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Achille D’Orsi (1845 – 1929), caposcuola del naturalismo italiano

Letture: 49
achille d'orsi particolare

Achille D’Orsi (1845-1929), pur avendo studiato all’Accademia dominata da Morelli, si affermò assai presto come artista indipendente. Eliminate le scorie neo-romanistiche, il giovane scultore trovò il sostegno al suo credo verista in Filippo Palizzi e nei pittori della Repubblica di Portici. Nella gara per il Pensionato di scultura che si svolse nel 1872 egli si classificò al secondo posto, preceduto solo da Gemito che aveva vinto con il bassorilievo “Giuseppe venduto dai fratelli” di ispirazione donatelliana. Diverso, e in una certa misura più libero e audace per la preminenza pittorica che caratterizza la sua plastica, il saggio presentato dal D’Orsi, la cui impostazione nulla aveva di scolastico. Coerente al suo «credo» verista, egli sviluppò un’azione molto efficace allorché Palizzi lo invitò ad affiancarsi allo stanco e ritardatario Caggiano alla cattedra di Scultura. Considerato ormai come il caposcuola del naturalismo italiano, Achille D’Orsi divenne popolare con alcuni bronzetti che ebbero molto successo e nei quali predominava un’arguta facoltà di osservazione del costume piccolo-borghese, come si può arguire dai titoli di queste sue operine modellate con gusto pittorico: “Don Basilio”, “La beghina”, “La calunnia” ecc. Ma le opere che gli dettero più prestigio e che lo posero al centro delle polemiche anti-veriste furono “I parassiti”, un gruppo scultoreo più grande del vero che costituì una delle principali attrazioni della «Esposizione Nazionale» del 1877, e “Proximus tuus”, esposto a Torino nel 1880. Intorno ai “Parassiti” e al suo significato di denunzia sociale si scatenarono discussioni appassionate. La scultura, ora alla Galleria d’Arte Moderna di Firenze ha un’evidenza figurativa davvero impressionante, con quelle figure disfatte, gonfiate, pesanti, abbrutite dal lauto pasto e dalle abbondanti libagioni, crollate di schianto sul triclinio. Anche se i personaggi modellati da Achille D’Orsi sono in costume (antichi romani dopo un lauto banchetto), l’allusione era troppo trasparente per non indignare i benpensanti: nei volti dei patrizi avvinazzati era riconoscibile la grinta feroce degli affaristi e di trafficanti senza scrupoli. Assai più efficace e diretta è la protesta espressa da “Proximus tuus”: la figura di un contadino stremato e abbrutito dalla fatica, crollato, più che seduto sulla terra, nella quale è ancora immersa la vanga. Immagine struggente di un servo della gleba, una metafora dolorosa della condizione di vita dei contadini meridionali, una denuncia espressa con commozione autentica e con generoso spirito di solidarietà. Questa scultura a noi sembra una delle voci più alte dell’arte meridionale dell’800, oltre che per il suo contenuto di protesta, che sembra già dettato da una chiara coscienza di classe, per il linguaggio plastico vivo e penetrante realizzato senza nessuna concessione all’«effetto» teatrale o al patetismo, rigorosamente mantenuto sul filo di una schietta visione del reale.

Paolo Ricci

achille d'orsi
Achille D’Orsi, il Pescatoriello, bronzo h 56 cm (foto 1)

achille d'orsi 2
Pescatoriello (foto 2)

achille d'orsi 3
Pescatoriello (foto 3)

achille d'orsi 4
Pescatoriello (foto 4)

achille d'orsi 5
Pescatoriello (foto 5)

achille d'orsi 6
Pescatoriello (foto 6)

achille d'orsi 7
Pescatoriello (foto 7)

achille d'orsi particolare
Pescatoriello (foto 8, particolare) 

achille d'orsi 9
Pescatoriello (foto 9, particolare)

achille d'orsi firma
Pescatoriello (foto 10, la firma)

 

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