diventano, nell’immaginario collettivo, cinema da Oscar. E, questo, è un discorso pericoloso. Paolo Naldi parte da questa esperienza per rileggere la visione del contemporaneo e le dirompenti contraddizioni del terzo millennio; i cicli del suo lavoro si basano su di una pittura dura, senza mediazioni, e che mostra all’estremo la deriva conflittuale della storia della nuova forma dell’umano. E l’agonia della città metropoli diventa oscuro paesaggio sulla superficie della tela; la sua pittura è una sedimentazione dei significati laddove il significante finale è sostanziato sulla parete dei ricordi. Ed in realtà, come sostiene Jean Louis Weissberg l’obiettivo comune dell’arte contemporanea e di molte discipline scientifiche è quello di scandagliare l’immagine per romperne lo statuto di dipendenza ontologica dall’oggetto. Va da se che l’informatizzazione del virtuale, nel momento in cui assume in se le funzioni della visualizzazione , riesce a sovrapporre i due estremi di questo paradigma: l’immagine e l’oggetto stesso. Nella nostra storia di uomini abbiamo sempre concepito lo specchio come la porta che separa la scena della vita dall’alterità. Oggi lo schermo del computer rappresenta il punto in cui queste due cose si incontrano, la superficie in cui il sé e l’altro da sé sono compresenti rappresentando l’interazione e l’ibridazione di questi diversi livelli del reale. L’opera d’arte è coincidente, per lo meno nella sua accezione concettuale con questo tipo di visione; essa deriva dal nuovo modo che ha l’essere umano di relazionarsi con la nuova forma del reale. In ogni caso, è la sintesi formale dell’immagine che identifica l’appartenenza dell’opera; in The street behind the wall, ad esempio, Paolo Naldi opera lo sfrondamento fra i diversi livelli della realtà, sovrapponendoli l’uno sull’altro per divenire una dura alterità visibile da entrambi i lati: quello della realtà fisica e quello dell’immagine mediatica. Allo stesso modo la serie di Civil Rules, è una proiezione di un mondo privo di senso in cui l’eccesso corporeo finisce per svuotare di significato la ricerca di una libido ormai malata. O, ancora, la oscura presenza della morte in Medea Sindrome, dove la memoria della nostra essenza storica si perde in un perenne e violento scontro sociale. Sosteneva Woody Guthrie che l’artista è fra l’incudine ed il martello: prende dal popolo, filtra attraverso la sua sensibilità di artista ed al popolo restituisce. La domanda è: cosa possiamo ancora restituire oggi?

Testo critico di Massimo Sgroi

Paolo Naldi artista napoletano nasce nel 1978. Fin dall’infanzia vive un profondo rapporto con l’arte e inizia un intenso periodo formativo. Artista poliedrico ha una particolare predilezione per la Pittura e le Lettere. Laureato in economia del commercio internazionale e mercati valutari fa dell’arte la sua unica professione. Nonostante la sua lunga attività artistica indipendente nell'ambito del panorama underground, Paolo Naldi si affaccia solo da pochi anni al mercato dell’arte ed agli spazi espositivi convenzionali a causa di accese idee contro culturali. Vanta diverse mostre e le sue opere destano l’attenzione di importanti critici d'arte nazionali ed internazionali come Massimo Sgroi, John Thomas Spike, ecc.

Articolo (p)Link Commenti Commenti (0)  Storico Storico  Stampa Stampa
 
Di Admin (del 20/12/2013 @ 00:00:01, in Auguri, linkato 249 volte)
Articolo (p)Link Commenti Commenti (0)  Storico Storico  Stampa Stampa
 
Di Admin (del 13/12/2013 @ 00:00:01, in Arte News, linkato 494 volte)
{autore=villani gennaro}
gennaro-villani-veneziana

 GENNARO VILLANI   Titolo: VENEZIANA   Olio su cartone, 51,5 x 34,5 cm

Affascinante e significativa opera di Gennaro Villani, tanto da essere pubblicata a pagina 371 de "Il valore dei dipinti dell'Ottocento e del primo Novecento" del 1999 - 2000 edito da Umberto Allemandi & C. di Torino. L'opera è firmata "G. Villani" in basso a destra e riporta il titolo "Veneziana" a tergo.

Frequentò l’Istituto di Belle Arti di Napoli, allievo di Cammarano, da cui derivò il robusto impianto disegnativo che interpretò prima con gusto tonale e poi con inflessioni postimpressioniste dal denso colore. I dipinti di genere di soggetto napoletano, le figure, le marine e i paesaggi del Villani interessano le aree di collezionismo partenopeo sensibili alla pittura di derivazione ottocentesca. I prezzi sono normalmente compresi in un arco dai due ai cinque milioni, a seconda di dimensioni, qualità e soggetto dei dipinti, con punte superiori per gli oli di notevole impegno o di particolarissimo interesse topografico.

(Il valore dei dipinti dell’Ottocento e del primo Novecento. X edizione, 1992 – 1993. Umberto Allemandi & C. Editore)


gennaro-villani-assunta

 GENNARO VILLANI   Titolo: ASSUNTA   Olio su tela, 36 x 29 cm del 1915

Bellissima opera di Gennaro Villani di inizio secolo. Il dipinto ritrae Assunta, la sorella minore del grande maestro napoletano. Nata da seconde nozze dopo che la mamma Filomena rimase vedova del primo marito padre di Gennaro. Assunta diventerà poi suor Maria Egidia a Pompei. Di alta qualità pittorica. L'artista, con forza e delicatezza allo stesso tempo, riesce a farci entrare nella melanconia della giovane attraverso i suoi grandi occhi. La tela applicata su cartone è firmata e datata in basso a destra G. Villani 1915.

All'Istituto di Belle Arti di Napoli Gennaro Villani fu, con Viti e Crisconio, tra i migliori allievi di Michele Cammarano: da quel grande maestro, burbero e solitario, apprese il disegno — che è il fondamento della pittura —, lo studio del vero, la maniera sobria dell'impianto chiaroscurale. E fu caro anche a Gaetano Esposito, col quale ebbe una spirituale affinità nel «sentire» la pittura sopratutto come stato d'animo. A partire dal 1904 — quando iniziò a partecipare alle Promotrici napoletane — e per un quarantennio Villani fu costantemente presente alle più significative manifestazioni d'arte italiane e straniere: Roma, Torino, Rimini, Firenze, Parigi, Monaco di Baviera, Milano, Venezia, Bruxelles, Santiago, Barcellona; nel 1909 fu tra i promotori della prima Esposizione giovanile d'arte di Napoli (collegata al movimento «secessionista», confluito poi parzialmente nel futurismo); nel 1920 succedeva ad Alceste Campriani sulla cattedra di pittura all'Accademia di Belle Arti di Lucca. In precedenza aveva dimorato alcuni anni a Parigi, ove la lezione impressionista se vivacizzò in qualche modo il suo colore non alterò la sua sensibilità cromatica né attinse l'impianto realistico attraverso il quale da tempo era andata caratterizzandosi la sua fisionomia pittorica. Come era accaduto a Casciaro, a Ragione, a Scoppetta, egli trovò sulle rive della Senna un'atmosfera consona al suo spirito — formatosi nel clima di Giacinto Gigante, antesignano dell'impressione e della macchia — e motivi ispiratori capaci di arricchire la sua esperienza e dargli nuove emozioni. E del resto, se nel 1914 non avesse dovuto interrompere la sua permanenza in Francia per lo scoppio del conflitto mondiale, Villani avrebbe già visto schiudersi un avvenire di lavoro intenso e proficuo; già allora stentava a soddisfare le richieste di Montmartre, di Moulin Rouge, di Moulin de la Gallette che quotidianamente gli pervenivano dai mercanti parigini. L'ordito dei suoi dipinti era quello di un impressionismo palpabile, nutrito di esperienze dirette, talvolta acceso e crepitante. Nei suoi paesaggi il sole giocava sugli alberi, sulle case, sulle colline, sul mare, sotto le pergole e sulle tovaglie, sui bicchieri; giocava sull'allegria dell'estate e sulla malinconia dell'autunno. Egli fu il pittore delle armonie velate delle giornate di pioggia; colse la poesia fuggente del mare su cui fluttua l'ombra arabescata delle barche. Notava Roberto Bracco scrivendo di Villani: «Egli ha la capacità dell'estro improvviso e quella della riflessione, ha la facoltà dell'abbozzo rapido e sintetico, del segno pronto e definitivo, dell'accenno lieve e pur vivido ed essenziale, e ha l'opposta facoltà della elaborazione, della finitezza, della compiutezza; estensibile fino alle più delicate sfumature, alle più sottili intenzioni».

(Alfredo Schettini – Cento Pittori Napoletani – So.Gra.Me. Napoli, 1978)


gennaro-villani-nocera

 GENNARO VILLANI   Titolo: NOCERA INFERIORE   Olio su cartone, 28 x 35 cm del 1937

Gennaro Villani non di rado si recava a Nocera Inferiore dove risiedevano alcuni cugini più anziani, anch'essi con cognome Villani. Il dipinto raffigura uno scorcio del paese eseguito con grande maestria e sintesi. Villani, vero padrone della materia, sfrutta in diversi punti il colore del cartone di supporto e con poche ma decise pennellate, dipinge il paesaggio preso dal vero. Il cartone è firmato a matita in basso a destra G. Villani. A tergo titolo e anno: Nocera Inf. 20 sett. 1937

Un ringraziamento particolare a Ena Villani, artista e figlia del maestro
Articolo (p)Link Commenti Commenti (0)  Storico Storico  Stampa Stampa
 
Di Admin (del 08/12/2013 @ 00:00:01, in Arte News, linkato 542 volte)

Andy Warhol (Pittsburgh, 1928 – New York, 1987) ha avuto, negli ultimi anni della sua vita, contatti con l’ambiente napoletano grazie all’incontro con il gallerista Lucio Amelio. Proprio a lui si deve la tiratura in 100 copie numerate e poi firmate da Warhol dell’opera “Vesuvio” (qui proposta) per la mostra ‘Vesuvius by Warhol’ tenutasi a Napoli nel 1985. Questa tiratura grafica, esclusiva di Lucio Amelio, va ad aggiungersi a quelle ufficialmente riconosciute dalla Andy Warhol Foundation for the Visual Arts di New York sul Vesuvio, ciascuna delle quali, invece, numerate in 250 esemplari. Oltre alle opere multiple, la mitica mostra contava 18 tele tutte sul Vesuvio. Il Vesuvio è rappresentato sempre in un’eruzione dai colori brillanti come emblema di una città in fermento, fonte di continue ispirazioni a chi sa guardarla nella sua infinita vitalità.  

Così Andy Warhol su Napoli in un intervista a Il Mattino di quegli anni: “Amo Napoli perché mi ricorda New York, specialmente per i tanti travestiti e per i rifiuti per strada. Come New York è una città che cade a pezzi, e nonostante tutto la gente è felice come a New York. Quello che preferisco di più a Napoli è visitare tutte le vecchie famiglie nei loro vecchi palazzi che sembrano stare in piedi tenuti insieme da una corda, dando quasi impressione di voler cadere in mare da un momento all’altro. A Napoli c’è anche il pesce migliore, la migliore pastasciutta ed il vino migliore”. E ancora, sul Vesuvio:

''Ritengo che il Vesuvio sia molto di più di un grande mito, è una cosa terribilmente reale''.

andy-warhol-vesuvio

andy-warhol-serigrafia

L'opera, in nostro possesso, è corredata di certificazione di autenticità e provenienza della galleria Rosini - Guttman & C. di Riccione, collezionisti e tra i massimi esperti di Andy Warhol in Italia.


La pop-art è stata la "corrente" artistica più longeva del Novecento, anche se il movimento in quanto tale ebbe poco più di un decennio di vita: il suo periodo eroico si può infatti collocare dalla fine degli anni 50 a tutti i 60.

I segni della vita quotidiana entravano massicciamente nella pittura e nella scultura e l'arte pop si apriva come una finestra sul mondo e come reazione all'espressionismo astratto, estremo introverso atteggiamento artistico, ma anche come interesse per la nuova comunicazione universale che nasceva e si propagava direttamente dall'esplosione della potente macchina economica americana.

Pei gli artisti pop la ricerca di se stessi non si basava sul rifiuto della realtà, ma diventava un mezzo per meglio offrirsi ad essa e viverla con tutte le forme secondo uno stile di vita socializzante: l'arte viene usata non in relazione all'arte in sé, ma in relazione alla vita di ogni giorno; bando quindi alla sofferenza per far posto al piacere della quotidianità, bando alle lacrime per fai posto al riso. E all’ironia.

In fondo, pei gli artisti pop, l'essere come fonte d'ispirazione artistica tende verso il benessere, a differenza dei predecessori americani dell'espressionismo e dell'action-painting.

In questo scenario Andy Warhol occupa un posto del tutto speciale.

Pur essendo stato il primo degli artisti pop a scomparire (nel 1987, mentre Lichtenstein è morto nel 1997 e gli altri sono ancora vivi e operanti), la sua arte sopravvive alla stessa epopea pop: mentre gli altri artisti sono oramai "storicizzati" e in qualche modo “sorpassati” dal vorticoso succedersi degli eventi artistici, più o meno deboli, degli ultimi decenni, l'arte di Andy Warhol è ancora oggi evidente in quasi tutte le forme di comunicazione e di espressione artistica: anche e soprattutto in quella più diffusa e massificata, la pubblicità, che pervade con il proprio sistema semantico le iconografie warholiane. Il risultato è stato ed è che l’arte di Warhol, dopo aver attinto alle "mitologie del quotidiano" per la propria espressività, nel corso degli anni ha progressivamente restituito alla cultura di massa quelle immagini di cui si era appropriata. In questo consiste uno degli esiti maggiori di Warhol, nell'aver cioè provocato una suggestione universale fatta di citazioni, scambi, parallelismi e allusioni reciproche la cui conclusione è probabilmente ancora lontana.

(dal catalogo "Essere ben essere secondo Andy Warhol" del 2000)
Articolo (p)Link Commenti Commenti (0)  Storico Storico  Stampa Stampa
 
Di Admin (del 20/11/2013 @ 00:00:01, in Mostre ed Eventi, linkato 264 volte)
{autore=emblema salvatore} Grande successo per la mostra personale di Salvatore Emblema alla galleria d'arte Bosi di New York.

salvatore-emblema

Terre Vesuviane su Juta 40 x 60 cm del 2005
(collezione Marciano Arte)

Per visitare la mostra clicca il seguente link:
http://www.bosicontemporary.com/exhibits/current/transparency/3804/

Per vedere le foto del vernissage clicca il link:
https://www.facebook.com/media/set/?set=a.613351315394836.1073741840.272632826133355&type=1

Articolo (p)Link Commenti Commenti (0)  Storico Storico  Stampa Stampa
 
Di Admin (del 18/11/2013 @ 17:45:30, in dBlog, linkato 170 volte)
Articolo (p)Link Commenti Commenti (0)  Storico Storico  Stampa Stampa
 
Pagine: 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23