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769 - TAFURI LUCIO
Salerno, 1941
Figura distesa
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Lucio Tafuri nasce a Salerno nel 1941. Lavora e risiede a Genova.
Tra le sue esposizioni personali si ricordano quelle di Genova (1968), Milano (Ars Italica 1970), New York (Art Gallery 1971), Salsomaggiore (Galleria Tiglio 1973), Genova (1975), New York (Borghi Gallery 1980), Messina (Galleria Conca d'oro 1990).
Tra le esposizioni collettive Bergamo (1967), S. Margherita Ligure (1967), Parigi (1969), Roma (1980), Parigi (1990), Milano (Ars Italica 1996-1998).
Premi e riconoscimenti: membro dell'Accademia "Arts-Sciences-Lettres" di Parigi.
Accademico di merito dell'Accademia "I 500" (Roma).
Medaglia d'oro e relativo titolo di accademico conferiti dall' "Accademia di S.Marco".
Membro dell'Accademia di Paestum.
Medaglia d'oro al "Primo concorso nazionale di pittura" patrocinato da "Amici del Quadrato".
Sue opere figurano in importanti collezioni private ed Enti Pubblici.
Lista (parziale) collezionisti: Mrs. Mildred Dunlop (New York), Giuseppe D'Amico (Roma), Console Generale d'Israele Avner Arazi (Milano), Paul Ricard (Parigi), Ben Gazzara (Hollywood), U.S.A. Space Center (Michigan), Galerie René (Parigi), Galeria Las Artes (Badalona, Spagna), Mrs. Dunlop (New York), J. Henrysey (Montecarlo), John Mitchell (Texas), Mr.Shapiro (New York).
Ha eseguito ritratti a varie personalità tra cui , Mario Soldati (Tellaro-SP), Josemarìa Escrivà (Roma).
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768 - CHERUBINI ANDREA
Roma, 1831 - Capri, 1905
Casa di Olconio - Pompei
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Dopo aver studiato e fatto il suo apprendistato a Roma, dipinse nel Lazio e spesso in Campania sino a trasferirsi a Capri, nel 1880, sposando una giovane isolana. La sua produzione artistica è vasta e comprende sia oli che acquerelli. Il suo soggetto preferito è Capri ma di lui si conoscono anche nature morte e paesaggi ischitani. Esordì nel 1865 esponendo a Roma con la Società Amatori e cultori, paesaggi laziali: “Campagna romana con capre”, “Campo verde con anatrelle”, “Bufali con antico rudere”, “Nevata”, “Paesaggio con bovi” e “Veduta del Colosseo”; nel 1870 alcune nature morte; nel 1871 dipinti di genere e dal 1872 in poi motivi capresi; nel 1883 una marina ed in altre esposizioni figurò con otto vedute di Capri, con “Veduta dell’isola d’Ischia” e “Dintorni dell’isola d’Ischia”. La sua produzione si divide tra una più commerciale e una in cui l’artista sembra ricercare una dimensione onirica e quasi surreale del paesaggio. Eseguì anche dipinti a tema religioso e lavorò per la chiesa del Sacro Cuore a Castro Pretorio a Roma. Delle sue opere più significative possiamo ricordare: “Marina di Capri” del 1873, ”Il mare veduto dall’isola di Capri”, ”Grotta Azzurra” del 1879 e ”Salto di Tiberio” del 1885.
(Roberto Rinaldi – Pittori a Napoli nell’Ottocento)
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767 - SANNINO ETTORE
Portici, 1897 - 1975
Meriggio in giardino
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Dopo gli anni di guerra aveva potuto tardivamente iscriversi all’Accademia di Belle Arti, dove si sarebbe formato come scultore nel solco del magistero di artisti quali Achille D’Orsi e Luigi De Luca, conseguendovi il diploma nel 1922 e iniziando una intensa attività come scultore in marmo e bronzista, che si protrarrà con successo per venti anni. Nei mesi convulsi che portarono al tragico epilogo l’avventura bellica voluta dal fascismo, Sannino prenderà in mano pennelli, colori ad olio e tele dando il suo addio definitivo alla scultura. E alla pittura resterà fedele per il trentennio successivo. Al suo esordio come pittore, un sicuro punto di riferimento per lui fu certamente il magistero dell’amico Luigi Crisconio, che proprio a Portici aveva dedicato alcune tele di particolare suggestione. Che un artista attivo nel campo della statuaria passasse all’attività pittorica non era di per sé un evento raro. A rendere, tuttavia, peculiare e alquanto insolita la scelta compiuta da Ettore Sannino è il fatto che l’abbandono della scultura e la complementare passaggio alla pittura risulteranno nel suo caso scelte definitive e irreversibili. La pittura aveva enormi vantaggi, in particolar modo per la relativa “facilità” tecnica e per la “leggerezza” e duttilità espressiva, oltre che per l’economicità di tempi e costi realizzativi.
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766 - RICCIARDI OSCAR
Napoli, 1864 - 1935
Capri
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Pittore autodidatta, parente per parte di madre di Bernardo Celentano, riuscì con tenacia e dipingendo prevalentemente dal vero, a raggiungere in breve: una propria fisionomia artistica che gli consentiva di imprimere ai suoi lavori, grazie alle felici ed equilibrate scelte tonali una nota di personale eleganza". Prolifico pittore impressionista di paesaggi e di scene di genere predilesse raffigurare, in opere di piccolo formato, marine e vedute urbane con scene di vita quotidiana, eseguite con un gusto semplice ed un equilibrato cromatismo che lo fece apprezzare dal pubblico specie quello dei forestieri per i quali lavorò di preferenza. L'artista partecipò alle mostre della Promotrice napoletana nel 1881 e 1884 con due composizioni storico romantiche, che restano episodi isolati nella sua produzione, raffiguranti Fanfulla si accinge a partire da San Marco e Servite Domino in laetizia che furono ambedue acquistate dalla Provincia di Napoli, a quella del 1883 presentò un acquerello intitolato Ines. Alla mostra del 1884 e 1888 presentò Interruzione piacevole, Rimembranze di Casamicciola e Dall'antiquario che furono acquistate dal duca di Martina. Il Ricciardi partecipò inoltre: alla Esposizione Nazionale di Palermo del 1891/92 con una replica di Dall'antiquario, a quella di Milano del 1894 ove ripropose Dall'Antiquario ed una Amalfi; alla Esposizione Nazionale di Torino del 1898 con Porta Capuana; alla Prima Quadriennale di Torino del 1902 con Campania felice ed alla Seconda del 1908 con Una via della vecchia Napoli ed alla Esposizione Nazionale d'Arte tenutasi a Napoli nel 1916 con Cipressi e Mercato.
(Roberto Rinaldi – Pittori a Napoli nell’Ottocento)
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765 - anonimo
Napoli, sec. XVIII
Madonna delle Grazie
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Olio su tela della Scuola napoletana del sec. XVIII raffigurante la Madonna delle Grazie. Misura 55 x 45 cm. L'opera è stata rifoderata e restaurata.
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763 - CAPALDO RUBENS
Parigi, 1908 - Napoli, 1997
Nudi
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"Rubens Capaldo `alle origini della forma'".
Osservando il panorama della pittura napoletana della prima metà del Novecento, e più precisamente analizzando l’opera dei pittori come Crisconio, Chiancone, Striccoli, Brancaccio, Casciaro, è evidente, nella formazione di tutti questi autori, la matrice novecentista che, nel periodo in cui hanno operato, accomunava pittori di tutta Europa ed oltre, secondo il rapelle al ordre di Waldemar George e i “Valori plastici” di Mario Broglio.
Ma osservando l’opera di Rubens Capaldo, che appartiene ad una generazione successiva ai pittori sopra citati, Guido Casciaro escluso, notiamo subito, nella prima fase giovanile, un forte debito nei confronti di Crisconio, pittore molto amato da Capaldo. Mentre non rileviamo tracce di “Novecento” nella sua formazione, se non in qualche opera. Ora c’è da domandarsi da dove mai venisse l'amore di Capaldo per quelle forme piene e scultoree, per quella pittura dove la figura umana, il nudo, assumono un ruolo centrale nella sua ricerca, dove un nutrito corpus di disegni rappresenta il cuore della sua poetica, esplicata da un fare monumentale. Leggendo alcuni cenni biografici sulla formazione dell’artista, scopro un elemento che credo determinante per spiegare quel gusto per la forma piena: è il termine “crastularo”, ovvero ceramista.
L’approccio all’arte del giovane Rubens, avviene attraverso l’uso della creta, materia che conosce ben prima del colore. Il lavoro sulla ceramica è principalmente un lavoro sulla forma: il termine “forma bombata”, che suona così scultoreo, è, tutto sommato, legato alla forma dei vasi (a tal proposito si guardino certe sculture di Maillol). È l’amore giovanile dell’artista per la linea curva, per la forma plastica, per l’ellisse, che darà luogo a quel linguaggio personale di Capaldo maturo. Ammirando gli straordinari nudi del maestro, prima di analizzare il linguaggio della pennellata che merita sicuramente uno studio a parte, noto subito qualcosa che ha poco a che fare con la nostra pittura napoletana, cioè quel modo tipico del Manierismo di allungare i corpi e rimpicciolire le teste (proprio di un Pontormo e di un Rosso Fiorentino) come anche la resa di incarnati lividi, molte volte ottenuti con toni freddi di straordinaria raffinatezza.
Potremmo paragonare la ricerca di Capaldo sul Manierismo a quella dello scultore Emilio Greco che in scultura sperimentava in quegli anni tale linguaggio.
Questo avvicinarsi al Manierismo è nato sicuramente da un’esigenza interiore, legata, come dicevo, alla sua formazione di matrice scultorea che consente di focalizzare il proprio lavoro sulla forma, essendo peraltro padrone di molteplici tecniche e profonde conoscenze di mestiere. La pennellata, come dicevamo, ha un forte rapporto con l’opera di Crisconio, il quale riesce a coniugare i toni cupi ereditati dal Seicento e appresi dall’opera del Cammarano, con una visone moderna e costruttiva che passa attraverso l’opera di Cèzanne. Capaldo capisce che la pennellata, il gesto nervoso e costruttivo, sono il compimento della sua ricerca sulla forma pittorica. Pennellata che risente dell’esperienza del ceramista, la materia brillante e luminosa di certe opere mature che fanno pensare alla lucentezza degli smalti tipiche delle maioliche. In questo modo il maestro non si accontenta solo dell’aspetto costruttivo e luminoso (la famosa sintesi cezanniana di forma-colore-luce), ma altri aspetti di natura simbolista e visionaria accompagnano il suo lavoro, dando un’originale impronta alla sua ricerca. In alcuni dipinti il fondo sembra compenetrare con i volumi che compongono la figura, andando a sfaldare i piani, creando un’atmosfera luminosa, suggestiva ed unica. Dunque Capaldo è un artista ricco di suggestioni, con una formazione del tutto originale e con una personalità complessa e raffinata. Grazie a queste caratteristiche, la sua pittura ha sicuramente un respiro europeo, conferma indiscutibile della nostra ricchezza culturale, che tante volte la nostra città purtroppo nasconde sotto l’ombra del provincialismo e dell’ignoranza.
(Paolo La Motta - "Rubens Capaldo 1908-1997", PaparoEdizioni)
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758 - LORINI ELEONORA
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Sguardi
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Eleonora è nata sulla costa, vicino a Napoli, in una piccola città dominata dal Vesuvio. I caldi colori degli antichi affreschi di Pompei hanno ispirato la sua pittura come quella dei più grandi artisti del Rinascimento italiano. Memoria e immaginazione pura sono la vera fonte dei suoi lavori: non ha mai usato modelli dal vivo, ma solo unica sensazione trasformata in colori e gestualità. Eleonora Lorini ama dipingere con pigmenti naturali e riesce ad esprimere nello stesso tempo tutto il calore e la freddezza del mondo esterno col costante contrasto tra il bianco marmoreo e il rosso appassionato, che è dominante in tutte le sue opere.
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757 - GIRO ILARIO
Pordenone, 1951
Il bosco incantato
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Ilario Giro nasce a Pordenone da sempre appassionato di pittura. Laureato in chimica frequenta saltuariamente le lezioni all'Accademia di Belle Arti di Venezia. Attualmente vive e lavora a Napoli. A questa sua passione si dedica dapprima negli spazi liberi da impegni lavorativi e familiari e in seguito con sempre maggiore intensità occupando gran parte della sua giornata, ricavandone, tra l'altro notevoli successi. Ha esposto in diverse gallerie, tra le quali Agorà di Afragola (NA), Marciano Arte di Portici (NA). Fa parte dell'Associazione artistica e culturale "Liberarte" con sede in Brugnera (PN). Artista, convinto sostenitore della creatività pittorica come "essenziale funzione sociale della civiltà moderna", da qui il suo impegno sociale in un progetto di insegnamento e divulgazione dell'arte in uno dei quartieri di Napoli.
I lavori di Giro sono di un cromatismo particolare e raffinato, la sua pittura spazia tra l'Informale e il Concettuale .
Accingendomi a fare alcune riflessioni sulle opere di Ilario Giro mi è venuto spontaneo nei suoi ultimi lavori una nuova forza espressiva, un artista che concretizza idee, emozioni, sogni nel corso di una continua ricerca quotidiana, in modo assolutamente individuale in un percorso di studi e ricerca, un’evoluzione dal formale all'informale . Il compiersi di una maturazione di un "continuum" in cui si compenetrano in sinergia colori e forme .
Gli "stati d'animo" sono rappresentati da circonvoluzioni, un sistema curvilineo non spezzato da alcun elemento, aggrovigliato, in altre opere da tratti orizzontali rigidi in uno spazio di fondo elastico vibratorio, alcune opere contenenti la scrittura a mano dell'artista a sottolineare la morte di alcuni principi libertà, giustizia ecc., un porsi domande espressioni delle proprie considerazioni, commozioni sorrette da un colore immediato, pregno di fremiti e stupori. In queste opere risalta una componente emozionale di serena apertura di espressione immediata di sè, il gesto l'atto di dipingere, il gesto stesso diventa emozione, l'opportunità per chi osserva di entrare nel magico mondo delle sensazioni, dei sogni, e si prolunga nell'immaginazione ben oltre i limiti della tela, proponendo emozioni a non finire.
Orfismo volto a realizzare l'immagine pittorica per pure sensazioni coloristiche. Pittura pura, opere dal carattere concettuale che si nutrono dalla interazione di luce, spazio, movimenti. Su alcune opere Giro sente l'esigenza di uno sfondo "sensibile", emulsionato su cui incide elementi come graffiati volutamente infantili stimolando la vista e l'udito, l'urlo dell'artista in particolare nella sua opera di colore verde con la scritta rossa "dove siamo", colore verde che sta a metà tra il freddo e il caldo simbolo di distillazione di succhi, di essenze dal mondo dalla vita organica vegetale. Il verde della funzione clorofilliana che ci ricorda che non si vive solo nel clima artificiale delle macchine e della città; eppure un tentativo di riequilibrare la presenza soffocante dell'io, grande opera astratto-concreta.
Opere informali di gusto raffinato, la sua pittura un ricco cantiere di nuove esperienze; immediata espressione di reazioni psicologiche ed emotive di grande intensità cromatica,materia, pittura informale, lirica ed evocativa di stati psicologici .
Magmatica – Metamorfosi. Buon lavoro Ilario!
Maddalena Raggi
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753 - WASCHIMPS ELIO
Napoli, 1932
Senza titolo
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La persecuzione dell'infanzia è cominciata duemila anni fa. E continua ancora oggi. Qualche settimana fa, a Napoli, una madre di 16 anni ha gettato la sua bambina, appena nata, sulle pietre del selciato. Le cronache sono piene di questa specie di delitti. In tutto il mondo. Bambini seviziati, bambini come merce, bambini come olocausto. Penso intanto alle “bambine” di Elio Waschimps, grande amico mio, e problematico pittore, tra i migliori della nuova figurazione napoletana. Un artista tragico e visionario, ricorderete, forse, il ciclo dei suoi “Marat”. Ma non voglio ricostruire il cammino di Elio dagli anni '50 a oggi, non è questa l'occasione. Voglio soltanto alludere a un ciclo particolare della pittura di Elio. Quello delle “bambine”, intente ad antichi giochi popolari: La mosca cieca, La settimana, Il salto della corda, Il gioco sull'asfalto, La bambina col cerchio, eccetera. Un tema, questo del gioco, "intimamente intrecciato con quello della morte", ha scritto dieci anni fa Vitaliano Corbi. E Paolo Ricci: "Un'indagine, questa di Waschimps, ispirata alla ricerca dei motivi dell'angoscia, della disperazione e della solitudine". E il poeta Sinisgalli: "Napoli muta, allarmata, resa ottusa dalla sua stessa bellezza, Napoli luminosa e funerea ha spinto il mio amico Elio a meditare sulla morte dell'infanzia nel mondo". Ma Elio non è di questo avviso. E io, prima, ho detto una cretineria nel riallacciare le sevizie della cronaca alle sue “bambine”. La tragedia, nelle sue tele, non è quella dell'infanzia. La tragedia è nella crisi che, oggi, attraversa il linguaggio delle arti. La tragedia è nell'incapacità, nell'impossibilità, dell'espressione piena. I grandi pittori del passato, mi dice Elio, si esprimevano a tutto pieno, noi no, non siamo più una società agricola e non ancora una società pienamente moderna. La questione è di trovare un equilibrio, un punto d'incontro, per dar vita a una “visione” totale, non importa se negativa o positiva, dell'esistente. Elio, in realtà, appartiene alla tribù, o clan, o universo dei grandi visionari. Appartiene ai Goya, ai Blake, ai Kafka, ai Munch, ai Kokoschka, agli Schiele, ai Bacon, agli Espressionisti. E allora quello delle sue “bambine” è il dramma del linguaggio, che resta incanalato nell'alveo dell'incubo, dell'urlo silenzioso, e che rende tuttavia possibili tutte le metamorfosi, dall'angoscia esistenziale all'angoscia del soprannaturale, ubbidendo a un “gioco” misterioso, che salva le vittime del dileggio disperato e le colloca come in uno specchio da surreale lunapark, percorso da una vita arcana, scintillante nelle tenebre, reale e fantastica, conosciuta e inconoscibile, e infine scortata dalla morte. Potrei anche accennare alla differenza tra l'uomo Elio Waschimps e il suo mondo fantastico. Elio è pieno di allegria e il suo mondo non lo è. Quando viene a trovarmi diventiamo allegri tutti e due, per capirci ci basta un gesto, una parola, un'occhiata, e allora il riso ci accompagna, ci rende amici più di prima ed è come se, pur nel chiuso della stanza, ce ne andassimo per le strade di questa Napoli, come diceva Sinisgalli, così funerea e luminosa, dove le “bambine” intrecciano i salti e i giochi della morte e della vita. (Luigi Compagnone
L'infanzia tradita di Waschimps, “Il Mattino”, Napoli, 15 gennaio 1990)
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750 - VILLANI GENNARO
Napoli, 1885 - 1948
Caprette
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Gennaro Villani (1885 – 1948). Nei primi anni di questo secolo le sole cose vive, a Napoli, in fatto di pittura, erano i vecchi maestri dimenticati: Mancini (che viveva a Roma), Migliaro (che stentava la vita dipingendo tavolette che nessuno voleva) e Pratella (che addirittura decorava scatole di dolciumi per Caflisch). Dall’altra parte, dalla parte dell’ufficialità e della legalità, stavo per dire , vi erano invece i grandi < pompiers>, gli Irolli, i Volpe, i Vetri, che avevano in mano tutto, che controllavano mostre, premi e mercato. La vita artistica e il generale ambiente di cultura era dominato insomma dal senso del più piatto conformismo e dalla banalità eroico-nazionalistica dannunziana. Quella che era stata una grande capitale scendeva sempre più a livello di un chiuso borgo provinciale. All’Accademia di Belle Arti tuttavia, resisteva un angolo di fresca vita culturale ed era l’aula di pittura in cui, fino all’anno della sua morte (1920) insegnava Michele Cammarano. Da questa scuola di schietta osservanza naturalistica ma di alto rigore formale è uscita la generazione di pittori di cui fa parte Gennaro Villani, insieme al dimenticato Edgardo Curcio, a Eugenio Viti e a Gaetano Ricchizzi. Questi giovani pittori ebbero merito di opporsi apertamente alla dittatura dei > locali, trovando ispirazione in un mondo di idee e di gusto assai più largo di quello municipale, al quale, soltanto pareva sensibile la maggioranza degli artisti ufficiali e conformisti. Il discorso vale soprattutto per Edgardo Curcio, che arricchì i temi della pittura napoletana introducendovi i sentimenti schietti della vita contemporanea, la libera osservazione del costume e il gusto della bella materia pittorica. Ma il discorso su Curcio ci riserviamo di farlo in altra sede, al momento opportuno, qui ci preme affermare che Gennaro Villani fu in tutto all’altezza di quel moto vivace e sensibile che servì ad avvicinare in qualche modo Napoli al mondo reale della cultura italiana dei primi decenni di questo secolo. Il tramite di questa felice operazione fu la cosiddetta una organizzazione assai confusa ed eclettica che si richiamava evidentemente alle esperienze della viennese di Klimt. Nel 1909 i <<23>> giovani organizzarono una mostra polemica nella quale vennero in luce le personalità di Curcio, Villani, Ricchizzi, Gatto, Uccella (altro artista totalmente dimenticato, a torto), Viti, Galante, Pansini ed altri. In quegli anni operava a Napoli Felice Casorati e la più audace espressione di libertà e di spregiudicatezza di ricerca era, per tutti, quella dell’ o del Liberty, secondo gli esempi che offriva appunto, la Secessione di Monaco e di Vienna; esperienze alle quali, direttamente ed indirettamente, i giovani artisti napoletani si richiamavano. Ma in Gennaro Villani ben presto si afferma una vena robusta e sanguigna di vedutista, secondo la tradizione non posillipiana ma della macchia porticese. Era la diretta eredità di Cammarano che il giovane artista, insieme a Ricchizzi e al primo Viti, raccoglieva con impeto e con accesa sensibilità. Villani, così, affronta il paesaggio e lo interpreta liberamente, superando di colpo i confini umilianti della illustrazione turistica. Per la prima volta un giovane, dopo Mancini e Migliaro, sapeva guardare direttamente alla realtà e trarne motivo di ispirazione lirica. In Villani il colore domina con selvaggia prepotenza e l’immagine trova in esso una forma sempre nuova e inaspettata. Sul primo ciclo dell’opera villaniana domina evidentemente la suggestione della aspra pittura di paesaggio di Cammarano: con quelle scaglie cromatiche accese e il furore della luce che modella gli oggetti con mirabile evidenza plastica. Quell’audacia spezzava il cerchio provinciale della pittura morelliana e l’estetica dei , come diceva De Nittis. Ma Villani cominciò ad accorgersi che Napoli cambiava anche come natura e, sulla indicazione degli impressionisti, comprese che il paesaggio urbano, le vedute di una città possono essere motivo di ispirazione. In tal senso, del resto, operavano molti pittori di quel tempo, in Italia. Per esempio i divisionisti Lombardi, dai quali come è noto venne fuori il Boccioni dei paesaggi periferici milanesi. Villani della tecnica divisionista, in un certo momento, fu, da noi, l’assertore più convinto, con Galante anche se non abbandonò mai del tutto la pennellata libera ed impressionistica manciniana. Manciniano e cammaraniano è anche il suo gusto per i motivi di ispirazione comuni e quel modo antigrazioso di scegliere il tema di un quadro: un taglio di paesaggio o un volto umano. I luoghi comuni della piacevolezza furono da Villani e dai suoi amici secessionisti definitivamente abbandonati, a vantaggio di una più acuta ed appassionata resa plastica e della scoperta del giuoco tonale. Certo, Villani giunse poche volte all’immagine lirica pura, alla pura trasfigurazione, come il Mancini dei paesaggi di Frosinone o il Crisconio delle prime vedute del Pascone. Ma la strada da lui imboccata fu, dal primo momento tra le più moderne, rapportata naturalmente, alle condizioni reali delle arti figurative a Napoli. In questa mostra si presentano alcune opere di Villani scelte nel vastissimo territorio della sua produzione. Questi quadri vanno da alcuni paesaggi lievi ed aerei degli anni della maturità, nei quali la pennellata ha la leggerezza e l’eleganza allusiva dei post-impressionisti, alle opere degli anni giovanili nelle quali il colore è greve e sensuale; ma in tutte avverti quel senso di affanno, l’appassionata emozione dell’artista che sta per cogliere il tipico di una realtà, sia essa un paesaggio o la figura umana, e lo coglie con l’imponderabile invenzione del tono. Crisconio, che farà tesoro di queste esperienze portandole molto più avanti aggiunge alla scoperta del tono quella, ancor più importante del valore che esso ha nella costruzione nel volume, ma Crisconio, come è noto è il primo pittore napoletano che abbia saputo comprendere il messaggio di Cezanne, mentre Villani, Ricchizzi, il primo Viti restano degli epigoni degli impressionisti ed hanno, quindi, una tematica del tutto ottocentesca. In alcune di queste opere villaniane, nelle più intense, la libertà della resa plastica ha un vago sapore espressionista il cipiglio spregiudicato di un Kokoschka; in altre la tenerezza del ricordo ammanta le immagini di una caligine rosata, remota, e sono i paesaggi di Parigi, le vedute marine con le cabine balneari allineate sulla spiaggia deserta lungo la riviera Vesuviana. Ogni momento ispirativo è legato a una reale emozione, a una sollecitazione interiore, ad uno stato d’animo lirico, per usare una formulazione crociana. Insomma, sia pure nella dimensione precisa di un talento non rivoluzionario, le opere di Gennaro Villani non tradiscono mai l’automatismo del mestiere, il tran-tran del manierista. Ecco perché anche in una selezione così ristretta puoi trovare opere che ti danno il piacevole brivido della scoperta. Paolo Ricci.
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749 - VILLANI GENNARO
Napoli, 1885 - 1948
Paesaggio con mercatino
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VILLANI GENNARO (Napoli, 1885 – 1948) Si forma all’Accademia di Belle Arti di Napoli dal 1900 al 1907 come allievo di Michele Cammarano ereditando la tradizione degli impasti e della composizione del suo maestro che aveva fondato la ricerca del "vero"su contrasti chiaroscurali e prime prove di concorso per il Pensionato Artistico Nazionale risentono ancora di questa matrice ottocentesca. Una svolta avviene quando aderisce al Comitato Nazionale Artistico Giovanile, solidarizzando col gruppo della Secessione dei 23. L'opera cardine all’esposizione del 1909 è La “Barca Rossa”, replicata più volte in diverse tecniche, a pastello e a olio, che inaugura una fortunata stagione figurativa modellata su una nuova ricerca cromatica del paesaggio, ricca di tinte chiare e luminose. Il primo viaggio a Parigi arriva nel 1909, ospite degli amici Raffaele Ragione e Louis Reggiori, cui seguiranno tappe nel 1912, nel 1914 nel 1915. Risale a questa fase la brillante visione notturna della capitale in “Moulin Rouge” (900. Un museo in progress. Napoli Castel Sant’Elmo) ispirata a modelli del tardo-impressionismo. L’eco del successo con le sue partecipazioni alle Esposizioni di Monaco di Baviera (1909), di Venezia (1910) e di Bruxelles (1919) rimbalza negli acquisti favoriti alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma (“Pascolo”) e all'Accademia di Belle Arti di Napoli (1917). “Sinfonia azzurra” (già al Museo di Capodimonte) fu acquistato nel 1935 dal Ministero dell'Educazione Nazionale. Tra il 1922 e il 1925 Villani si trasferisce a Lucca dove insegna Pittura e decorazione all'Istituto di Belle Arti dopo la morte di Alceste Campriani. Nel 1930 e nel 1933 due importanti mostre sono organizzate a Napoli, a cura del Circolo Artistico Politecnico di Piazza Trieste e Trento dove l'artista è socio e realizza anche una sovrapporta (“Navi nel porto”) che ricorda il progetto dei tre pannelli decorativi presentati al concorso della Stazione Marittima di Napoli, nel 1932. In questo stesso anno sposa Elisa Miele dalla quale avrà una figlia, Ena. Gli anni del fascismo accentuano la sua inquietudine non essere riuscito ad ottenere incarichi all'Istituto di Belle Arti. Achille Macchia, nel 1930, lo definisce rappresentante instancabile del paesaggio mediterraneo, egli ha un occhio vigile al passato, ma è moderno rispetto alla tradizione ottocentesca. Luisa Martorelli
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748 - VILLANI GENNARO
Napoli, 1885 - 1948
Ottaviano
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VILLANI GENNARO (Napoli, 1885 – 1948) Frequenta l’Accademia di Napoli, sotto la guida di Michele Cammarano, di cui risente fortemente nel primo periodo della produzione, contrassegnato da forti contrasti chiaroscurali. Esordisce alla Promotrice “Salvator Rosa” nel 1904; nel 1909 è a Parigi ed espone al Salon d’Automne. Nello stesso anno è presente alla Biennale di Venezia, partecipando poi a Napoli all’esperienza di quel gruppo di artisti d’avanguardia definito “Secessione dei 23” e, sino ai primi anni Quaranta, svolge un’intensa attività espositiva in Italia e all’estero (anche a Parigi, nei frequenti soggiorni insieme a Raffaele Ragione). Pittore soprattutto di paesaggi e paesaggi con figure, dal 1909 caratterizza le sue opere con una pennellata densa e luminosa. (Novecento Italiano 1998 – 1999. De Agostini Editore)
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747 - VILLANI GENNARO
Napoli, 1885 - 1948
Lucca
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Allievo di tre grandi maestri, Esposito, Volpe e Cammarano, ha insegnato pittura prima all’Accademia di Belle Arti di Lucca e poi a quella di Napoli. A Villani non è mancato neppure un proficuo soggiorno a Parigi, nel quale ha modo di affinare non poco le sue doti di colorista sensibile e raffinato. Questo senza mai venir meno al richiamo del paesaggio e della luce di Napoli, alla cui rappresentazione dedicherà il meglio della sua attività.
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746 - VILLANI GENNARO
Napoli, 1885 - 1948
Lungo la Senna
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Pietro Montella: “…Vi sono nelle opere le tracce indelebili dell’anima dell’artista, del pensatore che imprime in una linea, in una pennellata, in un tono, ora caldo, ora freddo, la sua tecnica robusta, la sua personale caratteristica. Ho detto innanzi che Gennaro Villani è un taciturno, è un pensatore, è un instancabile lavoratore; e non a torto ho asserito tanto. Egli è un artista fra i migliori della nostra Napoli, che fugge il rumore assordante della vita e brama soltanto il lavoro, soltanto la quiete!...”.
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745 - VILLANI GENNARO
Napoli, 1885 - 1948
Campagna
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Gennaro Villani (1885 – 1948) trasferì nel paesaggio la sua breve esperienza secessionistica. All’inizio, infatti, le sue vedute sono fitte di segni colorati, sinuosi, di gusto floreale, per poi raggiungere e ricomporre la tavolozza su registri tonali misurati e l’impalpabile atmosfera del plein air. Dal suo maestro Cammarano aveva ereditato il senso della bella materia pittorica, e specie le sue piccole tavolette, orchestrate su accordi essenziali e “puliti” che ricordano certe pitture della Repubblica di Portici, avevano ed hanno un notevole fascino. La vita di un artista come Villani, se l’artista fosse vissuto in un ambiente sensibile, ricco di interessi culturali, avrebbe potuto avere uno svolgimento ben diverso nell’arte napoletana del primo Novecento; non a caso, lo stesso Crisconio aveva subito, agli inizi della sua attività, una certa influenza dal modo spregiudicato di Villani di interpretare la natura. (Paolo Ricci)