Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Admin (del 18/11/2011 @ 13:00:01, in dBlog, linkato 1167 volte)

Alcuni capolavori della Cappella Sansevero di Napoli:
  1. La Pudicizia   (A. Corradini, 1752)
  2. Il Disinganno   (F. Queirolo)
  3. L'Altare Maggiore   (F. Celebrano, seconda metà XVIII sec.)
  4. La Sincerità   (F. Queriolo, 1754)
  5. Angelo   (P. Persico)
  6. Il Cristo Velato   (G. Sammartino, 1753)


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Di Admin (del 16/11/2011 @ 10:45:01, in Mostre ed Eventi, linkato 1020 volte)
{autore=de stefano armando}



L'URLO DEL SUD - Armando De Stefano
 a cura di Mario Franco
MUSEO MADRE - 19.11.11 | 09.01.12

 L'urlo del Sud è il titolo dell'ultima opera di Armando De Stefano, ma è anche un titolo che sintetizza il complesso di 18 nuove tele esposte al Madre. Lavori nuovi, nati espressamente per questa mostra, creati da un artista storico (nel duplice senso che dipinge avvenimenti storici, ma anche perché fa parte della storia dell'arte di questa città). Un artista che, in più di sessant'anni di carriera, dal periodo neorealista del dopoguerra fino al figurativismo baconiano-espressionista degli anni Sessanta e Settanta, ha raccontato storie e idee dell'universo occidentale con immagini e colori che Domenico Rea definì come gridi, forse perché molte delle sue figure appaiono maschere senza speranza, come ritratte in un pre-inferno terreno; in preda al terrore o ad una solitudine e ad una sofferenza espressa con definitiva convinzione. Anche il paesaggio partecipa a una regola di dolore e di follia, nel reticolo metamorfico che intreccia elementi naturali e umani con orpelli, vestiti, cappelli, architetture. Qualunque sia il luogo della rappresentazione, c'è sempre un altro luogo, un'altra narrazione perduta, un'assenza, un esilio nel tempo, dove si aggirano ombre che sembrano rubate all'immaginario fantastico di un Ariosto caduto, di un Tasso impazzito. In realtà, De Stefano parla della pittura stessa, con il rimpianto verso una tecnica e un linguaggio forse oggi impraticabili: «Avrei voluto dipingere affreschi, grandi racconti, murales...» confessa, sognando una pittura di spettacolare bellezza di cui avverte l'assenza «nel presente degli sperimentalismi spesso sterili quanto affollati». Per l'occasione di questa mostra l'artista ha voluto confrontarsi con una grande parete del museo sulla quale ha lasciato il segno della sua tecnica di formidabile disegnatore.
(fonte: www.museomadre.it)
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Di Admin (del 15/11/2011 @ 00:00:01, in dBlog, linkato 1831 volte)


I simboli incisi sulla facciata della chiesa del Gesù Nuovo (1584) di Napoli sono lettere dell'alfabeto aramaico che possono essere anche "suonate". La loro combinazione creerebbe una "sinfonia" denominata Enigma. Ascoltala in questo video.

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Di Admin (del 12/11/2011 @ 00:00:01, in dBlog, linkato 1055 volte)
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Di Admin (del 10/11/2011 @ 10:00:01, in dBlog, linkato 1421 volte)
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Di Admin (del 09/11/2011 @ 00:00:01, in Arte News, linkato 2011 volte)
{autore=godi goffredo}



L'opera è firmata e datata in basso a destra: "G. Godi 52 ".

Goffredo Godi è uno di quegli artisti italiani rimasti sulle rive del torrente che porta con sé la clamante folla dei pittori, degli scultori, dei critici, dei galleristi, degli affaristi che hanno nella mira la notorietà. È un appar­tato, felice Candide votato alla pittura. Le sue gioiose battaglie — nello studio o più spesso negli scenari naturali — non gli lasciano tempo da dedicare all’ingegneria del successo, alla quale è del resto mental­mente e persino fisicamente inadatto. Ma a Godi restano soltanto i quadri recenti. Dunque son quasi sessant’anni che la pittu­ra di questo schivo petit maitre (come lo definì Carlo Barbieri) è amata e ricercata da un piccola galassia di collezionisti, verso la quale Godi ha mantenuto affettuosa gra­titudine, perché è un uomo di sentimenti gentili, ma al tempo stesso soltanto scam­poli di memoria, preso com’è dal suo fare arte, che tra progetto ed esecuzione lo cat­tura senza scampo. Godi infatti non ha mai avuto il tempo e la voglia di curare un suo archivio e quel che conserva (cataloghi, foto­grafie, ritagli, nominativi, indirizzi) gli è stato messo da parte dal caso o dalle premu­re dei suoi familiari. Seppe per fortuita com­binazione che Sonia Delaunay nel ‘76 aveva elogiato i suoi paesaggi esposti nella galleria di Fiamma Vigo a Venezia. E mai avrebbe saputo che due maestri della critica d’arte del Novecento, Francesco Arcangeli e Roberto Longhi, avevano discusso d’un suo paesaggio da presentare alla Biennale se non glielo avessi rivelato io, che di quell’interes­se trovai traccia per caso (Carteggio Longhi-­Pallucchini, Edizioni Charta, Milano, 1999, pag. 326). “Quando le luci saranno spente e molti anni saranno trascorsi” - ripete Godi -“tutto l’odierno clamore sarà dimenticato. Resteranno solo i quadri. E chissà…”. […]
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Di Admin (del 02/11/2011 @ 00:00:01, in dBlog, linkato 1781 volte)


Olga Khokhlova

Essere un pittore di fama internazionale certamente ha aiutato Picasso con le donne. Sono tante infatti le donne di Picasso, tante, e tutte giovani e belle, da farlo passare per un vero playboy. Di seguito una breve lista delle sue mogli ed amanti conosciute:


Marie -Thérèse Walter

- Fernande Olivier (il primo amore di Picasso; lei 18 anni e lui 23)
- Marcelle Humbert AKA Eva Gouel (lei 27 anni, Picasso 31)
- Gaby Lespinasse (Pablo aveva 34 anni, non so quanti anni avesse Gaby, ma era giovane, questo è sicuro!)
- Olga Khokhlova (la prima moglie; quando si sono conosciuti lei aveva 26 e lui 36 anni)
- Marie -Thérèse Walter (lei 17 anni, lui 46)
- Dora Maar (lei 29, Picasso 55)
- Françoise Gilot (aveva 21 anni quando conobbe Picasso che ne aveva 61)
- Geneviève Laporte (uno degli ultimi amori di Picasso. Era la modella francese del pittore. All'inizio, lei aveva circa 25 anni e lui una settentina)
- Jacqueline Roque (divenne la sua seconda moglie quando aveva 27 anni e lui 79)



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{autore=vitagliano salvatore ( zhao )}



MADRE - MUSEO D'ARTE DONNA REGINA - 29 ottobre - 5 dicembre 2011:
La mostra seguendo l'originale procedimento artistico di Vitagliano, un'esecuzione protratta nel tempo e nel suo percorso esistenziale, presenta una serie di opere a cui l'autore ha lavorato in varie fasi tra il 1984 ed oggi. Un processo di stratificazione di immagini e di idee che la capacità sinottica del territorio circoscritto del quadro esalta e al contempo armonizza. Volti e personaggi sono il risultato di una composizione continuamente in fieri, dove la memoria scandisce il suo ritmo e l'avvicendarsi degli interventi sulla tela

ICONE,
Salvatore Vitagliano
a cura di: Antonio Biasiucci e Mario Martone
Conferenza stampa sabato 29 ottobre ore 11.00
Inaugurazione sabato 29 ottobre ore 19.00
Sabato 29 ottobre alle ore 11.00 si terrà la conferenza stampa di presentazione della mostra “Icone” dell'artista Salvatore Vitagliano (Valle Caudina, 1950). Alla conferenza parteciperanno insieme all'artista, i curatori della mostra Antonio Biasiucci e Mario Martone.
La mostra seguendo l'originale procedimento artistico di Vitagliano, un'esecuzione protratta nel tempo e nel suo percorso esistenziale, presenta una serie di opere a cui l'autore ha lavorato in varie fasi tra il 1984 ed oggi. Un processo di stratificazione di immagini e di idee che la capacità sinottica del territorio circoscritto del quadro esalta e al contempo armonizza. Volti e personaggi sono il risultato di una composizione continuamente in fieri, dove la memoria scandisce il suo ritmo e l'avvicendarsi degli interventi sulla tela.
Come sintetizza bene Mario Martone le opere di Vitagliano possono essere paragonate alle icone della tradizione russa e orientale: “[sono] enigmi spirituali, senza alcun dubbio, affrontati nel loro caso guardando non a Dio ma a loro, guardandolo in volto, fissando i suoi occhi, toccando le sue mani. Da qui, per me, nascono la straordinaria bellezza dei volti dipinti da Salvatore Vitagliano e la sua pittura allo stesso tempo ferma e sfuggente, non catalogabile, un luogo silenzioso che appare per incanto dal ventre della città spezzandone il rumore. La stessa dimensione di questi lavori, nella maggior parte dei casi così raccolta, chiama all'attenzione silenziosa, alla scoperta. Una volta visto, un volto di Salvatore difficilmente viene dimenticato.”
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Di Admin (del 29/10/2011 @ 00:00:01, in Arte News, linkato 2469 volte)
{autore=placido errico}



L'opera è firmata e datata in basso a sinistra: "Placido Errico 1954".

Placido nacque a Napoli nel 1909, ma ha vissuto a Portici sin da bambino. Ha dipinto per circa mezzo secolo ed ebbe ad affermarsi sin dal 1938 alla Sindacale d'Arte di Napoli. Numerose sono le sue presenze nelle rassegne e personali in tutta Italia. Placido è morto a Portici nel 1983.
 
Errico Placido, il suo casato è in stridente contrasto con il suo temperamento di uomo e di Artista. Egli nella sua vita quasi sempre movimentata, quasi sempre incerta, che si è svolta e si svolge in un gioco di sensazioni e di emozioni, di entusiasmi e di avvilimenti, non ha fatto altro che il pittore, il pittore che vive con la pittura e della pittura.
Iniziò tanti anni fa con Luigi Crisconio a Portici. Era appena un adolescente, e seguì il maestro nelle sue faticose peregrinazioni per le campagne vesuviane e le spiagge del golfo di Napoli, con lunghe soste sotto il sole, alla ricerca del motivo. Ne ha consumate scarpe, in queste sue escursioni di apprendissage! Tornava a casa stanco, stordito ma contento di aver dipinto sotto la guida di Crisconio.
Era nato pittore. Crisconio, pur così rapido, così impetuoso nel dipingere, spesso rimaneva sorpreso dalla furia con cui il suo giovanissimo allievo e amico realizzava un paesaggio. Da quel tempo ad oggi, Errico Placido ha dipinto migliaia e migliaia di quadri, vagando da un capo all'altro d'Italia, non più a piedi ma in automobile.
(La macchina) mi disse un giorno, "mi è di grande vantaggio, mi scopre il paesaggio. Mentre corro a tutta velocità mi fermo di botto, apro la cassetta e mi metto a dipingere ".
Pittore di grande istintività, autodidatta, lavorando incessantemente tutti i giorni si è liberato di ogni influenza del maestro raggiungendo un suo stile, ritrovando un suo mondo poetico. Se risorgesse, anacronisticamente, la Repubblica di Portici (Scuola Resina), certo sarebbe il pittore Placido a spiccare quale protagonista. E non soltanto per i suoi meriti innegabili di artista del pennello ma per la singolarità estrosa del personaggio, che qualche decennio fa, quando non era uscito ancora dalla adolescenza, incantava gli spettatori in molti teatri d'Italia con gratuita esibizione di giochi di prestigio (fazzoletti, palline multicolori, che sparivano e riapparivano da una manica, in cappello, da una tasca del cappotto degli astanti, fiorivano dai punti più imprevisti, assecondando l'acrobatico movimento delle mani).
Anche questi effimeri prodigi preludevano, del resto, ai tanti doni naturali del futuro pittore, e, in particolare, a quella rapidità di esecuzione da "Luca fa presto", a quella sicurezza della composizione sempre equilibrata, a quella inesauribile libertà del concepire e sveltezza nell'eseguire, a quella continua vitalità dell'espressione, sempre idonea ai suoi fini e coerente alla qualità della visione. E questo, tanto che si tratti di una figura o di un paesaggio, di una marina o di un nudo: ogni cosa compiuta con una pennellata fremente ed intensa, che è sommaria soltanto all'apparenza.
La fragranza del colore e la briosità del segno si amalgamano in fluidità di sintesi soprattutto in certi assembramenti di figure del circo e, meglio ancora, in certe individuazioni di personaggi della scena: un pierrot lunare, un pagliaccio trasognato, un arlecchino beffardo e altri personaggi, che sono colti in atteggiamenti e moti istantanei o al fuoco della ribalta o al riparo delle quinte.
E' qui che il colore sprizza particolarmente vibrante e definitorio che si può scorgere in pieno lo scatto dell'originalità di Placido. E' allora che il segno si identifica con il colore e il gusto della sintesi si distacca dalla tradizione locale e il pittore si immerge in un contesto europeo, tra la schiera francese dei "Fauves" e quella degli espressionisti tedeschi del "ponte" (Die Brùcke). Ma il suo temperamento, sorretto da sensibilità e fantasia, si rivela ancora nelle composizioni di figure e di nudi sapientemente organizzati, in un paesaggio idilliaco, in una marina sconvolta dalle onde, in una natura morta intensamente cromatica, in un mazzo di fiori di trepida freschezza primaverile.
Qui i toni freddi e i toni caldi che si bilanciano in variazioni controllate da forza e sensibilità, diventano poetiche modulazioni di una fantasia che persegue sempre il miraggio di cogliere l'aspetto della natura, degli affetti, della memoria, in una similare evidenza di realtà e di sogno.
Il segno di Placido si identifica, allora, con il colore assimilandone l'essenza interiore. E' qui il segreto della sua appassionata gioia di vivere: una gioia che si riscontra così negli affetti umani come nello spettacolo dei fenomeni e delle stagioni.
Ricordo un giorno in cui ci incontrammo a Milano con il collega Marco Valsecchi e parlammo del temperamento artistico di Placido. Insieme convenimmo che se il nostro artista avesse avuto il coraggio di mettere da parte i sentimenti e l'amore per la sua Napoli, avrebbe certamente ricevuto consensi validissimi per la sua pittura, oltre confini
. Carlo Barbieri
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Di Admin (del 26/10/2011 @ 00:00:01, in dBlog, linkato 1130 volte)
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